Yococu: giovani caterpillar del restauro. E non solo

Yococu sta per Youth in Conservation of Cultural Heritage, un’associazione di giovani restauratori dove tutto è possibile. E lo hanno dimostrato nei giorni scorsi a Matera

Yococu 2018 a Matera
Yococu 2018 a Matera

Yococu: bel nome vero? Sta per Youth in Conservation of Cultural Heritage e da otto anni riunisce giovani restauratori da tutto il mondo. Quest’anno a Matera erano tantissimi: “da tutti i continenti – dicono trionfanti – persino da Macao!”.

Sono dinamici ed entusiasti. Si scambiano tecnologie e idee, facendo tutto in economia e con tanta fantasia. Anche nei particolari: il badge del convegno in carta riciclata, lo zainetto nei colori fluo. Ma poi organizzano corsi, fondano premi per giovani ricercatori, restaurano persino la street art e diffondono la loro scienza nelle scuole e nelle carceri.

Yococu: non solo restauro

“Quasi non sembrano restauratori” ho pensato tra me e me. Beh sì lo ammetto: anche se ammiro sinceramente chi lavora per recuperare i manufatti del passato, li ho sempre visti come vestali dedite a conservare il sacro fuoco dell’antico. Ancora troppo positivisticamente ancorati alla fiducia nel potere della scienza di regalare gioventù eterna a tutto, persino alle pietre.

“Ma non è accanimento terapeutico?” mi sono trovata a esclamare di fronte a una relazione sulla conservazione delle pitture rupestri. Non si esagera, a volte, senza pensare che si può solo ritardare un processo inarrestabile? E che forse i fondi pubblici si potrebbero impiegare meglio in altro?

Yococu però si sta impegnando anche in questo. Sta diffondendo la cultura del restauro nelle scuole e tra i cittadini. Vuole creare cittadini consapevoli che possano decidere poi loro stessi come indirizzare la ricerca. Anche a Matera il Cultural Heritage Lab era dedicato proprio al coinvolgimento dei cittadini. Questa è la vera società della conoscenza a cui tutti tendiamo. Anche Yococu è dei nostri. Ed è bello.

Il logo di Yococu
Il logo di Yococu

Musei inclusivi

Così come è bello che dei restauratori abbiano scelto di dedicare il loro dibattito inaugurale al futuro dei musei: Inclusive museums for sharing culture era il titolo. Sono stata chiamata a moderarlo. E pur nel poco tempo disponibile, devo dire che i relatori non si sono risparmiati.

Oggi si parla tanto di partecipazione dei cittadini alla vita dei musei, ma come attuarla davvero? Come far sì che siano veramente inclusivi? I numeri non sono dalla nostra parte: sempre meno persone visitano i musei. E se i musei sono specchio della società come si dice, com’è possibile che siano anche quel ‘porto sicuro’ e neutrale dove sperimentare l’interculturalità? Non raccolgono anche loro, al loro interno, tutti i problemi e le contraddizioni della nostra società?

C’è stata battaglia tra Stefano De Caro, già direttore Iccrom, e Alberto Garlandini, vice presidente internazionale Icom. Tra chi diceva che i musei sono da sempre ‘instrumentum regni’, e chi difendeva il ruolo sociale specie dei piccoli musei locali. Con incursioni di Marta Ragozzino, direttore del Polo museale della Basilicata, e Vania Virgili dell’Infn.

E che dire poi di tutti quegli artisti contemporanei che hanno oramai sviluppato un’allergia per la parola museo, e non si riconoscono più tra le sue mura? Che vogliono andare concretamente incontro alla gente e tra la gente? Cosa rimane dell’idea di museo fuori dal museo?

L’ho chiesto a Diavù, street artist fondatore del Progetto M.U.Ro., Museo di Urban Art di Roma. Rimane l’arte al servizio della società, immersa totalmente nel quotidiano. Un lavoro faticosissimo, a volte anche vittima di vandalismo o fautore di gentrification, ma capace davvero di cambiare in meglio le nostre città e svegliare le coscienze.

E i restauratori cos’hanno detto? Francesca Alberghina dell’Aiar, l’Associazione italiana di archeometria, ha parlato di molte idee per avvicinare i cittadini alle tecnologie. Persino di un premio che sarà bandito a breve, per progetti che all’interno di musei e aree archeologiche spieghino ai visitatori quanto le tecnologie hanno contribuito alla conoscenza e conservazione di singoli manufatti. Progetti destinati a diventare permanenti nei musei. Bella idea!

Citizen science?

E quanto a progetti di citizen science, cosa si sta facendo? Certo, avendo a che fare con strumentazioni delicate e manufatti antichi ancor più delicati, coinvolgere un profano non è semplice. Ma si può e si deve provare a inventare qualcosa, no? Perché chi tocca la ricerca con mano, ne comprende il valore come nessun altro.

Qui i restauratori mi sono parsi un po’ più traballanti. Eppure sono gente di scienza che, per definizione, è più all’avanguardia rispetto agli ‘umanisti’. Ma forse l’idea giusta non è ancora venuta. Forza Yococu, non può che venire da te!

Non conoscevo prima Yococu e perciò non sapevo cosa attendermi dal soggiorno materano. Però mi è subito piaciuto quel nome bello e buffo. E a Matera ho respirato una ventata di aria fresca. Ho respirato voglia di novità e di guardare avanti. Voglia di fantasia e di inventare sempre cose nuove.

Ho sconfitto il mio pregiudizio: i restauratori mi hanno stupito. E hanno due caterpillar al comando: Andrea Macchia e Laura Rivaroli, presidente e vicepresidente. Sono fantastici: hanno gli occhi che brillano di entusiasmo. E con l’entusiasmo, si sa, nulla è impossibile.

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