Canto di Natale del custode

Museo di Firenze, Canto di natale
La Chimera. Museo archeologico di Firenze
Dindindin Dindindin… non sono strenne natalizie quelle che sentite: è il mazzo di chiavi con cui annuncio (a me stesso, principalmente, visto che con me non c’è nessuno, a meno che non vogliate considerare esseri viventi la Chimera e l’Arringatore) la chiusura definitiva delle sale per la notte.
Che poi stanotte ne avrei fatto a meno: è Natale, tutti sono a festeggiare con la famiglia, mentre io no, io sono qui, in museo, a convincermi che oggi, 24 dicembre, sia uguale al 24 novembre o al 24 febbraio e che domani, 25 dicembre, sia uguale al 25 novembre e via di seguito. “Ti tocca”, mi hanno detto. Perché siccome non ho né una moglie premurosa né dei figlioli che mi aspettano per festeggiare, sono la vittima sacrificale perfetta, quella che può rinunciare al Natale. “Ti tocca”, mi hanno detto, turni alla mano. E così eccomi qua, con questo Jingle Bells suonato dalle chiavi tintinnanti e non dalle renne di Babbo Natale.
Vaso Francois, Canto di Natale
Il vaso François in frantumi dopo la distruzione, il 9 settembre 1900. Fonte: Post dal Blog del Museo Archeologico Nazionale di Firenze

Mi avvio al primo piano del museo, che nella sua prima parte ospita il Museo egizio. Le mummie come sempre non mi rivolgono alcun cenno. Alla Chimera invece qualche collega buontempone ha messo un cappello di Babbo Natale sul capo leonino. Un po’ irriverente. Fossi in lei mi arrabbierei.

Procedo e salgo al secondo piano. Larthia Seianti mi accoglie col suo solito sorrisetto abbozzato, semisdraiata sul suo sarcofago. Porto a termine il mio giro, spengo le luci e il piano tomba nell’oscurità. Chiudo le porte, scendo le scale, entro al Corpo di guardia, la mia postazione notturna dalla quale posso controllare, con le telecamere, ciò che succede all’interno del museo.

Io e i miei due colleghi inseriamo gli allarmi e letteralmente ci barrichiamo al Corpo di guardia. La serata procede come tutte le altre notti di lavoro al museo: si sta davanti alle telecamere, si mangia, si torna davanti alle telecamere, si estraggono a sorte i turni di veglia, tre turni di due ore ciascuno, da mezzanotte alle 6, si continua a monitorare la situazione. L’unica cosa che stasera rompe il solito trantran è il brindisi che decidiamo di fare. Perché è comunque Natale là fuori.

L’estrazione del turno non mi è stata favorevole: ho pescato il secondo, il peggiore, dalle 2 alle 4 di notte. Quando arrivo alle 2 a dare il cambio, accenno a malapena un saluto biascicato al collega che va a riposare. Mi accomodo sulla poltrona alla consolle e guardo sugli schermi le telecamere nelle sale del museo. Tutto tace, tutto è avvolto nell’oscurità.
Improvvisamente però una luce si accende da sola in una sala del secondo piano. La vedo dalle telecamere. Mi alzo, capisco che sala è: quella del Vaso François. Guardo meglio, e c’è un uomo in divisa, coi baffi, che brandisce uno sgabello proprio rivolto verso il Vaso. Oddio! urlo. Il tizio nella telecamera sembra sentirmi (come fa?) perché si gira verso di me e ora con lo sgabello minaccia me, cioè la telecamera, cioè no no, proprio me! Ma che è? Vedo il suo volto baffuto iroso sempre più vicino e…
“Marrano! Vile!”

Il tizio è letteralmente saltato fuori dalla telecamera, è qui davanti a me al Corpo di guardia, e mi inveisce contro. Rimango a guardarlo istupidito, con la bocca semiaperta e gli occhi sbarrati. Me li strofino, ma non sto dormendo, no no: costui è proprio qui davanti a me.
“Chi sei?”
“O’ chittussei te! Io sono il custode che il 9 settembre del 1900 distrusse il Vaso François!
“Oddio! E perché l’hai fatto?”
“Stavo leticando con un collega. Cose futili, col senno di poi.”
“E per litigare hai distrutto il Vaso François? Uno dei reperti più importanti del museo? Lo sai che vengono da tutto il mondo per vederlo? Schiere e schiere di studenti e turisti che cercano uno dei vasi più importanti della storia dell’arte greca!?”
“Ma io un lo volevo mi’a distruggere il vaso. E gliel’ho detto a’ i’ giudice. Ma niente, e’ m’ha ‘ondannato lo stesso”.
“E perché sei qui stanotte?”
“Io sono il fantasma del Custode. Da vivo odiavo il mio lavoro, ero un piantagrane e non mi interessava un bel nulla di’museo. Ma da fantasma unn’ho pace finché unn’avrò espiato la mia colpa, e non ti avrò raccontato i momenti più difficili che ha vissuto questo posto. Così ti potrai rendere conto del perché è importante fare vigilanza sempre, anche a Natale, e vedrai custodi che, a differenza mia, sì che hanno difeso il museo e il patrimonio. Ora basta gingillarsi. Gnamo!”

