metal detector responsabile, ritrovamenti, reperti

Ritrovamenti con il metal detector: no alla caccia di tesori, sì alla legalità

A.D. 2011 – Nord Vestfalia vicino Xanten, antica ubicazione di Castra Vetera. È il pomeriggio di una lunga giornata autunnale. Il clima è secco, un po’ freddo: non piove da due settimane. Sono tre ore che spazzolo un campo arato, si intravede ancora seminterrata qualche grossa patata bianca. Il sole sta calando e finora ho trovato una moneta napoleonica, due ditali medievali, una manciata di bottoni e due chili di spazzatura metallica, oltre a qualche dannata scheggia di mortaio che suona sempre così maledettamente bene!
metal detecting responsabile - foto Edoardo Meacci

Metal detecting nei campi. foto © Edoardo Meacci

Brandeggio il mio metal detector a destra e sinistra, con una lenta e costante oscillazione nella speranza di un bel segnale, un tono chiaro, netto, alto in frequenza e stabile. Ed ecco che, al margine di un profondo solco di aratura, il mio metal emette un bel 87 di VDI (Visual Display Indicator), profondità approssimativa 20 cm. Il terreno è farinoso, per scavare basta il mio coltello da metal detecting; poi il mio pinpointer indicherà con precisione la posizione dell’oggetto. Spero sia qualcosa d’interessante per concludere bene la giornata!Scavo con calma e delicatezza, il pinpointer inizia a vibrare più nervoso… sono vicino ed ecco apparire un archetto di metallo coperto da una patina di un verde intenso… è una ‘fibula ad arco’ di circa 7/8 cm di lunghezza, d’epoca presumibilmente romana. Bel pezzo! Peccato non sia completa perché manca l’ardiglione. La pulisco con un pennellino e inizio il mio rituale: estraggo la macchina fotografica, faccio qualche scatto con a fianco una piccola scala graduata e una freccia a nord; prendo il Gps e marco la posizione; la ripongo in una delle mie bustine trasparenti e riporto con un pennarello la data, l’ora e il numero del marker appena inserito dal navigatore. Ancora una volta un bel target che sfugge alle prossime arature e agli aggressivi chimici, e presto sarà visionato, insieme a tutti gli altri ritrovamenti, dagli archeologi di Xanten.

Torno a casa che è quasi buio; una cena calda, e poi la compilazione delle schede per la Soprintendenza, lo scarico dei dati del Gps e la pulizia del mio fidato strumento di ricerca. È stata una bella giornata.

Cosa vuol dire usare il metal detector in modo responsabile

Sono un ‘detectorista per passione’; è il mio hobby e guai a chi mi ‘scambia’ per un tombarolo o per un cosiddetto Treasures Hunter o predatore dell’arca perduta. Sono uno dei tanti che oggi praticano il Metal Detecting Responsabile, ampiamente diffuso negli ultimi due decenni anche nel nostro paese. E benché in passato il comportamento illecito di alcuni ‘praticanti’ abbia deformato la visione di questo passatempo, oggi molti appassionati hanno iniziato a praticarlo in maniera totalmente ‘responsabile’.

Cosa significa? La nuova pratica è il frutto della crescente consapevolezza sociale dell’importanza di tutelare il patrimonio storico-archeologico ancora nascosto nel sottosuolo. Di per sé, il metal detecting responsabile non è la ricerca intenzionale di materiale archeologico, ma è l’espressione di una passione matura e cosciente per il ritrovamento di qualsiasi oggetto ferromagnetico che sia stato perduto e ora giace nei primi 30/35 cm del terreno, perché tale è realisticamente il raggio d’azione del metal detector. Deve essere praticato ben lontano da aree off-limits (archeologiche, monumentali o comunque dichiarate d’interesse) e al di fuori di aree ricche di evidenze di antropizzazione storica, per non incorrere nella ricerca archeologica non autorizzata o in “opere per il ritrovamento di cose indicate all’articolo 10” (D.Lgs. 42/2004, art. 175) che sicuramente, qualora compiute consapevolmente, sottendono una chiara e premeditata volontà di agire illegalmente.

