Chi siamo

Milestones

Nel marzo 2015 abbiamo pubblicato Archeostorie. Manuale non convenzionale di archeologia vissuta (Cisalpino, a cura di Cinzia Dal Maso e Francesco Ripanti), chiamando a raccolta 34 archeologi che si sono raccontati in prima persona mostrando con passione quanto siano varie le attività dell’archeologo, e quanto siano influenti nella nostra società. L’abbiamo chiamato “manuale” perché è rivolto principalmente agli studenti di archeologia e illustra loro i molti possibili mestieri che li attendono. Già allora sapevamo che il libro sarebbe stato solo l’inizio della nostra avventura, e ora diamo vita a una rivista scientifica e un magazine per parlare a tutti, accademici e cittadini, di cosa noi intendiamo per “archeologia pubblica”.

I nostri progetti

L’Archeostorie Journal of Public Archaeology (www.archeostoriejpa.eu) è la pubblicazione scientifica peer reviewed a cadenza annuale, che tutti possono leggere liberamente sul web. Con il Journal vogliamo dotare anche l’Italia di un’arena in cui dibattere le questioni relative alla gestione e alla comunicazione dei beni archeologici, e in generale al ruolo dell’archeologia nella nostra società, e stimolare anche nel nostro paese la ricerca accademica in questi settori. Vogliamo inoltre offrire una vetrina e un coordinamento alle molte eccellenti attività che si sono sviluppate nel nostro paese negli ultimi anni. È interamente in lingua inglese.

Il Magazine (www.archeostorie.it) invece, continuamente aggiornato, è la parte più dinamica della nostra attività dove le riflessioni si accavallano e prendono forma per venire poi sistematizzate nel Journal. Lì raccontiamo le storie con le quali vogliamo raggiungere tutti, dallo studioso all’appassionato fino a chi ci scopre per caso, e grazie a noi scopre quanto l’archeologia è bella. È la nostra voce e speriamo diventi col tempo la voce di molti.​
La voce di chiunque sia convinto che, come dice il nostro motto, “cosa fa la buona archeologia? pubblica!”. Perché se non è pubblica, e se non pubblica, semplicemente non è buona archeologia. Per ora il Magazine è solo in italiano.

La vision

Crediamo che il passato appartiene a tutti noi, e chi lo studia lo fa per conto della comunità. È perciò suo dovere condividere con i cittadini i risultati delle proprie ricerche. Lo studioso è mediatore culturale tra il passato e il presente, ha il potere di plasmare l’immagine che una società ha del proprio passato e di conseguenza anche l’idea che ha di se stessa. Un compito molto coinvolgente ma di grande responsabilità. In più però l’archeologo, a differenza dello storico o del filologo, lavora sul territorio e scavando altera il paesaggio, influendo anche direttamente sulla vita quotidiana della gente. È giusto dunque che tutti possano conoscere quel che fa, e magari anche partecipare alle decisioni sul destino di quanto porta alla luce. Inoltre nessuno è più autorevole dell’archeologo quando si parla di paesaggio culturale, di sua tutela e suo destino: il suo parere nelle scelte sul paesaggio è fondamentale.

Fino a ieri tutto ciò era impensabile. C’erano persino, e ci sono ancora, archeologi che non giungono neppure a realizzare la pubblicazione scientifica dei propri scavi, e le informazioni da loro raccolte vanno perdute. Nel contempo, però, sempre più archeologi considerano oggi loro dovere non solo la ricerca ma anche il restauro, la tutela, la gestione e la comunicazione. Progettano lo scavo pensando già a come gestire quel che porteranno alla luce, e dal primo giorno coinvolgono la gente del posto nelle loro attività. Oggi insomma l’archeologia è sempre più “pubblica”, e sempre più archeologi si specializzano nei settori della comunicazione e della gestione.

La mission

Queste attività però, per quanto diffuse, sono ancora percepite in Italia come accessorie alla pratica della ricerca archeologica. Gestione e comunicazione non “fanno curriculum”, e spesso vengono intese come un mezzo per trovare finanziamenti per la ricerca più che come un dovere. Questo mentre altrove nel mondo sono diventate discipline accademiche a tutti gli effetti che hanno dato vita ad analisi dell’impatto del lavoro dell’archeologo sulla società, a metodologie, regole e professionalità precise. Noi di Archeostorie vogliamo sdoganare queste attività e far sì che anche in Italia acquistino dignità accademica. Vogliamo che siano insegnate nelle università in modo che gli studenti le conoscano e possano scegliere, diventando dei professionisti in tutti i settori di pertinenza della disciplina archeologica. L’università non può continuare a insegnare solo lo studio e lo scavo.