Il Natale della vittoria: 25 dicembre 800

Gli imperatori vanno e vengono, ma il potere che li incorona è sempre uno: quello del Papa. La cosa fu chiara quel Natale dell’800, quando Carlo Magno…

Carlo Magno, Natale
Incoronazione di Carlo Magno di Raffaello Sanzio e aiuti, 1516-1517, Musei Vaticani. Fonte: Wikimedia Commons.

“Padre Santo, Padre Santo, ma dove siete? Dovete venire a vestirvi! Noi siamo quasi pronti…”

Il primicerio Giovanni avanza con cautela nella grande sala, che è enorme ma anche troppo buia. Uno spazio immenso, rivestito di marmi di tutti i colori, che si apre in infinite absidi, come un gioco d’incastro. Deve stare attento a non incespicare nei triclini, i divani su cui si può mangiare distesi all’uso antico, e a non sbattere sulle colonne che circondano la magnifica fontana di porfido rosso al centro, un’enorme conchiglia gorgogliante di acqua fresca.

 

Sua Santità adora questa sala. L’ha voluta lui, controllando personalmente ogni particolare: le absidi, il colore dei marmi e delle sete per i cuscini, perché la voleva splendente come quelle della corte di Costantinopoli, e anche di più. Ci ha investito somme enormi perché Leone III, Vicario di Pietro e Patriarca d’Occidente, Vescovo di Roma, è un uomo che quando c’è da spendere per impressionare il popolo e affermare la dignità del papato, spende. Anche troppo, chiosa il primicerio, e subito si segna chiedendo perdono a Dio perché siffatte malignità sono peccato. Soprattutto non sono consone al suo ruolo di uomo di fiducia e men che mai al momento, visto che solo da pochi giorni il Papa ha scansato un’accusa pesante di corruzione, proprio per quel suo essere troppo incline alla magnificenza e al lusso.
“Padre Santo…” lo chiama ancora con voce troppo flebile. Ma dove si è cacciata, quella benedetta creatura? Ormai è quasi notte fonda, è Natale, e c’è da celebrare la Santissima Messa della Natività in San Pietro, durante la quale deve accadere l’inimmaginabile… Ecco, finalmente lo vede, seduto su uno dei divani del triclinio maggiore, davanti all’abside principale.
“Padre Santo!” esclama con voce un po’ più decisa, perché il suo compito di primicerio addetto al cerimoniale anche questo contempla: la capacità di diventare un po’ brusco, quando i potenti fanno i capricci.
Leone trasecola, come se lo avessero richiamato all’improvviso da un altro mondo. Da tempo si sa che deve essere trattato con cautela perché ci vuole nulla a spaventarlo. Sono passati solo pochi mesi da quando è stato vittima di un attentato: il primicerio dei notai Pascale e un tesoriere della corte, tal Campolo, che erano parenti del defunto papa Adriano, gli hanno teso un agguato mentre si recava nella basilica di San Lorenzo a celebrare messa. Le due furie gli si sono avventate addosso all’improvviso, mentre il corteo si fermava davanti al convento di San Silvestro. Un parapiglia, un fuggi fuggi generale, il popolo che si dileguava spaventato, il corteo che si disfaceva come brina al sole d’aprile, mentre Pascale e Campolo, gridando, tiravano giù Leone dal cavallo, e provavano a cavargli gli occhi coi pugnali e mozzargli la lingua. Solo l’intervento dello Spirito Santo aveva evitato il peggio, che il Papa restasse morto lì, in mezzo alla strada. Ma non era finita: dopo averlo tramortito lo avevano trascinato dentro San Silvestro e poi trasferito a Sant’Erasmo al Celio, dove pensavano di tenerlo prigioniero. Per fortuna che il sacellario Alboino, con un manipolo di fedeli, era riuscito a penetrare nel convento, liberarlo, portarlo al sicuro in San Pietro, e da qua chiamare in soccorso Guinigi, il duca di Spoleto.
“I Franchi! I Franchi sono stati la nostra salvezza!” mormora infatti Leone. E il primicerio Giovanni ha un brivido perché non sa se quell’uomo abbia il potere di leggergli nella mente, o se i suoi pensieri siano così palesi da essere intuiti senza errore guardandolo in volto. Il che, per un addetto al cerimoniale diplomatico, può essere un problema ancora peggiore.
