Visita archeologica ‘con delitto’ nel Rione Monti di Roma

Una bella idea: studenti liceali seguono le tracce del commissario Ponzetti nel Rione Monti di Roma, e scoprono quanta archeologia c’è

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Studenti del Liceo Albertelli di Roma ai Trofei di Mario
Studenti del Liceo Albertelli di Roma di fronte ai Trofei di Mario - Foto Elena Meucci

“Chiamatemi pure sbirro. Sono vecchio del mestiere, per queste cose non mi offendo più. Chiamatemi come volete, insomma. Non mi manca il senso dell’humour per sapere come a volte mi guarda la gente. Con rispetto alcuni, sempre meno. Con timore altri, e sono pochissimi. Con degnazione i più, specie in questo quartiere dove mi trovo a lavorare da quindici anni. Uno dei più sicuri di Roma, nonostante le apparenze”.

Sono parole del commissario Ottavio Ponzetti, l’investigatore romano nato qualche anno fa dalla penna di Giovanni Ricciardi, affermato giallista e insegnante. Cosa c’entra Ponzetti con l’archeologia? C’entra, parola – questa volta – della classe I E del Liceo Pilo Albertelli di Roma che ha ricalcato le orme lasciate dal commissario nel rione Monti, seguendo la sua indagine tra le piazze, i viali e le stradine descritte ne I gatti lo sapranno (Fazi editore, 2008).

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L’Acquario Romano a piazza Manfredo Fanti – foto Elena Meucci

L’archeologia nascosta nel Rione Monti

Studiando la topografia del quartiere alla ricerca dell’assassino di una figura storica del rione, la gattara di piazza Manfredo Fanti, i nostri studenti sono giunti a una scoperta inattesa: molti degli ‘angoli nascosti’ nel tessuto urbano ottocentesco conservano tesori archeologici, spesso sconosciuti agli stessi residenti. Non era possibile tenere per sé un segreto così grande, e così il 3 giugno scorso i giovani investigatori hanno guidato amici e parenti in una visita archeologica ‘con delitto’.

Il primo luogo da indagare è stato proprio il Liceo Pilo Albertelli frequentato da Maria, la figlia minore del commissario, definita dal padre con affetto, ma impietosamente “non una cima, come si dice qui a Roma”. Al primo piano dell’edificio è custodito un vero tesoro, una collezione di animali impagliati donata nel 1879 al neonato Liceo dalla regina Margherita in persona. E le sorprese non finiscono qui, perché aprendo una porta tra le vetrine di quell’esposizione zoologica si fa un repentino salto indietro nel tempo, finendo tra i banchi di legno di un laboratorio di Fisica dei primi del Novecento. Tra un elettrografo, un barografo e un ipsometro, esemplari unici di archeologia scientifica, non è difficile immaginare il giovane Enrico Fermi, albertelliano ‘doc’, impegnato nelle sue prime sperimentazioni.

Ma cosa si nasconde dietro l’angolo… in questo caso della scuola? A piazza Manfredo Fanti, il luogo del delitto della gattara, molti conoscono il cosiddetto Acquario Romano, oggi aula espositiva, ma pochissimi hanno visitato gli scavi. Al centro del piccolo parco pubblico si conservano i resti dell’agger (contrafforte) delle mura più antiche di Roma, quelle del IV secolo a.C., e come se non bastasse anche i resti di un tempio del I secolo a.C., ben visibile nelle sue strutture murarie a grandi nicchie che dovevano custodire le statue di culto di divinità oggi sconosciute.

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I cosiddetti Trofei di Mario a piazza Vittorio a Roma – foto Elena Meucci

I segreti di piazza Vittorio

Da piazza Fanti alla piazza più ‘in giallo’ di Roma, la piazza Vittorio del Pasticciaccio gaddiano, è appena un passo: il commissario Ponzetti ci va per assistere alla benedizione degli animali che si ripete ogni anno nella chiesa di Sant’Eusebio. Questo gioiello d’arte, che sembra voler sparire in un angolo tra i portici torinesi, nasconde le sue strutture di V secolo d.C. dietro la facciata settecentesca ad arcate e pilastri, rivelando solo agli occhi più attenti il suo passato antichissimo di luogo paleocristiano.