Detto questo mi tira per la manica e vengo risucchiato nella telecamera. Mi ritrovo in una sala che non è quella del secondo piano, dove ora si trova il Vaso, ma è un’altra sala. Il Vaso François è in una teca circolare, non quadrata come ora. Non v’è dubbio che mi trovo in un altro tempo. Giurerei anzi di vedere in bianco e nero le vetrine zeppe di vasi qui intorno. È un giorno di normale apertura del museo. E in bianco e nero vedo barbuti signori incappottati con la pipa in bocca che passano e osservano e commentano tra sé e sé i reperti. I miei colleghi sono in divisa, sull’attenti come gendarmi. Nelle vetrine, le didascalie sono scritte con una mano elegante e una calligrafia d’altri tempi… ah già, siamo in altri tempi. Mi sporgo dalla finestra e… ohibò! Il giardino è molto più ampio e ricco di statue, e si vedono le arcate del Corridoio Mediceo sotto le quali, tra vasi di limoni e di fiori, si trovano sculture antiche e iscrizioni latine affisse alle pareti. Faccio fatica a orientarmi.

“Vile! Marrano! Se ti piglio t’ammazzo!”
“Te tussei grullo! O’ icché ttu’fai con ‘odesto sgabello, poggialo vien via, parliamone!”
“Parliamone! Mavaiavaia! Ne parliamo sì, ma sulla tu’ tomba!”
E’ il mio nuovo amico che sta inseguendo un altro custode il quale, spaventato, cerca scampo tra le vetrine. I due si inseguono, facendo slalom tra le statue. Seguo la scena, spettatore non visto, ed eccoci davanti alla vetrina del François. Oddio, no, ma allora è successo per davvero! “Feermoo!” Gli grido. Ma ormai è fatta. Davanti alla vetrina il custode inseguito si scansa per un pelo. Lo sgabello gli fischia sopra la testa, ma il lancio è lungo, e va a schiantarsi contro il vetro che protegge il vaso François. Va in mille pezzi, la vetrina e il vaso che essa contiene. Il fragoroso rumore del vaso in frantumi allarma chi si trova nelle sale vicine, custodi e visitatori. L’assalitore tenta una fuga disperata. Ma è preso e immobilizzato, in attesa della polizia.

La scena in bianco e nero si blocca, come in un fermoimmagine. L’assalitore si stacca e mi si avvicina, torna ad essere il mio accompagnatore.
“Io un lo volevo colpire il vaso, volevo solo spaventare quel bischero.”
“Eh, ho capito, ma se tutti facessero come te o non ci sarebbero più custodi o non ci sarebbero più opere nei musei!”
“E t’hai ragione, ma che ne sapevo io che avrei distrutto il Vaso? Via giù, andiamo via, che questa scena un mi garba punto. Tanto, icché tu dovevi vedere tu l’ha visto.”

 

canto di Natale
Il vaso François nel suo attuale allestimento con accanto lo sgabello che lo distrusse il 9 settembre 1900, esposto anch’esso.

 

