Perle ai pesci. Un viaggio della speranza di 2500 anni fa

La rotta è la stessa di oggi, ma questo viaggio della speranza è di duemilacinquecento anni fa. Anche i rischi erano gli stessi, ma allora l’epilogo – quando c’era – era l’ospitalità

Samos migranti
La costa della Turchia così come si vede dalla vicina isola di Samo

Grecia, isola di Samo, 494 a.C.

Scogli bianchi. Pini verdi. Un mare così azzurro da ferire gli occhi.

Vento, sole feroce, profumo di timo.

Il ragazzo è seduto tra i cespugli con le braccia strette intorno alle ginocchia. Non sta ammirando il panorama, non segue i guizzi dei pesci nell’acqua trasparente. Il suo sguardo sorvola il braccio di mare blu profondo che lo separa dall’Asia. Così vicina, eppure così distante.

Nel cielo limpido sopra la costa si alzano nuvole di fumo.

Gli occhi del ragazzo sono bagnati. Lacrime di rabbia e di nostalgia, lacrime di paura per un futuro incerto.

“Cosa fai, Phìlippos? Piangi?”

Un uomo calpesta accuratamente gli arbusti per sedersi accanto a lui. Indossa vesti da viaggio e una bisaccia, come se fosse lì lì per salire su una nave.

Il ragazzo si asciuga la faccia, tira su col naso. “Anche Achille piangeva sulla spiaggia di Troia” ribatte battagliero.

L’uomo ride. “Sei un ragazzo istruito. Del resto Mileto è una città di cultura”. Volta il viso verso il mare, guarda il fumo sospeso nel cielo. “Era” si corregge, a voce più bassa.

Phìlippos deglutisce. Chiude gli occhi, ma continua a vedere case e templi ridotti in macerie, fiamme, cadaveri riversi in ogni posizione. Un’interminabile fila di donne e bambini che si incammina piangendo lungo la strada polverosa, incalzata da fruste e urla incomprensibili, verso un orizzonte lontanissimo e sconosciuto.

Riapre gli occhi sul mare calmo che splende sotto il sole, inspira grandi boccate di quell’aria carica delle fragranze di piante aromatiche. “Un giorno la ricostruiremo” afferma.

“Un giorno, forse. Intanto però dobbiamo partire. La tua città non esiste più e anche quest’isola tra poco smetterà di essere un posto sicuro. Il Gran Re non perdona facilmente le ribellioni!”

Il ragazzo si morde il labbro. “Com’è l’Occidente?” domanda. Sa che l’uomo – Theòdoros, un mercante di Samo – ha toccato spesso quelle coste durante i suoi viaggi.

“Ricco di terre fertili e porti naturali” risponde l’altro. “E Zancle è una colonia prospera. Saremo ben accolti, vedrai”.

Phìlippos non si sente altrettanto sicuro, ma non osa contraddire l’adulto. “Il viaggio sarà pericoloso?” domanda invece, pur conoscendo già la risposta.

Theòdoros si stringe nelle spalle. “Il mare è mutevole” dice. “Ma è un bene che io viaggi con voi. Ci sono molte insidie da evitare, ne avrai sentito parlare: mostri marini, giganti, sirene, ciclopi…”.

Phìlippos sgrana gli occhi. Lui non sa nuotare; se cadesse in acqua, se venisse sbalzato dalla nave o attirato dal canto delle sirene, nessuno potrebbe più ripescarlo dai fondali di quel mare infido…

Poi una gran risata lo riscuote. “Scherzo, dai!” Theòdoros gli dà una manata gioviale sulla schiena. “Non c’è nessun mostro in quelle acque. Almeno, io non ne ho mai visti! I pirati sono una minaccia molto più concreta”.

Philippos lascia vagare lo sguardo sul mare, così placido e invitante con le sue lievi onde turchesi sotto i voli dei gabbiani. Soldati persiani, mostri del mito, pirati, tempeste: quanti altri pericoli mortali dovrà superare per sentirsi finalmente al sicuro?

Chiude di nuovo gli occhi, fa un lungo sospiro. Si sente così stanco. “Io vorrei solo tornare a casa” sussurra.

La mano del mercante gli stringe forte la spalla. “Non abbiamo più una casa a cui tornare” dice Theòdoros. La voce gentile tenta di mitigare la durezza di quelle parole. “Sei un uomo, ormai. Devi combattere per procurarti un posto nel mondo”.

Phìlippos non si sente un uomo. Ha appena compiuto quattordici anni, è magrolino, ha la voce acuta, cosa che gli ha permesso di cantare nei cori sacri della sua città. Si tocca il mento: ancora niente, la pelle è liscia come quella di un bambino.

Non ci si vede, a combattere contro mostri mangiauomini e indigeni ostili di terre esotiche. L’unica cosa che vorrebbe è tornare a scuola, a recitare i poemi omerici e studiare la metrica, per diventare un poeta famoso in tutte le pòleis d’Oriente e Occidente.

Ma il maestro è stato ucciso insieme a tutti gli altri, e il portico in cui faceva lezione è ridotto in briciole e cenere.

Il ragazzo sfiora il rametto d’alloro che ha vinto nell’ultima competizione scolastica. Ormai è secco, ma lui lo porta sempre appuntato sul chitone. È tutto ciò che gli rimane del passato: l’unico modo per presentarsi ai suoi nuovi concittadini come un ragazzo serio e affidabile.

Sempre che riesca a sopravvivere al viaggio.

“Non preoccuparti” dice Theòdoros, leggendogli nel pensiero. “Sei sopravvissuto alla guerra, alla distruzione della tua città, a una traversata di fortuna. Approderemo in Sicilia sani e salvi. Gli dei non possono essere così crudeli”.

Phìlippos pensa ai tormenti di Ulisse, ma non dice niente.

E restano a guardare la bellezza ingannevole del mare, fianco a fianco, in silenzio.

 

All’inizio del V secolo a.C. le città ioniche, capeggiate da Mileto, si ribellarono al dominio persiano. La rivolta fallì, Mileto venne distrutta, gli uomini massacrati, le donne e i bambini resi schiavi e deportati sulle coste del Golfo Persico.
Alcuni Milesi, tuttavia, riuscirono a salvarsi e partirono per la Sicilia insieme agli abitanti dell’isola di Samo, stabilendosi nella colonia di Zancle (Messina).
Purtroppo non trovarono la pace desiderata: pochi anni dopo la città fu conquistata dal tiranno di Rhegion (Reggio Calabria) e i coloni scacciati.
E il viaggio della speranza ricominciò…

 

 

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