Le sorprese si moltiplicano, e il mistero s’infittisce, proprio al centro della piazza, cuore del quartiere multietnico: i cosiddetti Trofei di Mario, imponente struttura in laterizio all’ingresso del giardino pubblico, non sono dei veri trofei di guerra come sembrerebbe dal nome, ma i resti di un’imponente fontana tardoantica che regolava la pressione dell’acqua pubblica con il suo vigoroso zampillio.

E dietro a questo ninfeo a terrazze, ricordo della grandezza di Roma poco prima delle invasioni barbariche, si nasconde la seducente ma inquietante Porta Alchemica, un passaggio aperto sul nulla, elemento superstite di una magnifica villa settecentesca ora completamente distrutta. Si narra che il proprietario, il marchese Palombara, membro dell’ordine esoterico dei Rosacroce, abbia voluto incidere sugli stipiti di quell’ingresso le formule alchemiche per trasformare il metallo vile in oro. Non vale forse la pena dare un’occhiata alla porta e almeno tentare una lettura?

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L’Arco di Gallieno nel Rione Monti di Roma – foto Elena Meucci

Chiese bifronti, cisterne e sotterranei

Poco più avanti, letteralmente incastrata tra due strade, è una chiesa bifronte, quella di San Vito e Modesto; la facciata novecentesca su via Carlo Alberto sembra voler camuffare l’antica diaconia di VIII secolo d.C. sorta sui resti delle Mura Serviane. L’aspetto più autentico dell’edificio si coglie entrando dalla retrostante piazzetta omonima, dopo aver attraversato il basolato romano sotto l’arco di Gallieno, l’arcaica Porta Esquilina, elevato dal ricco Aurelio Vittore per ottenere i favori dell’imperatore.

Naturalmente via Merulana non può mancare in un giallo d’ambientazione romana: qui Ponzetti, guardando il nuovo lastricato, rimpiange l’antica pavimentazione a sampietrini, eliminati perché fastidiosi per una strada estremamente trafficata. Ma via Merulana non può essere ridotta solo a questo: il suo manto custodisce la sala da pranzo sotterranea più suggestiva di Roma, quella della villa di Mecenate, il braccio destro di Augusto e l’uomo più chic del suo tempo, freschissima e completamente affrescata con giardini immaginari.

Investigatore romantico, il nostro Ottavio si aggira in questi luoghi compiendo anche un viaggio nella memoria, come di fronte alle Sette Sale al Colle Oppio, sito della gigantesca cisterna che riforniva delle acque piovane depurate le Terme di Traiano, e il posto dove lui andava da ragazzo a giocare a pallone. Invece appena fuori dal parco pubblico – e sfondo alle apparizioni della mitica Rosa, la prima “cotta” del Ponzetti – è la chiesa di San Martino ai Monti, vera sintesi delle meraviglie dell’Esquilino. Sono tre i livelli visitabili dell’edificio: quello dell’alzato seicentesco, quello della cripta cinquecentesca (ma con interventi del IX e XIII secolo) e quello tardo-antico dei magazzini sotterranei.

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Scoperta dell’assassino a Santa Maria Maggiore – foto Elena Meucci

Gran finale

Il giallo di Ricciardi termina con una confessione e con una processione in una delle più celebrate piazze romane, quella di Santa Maria Maggiore. Gli interventi sotto alla Basilica hanno rivelato l’esistenza di una villa antica, luogo di produzione delle 14.000 tegole bollate qui rinvenute, e hanno restituito l’eccezionale affresco del calendario con le stagioni, così come l’enigmatica iscrizione del Sator, il quadrato magico palindromo dall’oscuro significato.

Anche questa volta la Storia, dal greco historie che significa indagine (!), ci ha reso partecipi della vita passata di Roma. Città godereccia e spirituale, bella ma a tratti impresentabile, splendente e maliconica come nei versi di Cesare Pavese in The cats will know che danno nome all’indagine di Ponzetti: “Ancora cadrà la pioggia / sui tuoi dolci selciati, / una pioggia leggera / come un alito o un passo. / Ancora la brezza e l’alba / fioriranno leggere / come sotto il tuo passo, / quando tu rientrerai. / Tra fiori e davanzali / i gatti lo sapranno”. [….]

Dimenticavo: chi è il colpevole dell’omicidio? Chiedetelo ai gatti… o ai nostri studenti!

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