Mi fa volare dalla finestra, portandomi sul tetto del museo.
“Eccoci al dunque. Stai giù, o’ chessei grullo? Un lo vedi che se t’agiti ti sparano? Sta’ fermo e bada a icchè succede costì.”
Per strada sotto di noi camminano a passo svelto, rasente i muri, pochi uomini armati. Nell’aria, si sentono spari e scariche di mitra. Capisco che è l’11 agosto 1944, giorno della tragica Battaglia di Firenze. A fine luglio i Tedeschi, sapendo dell’imminente arrivo degli Alleati, avevano fatto saltare in aria tutti i ponti sull’Arno eccetto Ponte Vecchio, che piaceva tanto al Führer. Quando gli Alleati entrano in città, scoppia una battaglia dei patrioti contro i Fascisti e i Tedeschi.
Mentre siamo qui appollaiati, gli spari mi rimbombano nelle orecchie. Giunge qui davanti un manipolo di uomini. Sono armati, sfondano la porta! Si precipita un custode, gesticolano, urlano, uno agita il fucile in aria e lo punta contro il custode che, a questo punto, non può far altro che farli passare.
“Che succede? Che vengono a fare? Chi sono?”
“Sono patrioti. Stanno cercando dei franchi tiratori fascisti perché si son ‘onvinti che si nascondano al Museo archeologico. Sicché ora perquisiscono tutto il museo.”
“Oddio, ti immagini essere il custode che apre la porta e si trova un fucile piantato addosso?”
“O’ un lo so? Eh, ma son tempi duri ‘odesti. Il custode l’è si’uro che un ci sia nessun cecchino nascosto all’interno, però certo, un fucile puntato contro unn’è bello.”
Ci ritroviamo ora all’interno del museo. Le sale sono vuote, e le vetrine sono vuote, irreali. I materiali sono tutti nascosti e protetti nel magazzino del Museo, giù nel sottosuolo, mentre i grandi bronzi – Chimera, Minerva e Arringatore – sono stati ricoverati nella Villa Medicea di Poggio a Caiano insieme alle altre sculture antiche degli Uffizi. Intanto i partigiani ci passano accanto correndo avanti e indietro alla ricerca del fantomatico cecchino fascista. Non trovano nessuno. Vanno via. Lo troveranno poi, il cecchino, nascosto in una casa qui dietro. Il museo ha i muri crivellati di colpi, le finestre sono andate in frantumi con le esplosioni più vicine e sì, ci sarà un gran lavoro da fare per risistemare tutto e per tornare alla normalità.
“E questo è niente. Un tunn’hai visto ancora nulla.”
Lo guardo sbigottito: cosa può essere successo peggio della Guerra? Mi prende per mano e mi porta giù, volando vorticosamente, al piano terra. Al Museo topografico.
Com’è diverso da come lo conosco io: una serie di salette tutte organizzate per singole città dell’Etruria antica, per permettere ai visitatori di fare un confronto immediato tra le produzioni di ciascun centro etrusco. Una pensata geniale che fu però spazzata via di forza il 4 novembre 1966: l’Alluvione di Firenze, che i Fiorentini considerano quasi più tragica della guerra, fece molti danni anche al Museo archeologico. Li vedo ora, che ho le gambe immerse fino al ginocchio nel fango, e mentre cammino urto qui un vaso in bucchero, lì una brocca in bronzo. Che disastro!
Museo archeologico di Firenze, canto di Natale
A sinistra: la furia dell’onda di fango del 4 novembre 1966 distrugge intere sale del museo. A destra: Restauratori e custodi all’opera per recuperare i materiali spazzati via dall’alluvione del 4 novembre 1966.
Fonte: Post dal Blog del Museo Archeologico Nazionale di Firenze
“Bada lì che mota. Un ci s’aspettava un bordello del genere. Via giù, e un c’è rimasto più nulla, il piano terreno l’è tutto distrutto.”
La situazione è desolante. L’acqua s’è portata via tutto, ha fatto un unico mescolone di corredi e contesti. Intorno a me vedo uomini indaffarati, miei colleghi immersi nel fango che cercano alla cieca i reperti; spalano facendo attenzione a non buttare nulla, lavorano indaffarati come formiche. Nessuno di loro sta pensando alle ferie, o alla pausa di mezz’ora o a qualche altra bischerata: c’è un patrimonio da salvare. E faccio questa riflessione a voce alta.
“Ora t’hai ‘apito perché è importante il mestiere che fai, che un ti garba, e che ti sembra tanto inutile e noioso? Io ho pagato cara la mia bischerata, ma voglio che tu capisca che il tuo lavoro è necessario: ti è affidata la cura di un patrimonio e non solo, sei la prima persona cui i visitatori possono chiedere informazioni. Sicché è bene che tu conosca il posto indò lavori, la sua storia e, perché no, anche icché c’è dentro. E ora un fa’ il bischero, e torna al tu’ posto, tigna!”
E mi ritrovo di nuovo al Corpo di guardia, da solo sulla mia poltrona, rivolto verso le telecamere. Tutto è buio, tutto tace. Guardo l’ora, il mio turno di guardia sta finendo. Non so bene cosa sia successo, ma ho ancora ben incise in testa le ultime parole del mio accompagnatore: “Ti è affidata la cura di un patrimonio”. Ho appena ricevuto il regalo di Natale più bello: ho riscoperto, attraverso la storia del museo, il senso del mio lavoro. E da stasera il museo è un po’ più mio, ma anche un po’ più vostro.
Buon Natale.

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