Cross the Border a Gorizia: una grande avventura umana

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Lavori in corso durante il progetto di comunicazione dei Musei provinciali di Gorizia

Una grande avventura umana. Questo è stato per me Cross the Border nel suo primo esperimento goriziano. Un’avventura dagli esiti imprevisti e infinitamente superiori alle aspettative. Non è stato un semplice progetto di alternanza scuola-lavoro in museo, ma qualcosa di più e di diverso. Ne sono convinta. È stata una scuola di vita, forse. Un’occasione che ognuno degli 84 ragazzi coinvolti ha colto per superare diffidenze, paure, convinzioni, limiti, pregiudizi, barriere psicologiche e culturali. Per attraversare un proprio confine, ‘Cross the Border’ per l’appunto: superare i confini della propria mente.

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Prove di fotografia all’esterno dei Musei provinciali di Gorizia

Cross the Border: che cos’è?

É un lavoro intensivo di due settimane in museo. Per scoprirne i segreti e le infinite storie che racchiude. Per capire che il museo non è noioso se i suoi oggetti prendono vita e ci mettono in contatto con chi li ha realizzati e usati. Se ci spingono a viaggiare nel tempo e a dialogare con i nostri antenati. E scoprire così che, misurandoci con loro, capiamo meglio anche noi stessi, chi siamo e da dove veniamo.

Così il museo e il passato diventano luoghi familiari dove trovare sempre qualcosa che ci appartiene, che fa parte anche delle nostre vite presenti. Cross the Border invita i ragazzi a raccontare il ‘loro’ museo, ciò che li ha colpiti e che hanno fatto proprio. È un lavoro di comunicazione museale che parte dall’emozione per spingere alla conoscenza e alla narrazione.

Lasciamo a tutti la massima libertà di scegliere cosa e come raccontare, dopo averli messi in contatto con professionisti della comunicazione, dello storytelling, della fotografia, del videomaking, della modellazione 3D e della comunicazione digitale. E i loro lavori – realizzati rigorosamente in gruppo – vengono poi raccolti nel sito web del progetto, promossi nei canali social, e presentati al pubblico. Così da semplici spettatori, i ragazzi diventano creatori di conoscenza, e se ne fanno ambasciatori verso il mondo.

Non impartiamo loro alcuna verità ma li aiutiamo a fare scoperte da sé attraverso l’indagine, il confronto, la discussione in gruppo. Perché s’impara molto più creando che con la ricerca pura. S’impara soprattutto il rispetto e la curiosità per l’altro, per chi è lontano da noi per mentalità e stili di vita: lontano nel tempo – i nostri antenati – come anche nello spazio – i contemporanei. Cross the Border è un tentativo di trasmettere il valore di aprirsi agli altri, sempre e comunque. Di tenere vivo e palpabile il valore dell’interculturalità.

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Si girano i primi video in museo

A Gorizia: perché?

Perché Cross the Border ha trovato una grande madrina, Rita Auriemma direttrice del Servizio catalogazione, formazione e ricerca dell’Erpac, l’Ente friulano per il patrimonio culturale. Rita ha creduto nel progetto e l’ha voluto finanziare, perché l’alternanza scuola-lavoro ha un costo, se la si vuol fare bene. Se si vuole mettere i ragazzi a contatto con professionisti veri, e non confinarli a semplici e riduttivi compiti di manovalanza.

Rita ha quindi coinvolto la sua collega Raffaella Sgubin, alla guida dei Musei provinciali di Gorizia che ha messo a disposizione del progetto la sede di Borgo Castello, con i suoi Musei della Moda, della Grande Guerra e Archeologico. È stata una vera sfida anche per i Musei stessi e il personale tutto, che si sono generosamente sottoposti al vaglio critico e impietoso dei ragazzi.

Poi Rita ha contattato le scuole superiori cittadine, giungendo a riunire 84 ragazzi da tre istituti diversi: l’Istituto professionale Cossar – Da Vinci, l’Itas Gabriele D’Annunzio e l’Istituto d’arte Max Fabiani.

84 ragazzi non sono uno scherzo, e sicuramente li avremmo potuti seguire di più nei loro lavori, se fossero stati meno e divisi in gruppi di lavoro più contenuti. Ma anche questa maggiore autonomia non ha guastato: ha fatto sperimentare loro con più efficacia l’importanza di una buona gestione di tempi e modi del lavoro, della precisa divisione dei compiti, del rispetto delle scadenze.

Hanno perso tempo, certo, e si sono ridotti a fare gli ultimi ritocchi solo a ridosso della presentazione. Ma anche da questi ‘errori’ hanno imparato. E hanno affrontato sfide e difficoltà non indifferenti, e superato imprevisti. Si sono misurati con un’infinità di situazioni e problemi che sono all’ordine del giorno nel mondo del lavoro, qualsiasi lavoro si troveranno a fare in futuro.