“Certo, Padre Santo, certo. Sono degli inviati di Nostro Signore Gesù Cristo!”
Leone lo fissa con due occhi ardenti, come spiritati: “No, sono solo i poveri mezzi di cui Nostro Signore si serve per mettere in atto la Sua volontà e preservare la Sua Chiesa e noi tutti, che siamo i Suoi rappresentanti in terra. Non dimenticarlo mai, Giovanni. Finché sarò Papa io, nessuno dovrà dimenticarlo. E nemmeno quando non sarò più. Per questo ho fatto istoriare con i mosaici questa sala, tanti anni fa, subito dopo la mia elezione. Li vedi? Sai cosa raccontano?”.
Il primicerio Giovanni guarda le volte e le absidi, per indovinare le figure che decorano i muri. “Padre Santo, sì, ma dobbiamo andare…” ripete, tentando di dare alla sua voce un’intonazione cortese ma ferma, come quella di una madre paziente che cerca di convincere un bimbo riottoso.
Ma Leone non si muove. Indica un mosaico davanti a sé.
Carlo Magno, Natale
Il triclinio leoniano entro cui si trova l’abside. Sistemazione di Ferdinando Fuga del 1743 (Fonte: http://www.arte.it/opera/triclinio-leoniano-183)
​“Quello nel catino dell’abside, lo vedi? Quello è Nostro Signore Gesù Cristo, re del mondo, che invia i suoi apostoli in tutte le direzioni, come noi mandammo nei secoli da Roma i nostri inviati a evangelizzare i barbari. Ma lì, sull’abside, vedi quella scena? Alla sinistra Cristo in trono consegna il pallio al papa e uno stendardo a Costantino, il primo imperatore santo, colui che si convertì al Verbo di Dio e alla vera fede, e divenne strumento del Signore perché monarca dei romani. E sull’altro lato, lo sai chi è raffigurato?”.
Giovanni sospira. Non c’è modo, ha capito, di convincere Leone a venire via, a meno che non lo si assecondi: “Ci siete voi, Padre Santo, e poi Carlo e San Pietro”.
“Sì, io. Però guarda San Pietro, il primo apostolo, che consegna lo stendardo a Carlo, il re dei Franchi, perché diventi il difensore della vera fede e della Chiesa.”
Si ferma un attimo, e Giovanni non sa se sia perché ancora i colpi ricevuti il giorno dell’attentato lo fanno soffrire, o se stia meditando sul suo strano destino di essere umano e di Papa.
“Quando il mosaico venne inaugurato, le critiche che mi piovvero addosso! Vedi, Giovanni, io non ho alle spalle una famiglia aristocratica, come i miei predecessori. Ero un umile sacerdote che aveva fatto carriera nell’apparato. Non ho nobili antenati, ho dovuto sudarmi ogni avanzamento di carriera, ogni traguardo, lavorando indefessamente, estate, inverno, senza sosta. I Pascali, i Campoli, che erano miei colleghi, loro sì che avevano la strada spianata. Ovunque andassero, qualsiasi cosa facessero, erano comunque progenie di schiatte potenti. Ma proprio per questo riuscivano ad obbedire alla Chiesa solo a metà. Ti ricordi, Giovanni, quando Nostro Signore ha detto che non si può essere servi di due padroni? Ecco, loro lo erano, perché oltre alla Chiesa dovevano essere fedeli anche ai loro padri, alle madri, ai fratelli, ai parenti e ai loro antenati. E questo alle volte li spingeva ad accettare alleanze più convenienti alle famiglie d’origine che alla Chiesa, che avrebbe dovuto essere invece la loro unica famiglia. Io non avevo nessuno tranne la Chiesa. È lei che mi ha innalzato dalla polvere alla gloria del trono, è lei che ha fatto di me ciò che sono, traendomi dall’ombra delle mie origini ignote. Quello che vale per me, dovrebbe valere per ogni uomo: avere la consapevolezza che senza la fede e la Chiesa si è nulla, e tutto perciò proviene dalla Chiesa e da lei emana”.
Il primicerio Giovanni sospira. Quanta pazienza ci vuole.
“Certo, Padre Santo – dice – Ma ora dobbiamo andare. Voi sapete cosa deve accadere durante la messa, oggi…”
Leone gli sorride, mentre un guizzo beffardo gli illumina gli occhi.
