Graecia capta. Solo oggi la lingua greca è in pericolo?

Il 9 febbraio è la Giornata mondiale della lingua greca, per promuovere la Grecia antica e moderna. Ma in passato, la studiavano davvero tutti volentieri?

Lingua greca maestro e discepoli
Rilievo funerario con maestro e discepoli 185-180-d.C., Rheinisches Landesmuseum Trier, via Wikimedia Commons

Roma, anno 35 a.C.

“…λαμβήσω…”

Teofrasto trasalì all’ennesima pugnalata grammaticale. Chiuse gli occhi, respirò a fondo, contò fino a dieci, prima in latino e poi in greco. Avrebbe contato anche in etrusco, se l’avesse conosciuto.

Ci sono lavori peggiori, si consolò tra sé. Potevo finire nelle miniere di sale, sulle navi da guerra, oppure nelle vasche di urina di una conceria

Riaprì gli occhi e si volse con un sorriso forzato all’adolescente smilzo e annoiato che aveva davanti. “Λήψομαι” corresse con fare conciliante.

Il ragazzo si limitò a sbuffare, grattandosi il mento brufoloso con l’estremità piatta dello stilo.

“Correggi l’errore, Lucio, per favore” lo spronò Teofrasto.

“A cosa serve? Tanto sarai solo tu a leggere questo compito.” Il giovane Lucio Valerio Flacco lasciò cadere lo stilo sul pavimento e riprese a giocherellare con i suoi dadi.

Teofrasto seguì con gli occhi il prezioso bastoncino d’avorio che, oramai ridotto a un moncherino scheggiato, rotolava sopra la coda di un tritone del mosaico pavimentale a sfondo marino. Contò di nuovo fino a dieci, poi, visto che non bastava, arrivò fino a venti.

“I tuoi genitori desiderano che tu faccia pratica nella conversazione” disse infine. “Non farai molta carriera parlando solo latino, né in Senato né in tribunale né nelle province, se mai ti trovassi a governarne una.”

“Non mi importa niente del cursus honorum” rispose Lucio. “Io voglio arruolarmi nelle legioni.”

“E restare un soldato semplice per tutta la vita? Perché se aspiri a un grado da ufficiale è meglio che cominci a studiare.”

Lucio roteò gli occhi. “Mi basterà saper cavalcare, combattere e tirare il giavellotto. Il greco non serve a niente. È una lingua moribonda, parlata da un popolo moribondo in una terra moribonda.”

Lanciò a Teofrasto uno sguardo in tralice, con un sorrisetto da sberle, e questi desiderò con tutte le sue forze una ferula. Sì, proprio quell’attrezzo che i maestri di scuola potevano usare a piacimento sulla schiena delle capre che venivano loro affidate.

Lui però, come schiavo, non aveva alcuna autorità sul suo allievo; figuriamoci come avrebbe potuto ficcare i verbi irregolari della sua lingua madre nella testa vuota di un adolescente presuntuoso!

“Al giorno d’oggi non si va da nessuna parte senza masticare un po’ di greco” disse comunque, senza raccogliere la provocazione. “E l’anno prossimo tuo padre vuole mandarti ad Atene per studiare retorica. Farai una figuraccia coi maestri e coi notabili locali, se non cominci a darti da fare.”

“Non mi chiederanno mica di recitare Omero a memoria!” ribatté Lucio sulla difensiva. “Parlo il greco meglio di tutti i miei amici. Be’, a parte Caio; ma lui ha avuto una nutrice alessandrina. Tanto basta farsi capire, no?”

Teofrasto immaginò la faccia dei suoi altezzosi connazionali davanti a un ragazzino che sosteneva “tanta basta farsi capire” dopo uno strafalcione catastrofico come λαμβήσω, e sentì montare dentro di sé una risata così fragorosa che dovette tossire per soffocarla sul nascere.

“Se tu sei l’esperto di greco della compagnia, immagino come lo parleranno i tuoi amici!”

Ma mentre lo diceva, col sorriso ancora sul volto, si accorse di aver parlato in tono amaro. Perché in fondo quel ragazzo viziato e arrogante aveva ragione.

Le glorie dell’Ellade, culla del teatro, della filosofia e del vivere civile, erano tramontate da un pezzo; e i raffinati Greci facevano finta di non accorgersene, persi nelle loro eterne beghe di quartiere. Il paese di Eschilo e Platone, Pericle e Tucidide continuava a vivere solo nelle scuole.

Presto i poemi omerici sarebbero stati soppiantati da nuove opere di successo, le orazioni di Demostene e Isocrate sostituite da quelle di Cicerone, e la lingua greca sarebbe stata dimenticata da tutti, come l’etrusco, il punico e tutte le lingue dei popoli schiacciati dalla potenza di Roma.

Di punto in bianco, Teofrasto sbatté un pugno sul tavolino che aveva davanti. Stava a lui, e a tutti gli altri Greci ridotti in schiavitù, formare le menti dei nuovi padroni del mondo. E non avrebbero permesso loro di dimenticare.

Raccolse un papiro e lo srotolò con gesto secco. “Scrivi” intimò a Lucio, che lo guardava spiazzato dal suo cambiamento d’umore.

“Χρὴ δὲ ξένον μὲν κάρτα προσχωρεῖν πόλει· οὐδʼ ἀστὸν ᾔνεσʼ ὅστις αὐθαδὴς γεγὼς πικρὸς πολίταις ἐστὶν ἀμαθίας ὕπο…”
Certamente uno straniero deve adattarsi alla città; ma io non apprezzo un cittadino arrogante che è molesto ai suoi stessi concittadini per la sua scortesia e ignoranza…
(Euripide, Medea, 222-224)

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