Morte sulla spiaggia. Il 29 settembre di Pompeo

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La morte di Pompeo
Anonimo, La morte di Pompeo, XVIII sec., Digione, Museo nazionale Magnin via Wikimedia Commons

Pompeo e Cesare: due facce della stessa medaglia

Il Fato. O il carattere. O il mix dei due, anche quello fatale perché, come dicono gli storici, il carattere è il destino di un uomo. In Pompeo le due cose sono strettamente legate, come anche in Cesare. Solo che in Pompeo congiurano, entrambe, per mandarlo alla rovina.Pompeo e Cesare, i due grandi rivali, sembrano due facce della stessa medaglia, gli antipodi l’uno dell’altro. L’uno ha tutto ciò che dovrebbe garantirgli il successo: è bello, giovane, simpatico, gioviale, retto, eroico. L’altro nasce con pesanti eredità che dovrebbero impedirgli il cammino: la famiglia nobilissima ma decaduta, la bellezza torbida che gli regala un fascino sensuale e ambiguo, e quel gusto maledetto per la trasgressione che a Roma non è certo un buon viatico per chi vuole diventare uomo di Stato. Se quando avevano vent’anni, e forse anche a quaranta, avessero chiesto alla folla di scommettere su chi sarebbe diventato il padrone dell’Urbe, nessuno o ben pochi avrebbero puntato su Cesare. Pompeo era per tutti l’avvenire di Roma.

I due rivali

Enfant prodige dell’esercito – mentre il futuro rivale Cesare combinava ben poco fra crapule e scandali – Pompeo percorreva inesausto le vie dell’impero al comando dei suoi uomini. Dal Piceno, era arrivato a Roma giovanissimo al seguito del padre, ed era diventato presto uno dei luogotenenti di Silla, cocco del dittatore e del Senato. Per le sue fulgide vittorie lo chiamavano l’Alessandro romano: era giovane, bello e invitto.
Aveva tutto per piacere ai Senatori del partito degli Optimates, ma soprattutto aveva la dote, per loro fondamentale, di non intendersi troppo di politica, che lasciava volentieri a loro. Pompeo era un comandante nato, ma comandava solo sul campo di battaglia. Nella curia lasciava ai suoi mentori tessere trame e giocare giochi, facendosi imbeccare e qualche volta guidare come un bambino. Per questo dopo Silla, anche Cicerone e Catone lo appoggiarono come una loro creatura, che in fondo è appena un grado sopra all’essere un loro burattino.

È forse in questo suo bisogno di essere il protégé di qualcuno – il giovane e vittorioso Alessandro che non invecchia mai e mai diviene adulto – il vero limite di Pompeo. Cesare è Cesare: eccessivo, sfrontato, impudente, amante dell’azzardo, capace di giocarsi tutto, soldi, carriera e vita in un attimo, in battaglia come in Senato, per il mero gusto di rischiare o di non cedere a chi pretende di mostrargli la via. Pompeo, invece, è Pompeo. E non è che non sia coraggioso, perché in guerra lo è, come un leone. Ma lontano da lì ha bisogno di appoggi, di consigli, di rassicurazioni. Cesare, il giovine scapricciato cresciuto fra i banchetti, è un uomo, mentre Pompeo, venuto su fra le battaglie, è un ragazzo.
Tutta la sua vita si gioca così, nell’incapacità di rischiare davvero e forzare la mano. Quello che Cesare ha in sommo grado, a Pompeo manca.

La resa dei conti

Il carattere dei due si trasforma in destino quando giunge l’ora della resa dei conti. Come al solito, sulla carta, Pompeo ha tutti gli assi in mano. Lui è rimasto a Roma, padrone dell’Urbe, con il Senato che l’appoggia e la legge che lo legittima. Cesare invece è un proconsole che sì, ha conquistato le Gallie, ma deve tornare in un patria che lo considera un traditore e lo tratta come tale.

Alla prova dei fatti, invece, Pompeo non regge. Si sfalda, come una statua fatta di sabbia all’arrivare della pioggia. Quando si vede arrivare addosso Cesare, scappa. Senza un senso, senza un perché. Scappa e basta, assieme ai suoi fedeli, rifugiandosi in Grecia. Cesare lo insegue, e, incredibilmente si trova a un passo dal perdere tutto. A Dyrrachium basterebbe appunto un po’ di determinazione da parte dell’avversario per farlo capitolare. Ma il nemico, Pompeo, quella determinazione non ce l’ha.  «Il nemico mi avrebbe vinto, se avesse avuto un comandate in grado di comandare» chioserà spietato, come solo lui sa essere quando analizza i fatti.
L’occasione è perduta. Per sempre. A Farsalo Cesare è già di nuovo lui, e non perdona. Pompeo invece sembra il fantasma di se stesso, e perde.