“L’incoronazione, intendi? Non aver paura delle parole, Giovanni, dillo! Usalo quel termine che tutti sussurrano da giorni! Questa sera Carlo re dei Franchi diverrà imperatore romano. Come Costantino, là, sull’abside. Dopo tanti secoli, Roma avrà di nuovo un imperatore, qui in Italia e non lontano, a Costantinopoli, dove adesso non c’è nemmeno più un sovrano vero, ma una donna che ha rubato il trono al figlio e come la prostituta di Babilonia si atteggia a regina. Pensi anche tu, come molti, che io sia impazzito, che sia un povero vecchio rammollito dalle bastonate e dagli stenti e ricambi così il favore fattomi da Carlo, che non ha permesso che fossi condannato per indegnità? Pensi anche tu che io sia uno schiavo dei Franchi e che abbia concesso loro, per paura, quello che tutti i miei predecessori avevano negato ai barbari, cioè di potersi considerare i legittimi eredi dei Cesari e dell’impero?”
Giovanni scuote la testa inorridito: “Ma no, Padre Santo, cosa dite, nessuno lo pensa!”
“Oh sì che lo credono! Per questo hanno tentato di uccidermi, e di infamarmi, e di portarmi a processo come un volgare bandito. E ora mi deridono, dipingendomi come un debole prono agli ordini di Carlo, perché a lui devo la vita. Temevano che io lo lasciassi diventare imperatore. Ma sbagliano, Giovanni. Io non lo lascerò diventare imperatore.”
Giovanni è frastornato: “Oh mio Dio, non vorrete annullare la cerimonia, Padre Santo! Il re già aspetta in San Pietro e ci sono i suoi uomini schierati, pronti ad acclamarlo! Se vi rifiutate potrebbe nascere un eccidio!” Negli occhi del giovane primicerio si legge il terrore ormai atavico per le devastazioni dei barbari e la paura della loro furia, ereditata da generazioni di antenati che le hanno sperimentate fin dalla caduta dell’impero.
Leone scoppia in una fragorosa risata, che echeggia fra le absidi e le volte.
“No, non vi sarà alcuna violenza, tranquillo. Carlo diventerà imperatore, stasera, nella basilica, come previsto. Sono giorni che mettiamo a punto il cerimoniale, e tutto andrà come è stato concordato. Ma è questa la mia vittoria. Perché Carlo non sarà solo acclamato imperatore dal popolo di Roma, come l’imperatore a Costantinopoli è acclamato dal popolo di Bisanzio. Io invece ho ottenuto che si inginocchi davanti a me, e da me riceva la corona. Del resto, come si incorona un imperatore? Chi lo sa davvero? Sono secoli che non c’è più a Roma una incoronazione, abbiamo perso memoria dei riti e della prassi dei nostri antenati. A Costantinopoli, anche se si proclamano romani, non lo sono più da secoli, e poi i loro patriarchi sono asserviti da sempre al potere dell’imperatore. E comunque, non sono loro i veri successori di Pietro. Vedi i mosaici? È Pietro che dà lo stendardo a Carlo. Sai cosa vuol dire, Giovanni? Che è il Vicario di Pietro a scegliere gli imperatori, come ha sempre scelto i suoi campioni, e senza la Chiesa l’imperatore non esiste, perché fuori dalla Chiesa non vi è alcun potere legittimo. Io non sono il servo di Carlo, sono il successore di Pietro: è Carlo che senza di me non è nulla! Quello che sembra il trionfo di Carlo, è in realtà il trionfo della Chiesa.”
Giovanni guarda Leone stupito e ammirato, perché mentre parla gli sembra che il vecchio Papa, prima così fragile e incerto, si sia trasformato. Ora le sue spalle non sono più curve, il volto si è affilato e lo sguardo è quello deciso di un vincitore.
Fuori è calato il buio, il gelo dell’inverno è sceso sulla città con i primi fiocchi di neve; dal cortile arriva l’eco attutito dei preparativi per la processione, lo scalpitio dei cavalli franchi, il vociare di chierici e prelati.
Leone batte la mano sul braccio del primicerio Giovanni, che lo guarda inebetito:
“Andiamo, andiamo! È Natale, il giorno in cui Nostro Signore Gesù Cristo è nato e con lui la sua Chiesa. È giusto che oggi nasca l’impero della Chiesa, l’impero che promana e dipende da lei. Sbrigati, Giovanni, non si può fare tardi al nostro trionfo, no?”
Con questo racconto di Galatea, Archeostorie augura un Felice Natale ai suoi lettori. 

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