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Con Antonio Giacomin, videomaker

Che ci faccio qui?

L’inizio non è stato facile. Molti si chiedevano “che ci faccio qui”? Specie gli studenti delle scuole professionali che immaginavano esperienze di lavoro diverse. Ma un po’ tutti hanno faticato a capire cos’erano chiamati a fare. Comunicazione, e per giunta in museo: è un lavoro vero? E che noia questo museo! Non m’interessa nulla, proprio qui dovevamo venire? Cosa mi posso inventare qui? Alla fine ci siamo divertiti tutti con video, foto e 3D. E le idee a poco a poco sono spuntate come funghi.

Però che fatica creare i gruppi di lavoro! Cross the Border è stato pensato in realtà per far collaborare studenti di provenienze diverse; stimolarli a superare assieme i ‘confini’ del tempo con l’esperienza al museo, e al contempo anche quelli dello spazio, cioè tra di loro, così da capire che ciò che vale di più, al di là di stereotipi e pregiudizi, sono le singole persone e la loro dignità. Beh, ci siamo resi conto che i confini esistono persino tra scuola e scuola, e ‘diverso’ può essere anche chi ci vive accanto.

Creare legami

Separarsi dall’amica del cuore, che orrore! Trovarsi da artista a fianco di un chimico. Doversi per forza inserire in un gruppo, convinti di non esserne capaci. Provare a ricavarsi un ruolo quando si sa di avere più difficoltà degli altri. Dover collaborare per forza col compagno di classe con cui da sempre mi guardo in cagnesco. Capire quanto sia difficile far accettare al gruppo la propria idea, anche se è fantastica. Prendere decisioni in gruppo, senza scontentare nessuno.

Erano solo nove gruppi di lavoro ma costituivano un microcosmo, un condensato di tutto quel che può accadere nel mondo. E vederli alla fine presentare i loro lavori tutti assieme, ognuno col proprio compito assegnato, è parso quasi un miracolo. Persino chi non parlava mai, chi era timido, chi aveva difficoltà a rapportarsi agli altri, è riuscito a presentarsi a testa alta di fronte a una platea enorme.

Alla fine sono nate tante belle amicizie tra artisti, chimici e quant’altro. I ragazzi insomma si sono mescolati. Ma soprattutto hanno creato dei gruppi veri capaci di dare forza anche a chi non l’aveva mai avuta. Cross the Border ha fatto fare a tutti loro un passo più in là. Tutti loro si sono aperti al mondo.

Può sembrare una sorta di Grande Fratello e forse lo è stato, ma non solo. In un mondo dove le novità si susseguono a ritmo continuo, più che capacità specifiche servono apertura mentale, versatilità, intraprendenza. Serve saper comunicare, perchè chi non comunica oggi non esiste. Cross the Border insegna ai ragazzi a comunicare e li prepara al lavoro in generale, li prepara alla vita, a guardare sempre più in là di ogni confine. Lo fa utilizzando il museo perché noi tutti capiamo chi siamo solo se sappiamo da dove veniamo: il museo, se ben raccontato, ci aiuta a diventare cittadini veri.

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Si discute assieme sul lavoro di montaggio video

Un grande squadra

A Gorizia ho avuto una compagna di avventure eccezionale: Giovanna Tinunin. Se è vero che l’idea è mia, poi però l’abbiamo plasmata assieme, costruendola man mano che affrontavamo difficoltà e problemi. Cross the Border non esisterebbe senza Giovanna: Cross the Border siamo io e lei.

Assieme a tutti quelli che ci hanno aiutato. Da Carolina Megale, giunta in soccorso da Livorno quando le forze in campo scarseggiavano. Ai professionisti Galatea Vaglio, Antonio Giacomin, Alessandro Secondin e Stefano Branca. Agli esperti dell’Erpac e il personale dei Musei tutto, in primis le infaticabili e indispensabili Barbara Spanedda e Gianna Bassi. Agli insegnanti delle scuole, alcuni dei quali sono stati veri compagni di viaggio e amici. Infine ai ragazzi, turbolenti, irrequieti, contestatari ma soprattutto vivaci e fantastici! Grazie infinite a tutti, ma un grazie particolare a loro. Cross the Border, invero, sono proprio loro.

Non ho descritto le opere dei ragazzi perché si devono ammirare. Andate sul sito web www.crosstheborder.it: tutto ciò che vedete – foto, video, 3D e testi – è opera loro. Anche il logo di Cross the Border l’hanno fatto loro. Nostra è solo la descrizione dettagliata del progetto. E se vi va di valutare assieme la possibilità di replicarlo nel vostro museo o nella vostra scuola, contattateci!

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