Così si ritrova fuggiasco, senza un riparo, senza una meta. Al padrone del mondo, ora resta solo una nave su cui imbarcarsi in fretta, assieme alla moglie Cornelia, al figlio Sesto e ad alcuni uomini fidati. Volge la vela verso l’Egitto. Chissà se è proprio di Pompeo, l’idea, o se è di qualcun’altro, e lui la segue come il tronco di legno reciso segue la corrente. Fatto sta che è una pessima idea, e un politico più smaliziato lo avrebbe capito subito. In Egitto Pompeo crede di essere accolto con gioia, come il protettore romano a cui Tolomeo Aulete aveva affidato i figli prima di morire, cioè i giovani Tolomeo XIII e Cleopatra. Ma i due ragazzi, crescendo, sono diventati nemici, e il paese è nel bel mezzo di una guerra civile. A Tolomeo XIII, e soprattutto ai suoi ministri e tutori, il generale Achilla e l’eunuco Potino, niente può interessare meno che trovarsi tra i piedi un Romano sconfitto e ingombrante da gestire. Se Pompeo fosse stato un vero politico, avrebbe saputo che per gente simile poteva valere solo da morto. Ma Pompeo non è un politico: è un soldato che non ha più consiglieri né amici. Quando Potino gli manda come inviati Achilla e un romano un tempo ai suoi ordini, Settimio, invitandolo a scendere a terra per un incontro, incredibilmente si fida. Scende dalla sua nave e monta su una barca che lo deve portare dal re.

Il mare è scuro e minaccia tempesta. Pompeo, infreddolito, si rannicchia nel suo mantello. Tenta persino una conversazione con Settimo, che vagamente ricorda come ufficiale ai suoi comandi tanti anni prima. Poi, ingenuo, tira fuori gli appunti del discorso che ha preparato per il re Tolomeo, con l’intenzione di ripassarlo, come uno scolaretto diligente. Ha bisogno di approvazione e di rispettare la forma, come al solito.
Non fa tempo a rileggere nemmeno la prima frase. Appena la barca si allontana dalla nave ammiraglia quel tanto sufficiente a porla al sicuro da possibili frecce, Settimio, con un gesto rapido, lo pugnala alla schiena, e Achilla, con la spada, gli recide la testa. Quando sbarcano a terra il cadavere viene lasciato insepolto sulla riva.
Dalla nave gli uomini, la moglie e il figlio assistono impotenti alla scena. Le navi della flotta egiziana compaiono all’orizzonte, ma il temporale è più veloce. La nave di Pompeo riesce fortunatamente a scappare, tuffandosi nella tempesta. Approderà qualche giorno dopo al sicuro, nonostante il fortunale.

Achilla e Settimio avvolgono frettolosamente la testa del comandante in un panno. Intendono offrirla come dono a Cesare, che sta arrivando ad Alessandria, convinti che ciò farà loro guadagnare la sua gratitudine e fiducia. Greci d’Oriente, sono abituati a guerre che si concludono con omicidi efferati consumati con il veleno e la sica in spregio a ogni regola d’onore, e pensano che i Romani ragionino con lo stesso metro.
Non è così. Quando Cesare, vittorioso, entra a Palazzo e trova il piccolo corteo di tronfi dignitari che gli porge come regalo la testa del suo antagonista, li guarda dapprima stupito, e subito dopo furioso. Quei piccoli viscidi omuncoli hanno osato ciò che nessun comandante romano può tollerare: che un suo pari sia ucciso a tradimento da dei barbari infidi e vigliacchi, mentre fugge indifeso. Uccidendo Pompeo, Achilla Potino e Tolomeo decretano la loro rovina.
Sulla riva, decapitato, il corpo del triumviro resta per tutta la notte all’addiaccio, finché all’alba un suo ex soldato non ne ha pietà, e compone per lui una pira funebre improvvisata accatastando qualche ramo sulla spiaggia.
Trova così pace Pompeo, l’uomo che doveva governare Roma e che non ebbe il carattere per farlo.
È il 29 settembre del 48 a.C.

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