Il detectorista responsabile si attiene a procedure standardizzate, obbedisce al Codice del metal detecting, e mira alla massima trasparenza e collaborazione con le istituzioni. Non è una pratica che si svolge nell’oscurità con il fine di depredare ciò che di valore si potrebbe rinvenire, per poi eventualmente rivenderlo su e-bay o inserirlo in qualche più complesso e articolato circuito illegale.

È chiaro, a ogni modo, che nel ripulire i terreni da tanta spazzatura metallica, il detectorista può incorrere nel ritrovamento fortuito di oggetti d’interesse archeologico anche rilevante, che potrebbero rappresentare un tassello del grande puzzle della storia. È qui che subentra il senso di responsabilità, la volontà di segnalare quanto si è trovato alle autorità (attraverso la denuncia di ritrovamento entro le 24 ore, come previsto dalla legge) e condividere la scoperta fortuita con gli organismi e le persone in grado di valutarla e valorizzarla: le soprintendenze e gli archeologi.

Praticare il metal detecting responsabile significa, quindi, aver compreso l’importanza di preservare qualsiasi oggetto o contesto che possa donarci cultura e insegnamento, nel rispetto delle leggi e delle discipline scientifiche. Applicare metodologie non invasive e adottare procedure che possano fornire il maggior numero di dettagli circa il ritrovamento. È in definitiva una raccolta d’informazioni che può condurre anche alla mappatura di nuove aree, e allo studio di contesti di cui non si aveva né certezza né conoscenza.

Com’è organizzato

Grazie a questo nuovo approccio, in paesi come l’Inghilterra, la Germania, la Danimarca o il Belgio, la collaborazione tra detectoristi e archeologi si sta evolvendo verso un connubio di mutuo supporto che, pur preservando le sfere di competenza, mira a individuare e realizzare sinergie. Per esempio, sono stati realizzati database e piattaforme pubbliche dedicati alla catalogazione dei ritrovamenti (vedasi l’operato inglese del Portable Antiquities Scheme – a cui Archeostorie ha già dedicato una bella storia – o quello belga attraverso il progetto MEDEA della Libera Università di Bruxelles), così che molte scoperte fortuite (a costo zero) hanno fornito preziose informazioni storico-archeologiche che, completate da analisi professionali (spesso più costosi e complessi), stanno apportando un notevole valore aggiunto.

La mia esperienza in Germania mi ha insegnato, peraltro, che la presenza del detectorista può tradursi anche in un incremento e supporto alla tutela sia dei beni culturali che del territorio. Il compito delle autorità in tal senso è complesso e gravoso, sia in termini di management che di risorse finanziarie. Di fatto, dunque, il costante intervento dei detectoristi può incrementare il controllo del territorio, rendendo possibile non solo l’individuazione e la segnalazione di scavi clandestini, di tombaroli o di altre attività illecite contro i beni dello Stato, ma anche di altre emergenze come l’interramento o dispersione di rifiuti tossici, il bracconaggio, il rinvenimento di ordigni inesplosi.

Educazione al patrimonio

Sappiamo bene che lo scenario attuale è più eterogeneo, e il Metal Detecting Responsabile non è ancora ‘amato’ da tutti i metal detectoristi. C’è ancora chi delinque (ma ci sarà sempre), però c’è anche chi non cammina alla luce del sole per timore di essere ‘ripreso’ per aver rinvenuto, per esempio, un mezzo sesterzio malridotto, quasi irriconoscibile, e non averlo denunciato in tempo. Così magari decide di gettarlo in un canale o persino risotterrarlo. Perché non dovrebbe poterlo portare, a cuor leggero e a testa alta, all’antiquarium locale o alla soprintendenza per l’opportuna schedatura, e magari essere poi autorizzato a tenerlo?

Quello che sto prospettando è un processo educativo non da poco, e i suoi frutti iniziano già a vedersi. In Europa è nato lo European Council for Metal Detecting (ECMD) e in Italia il Metal Detector Club Italia. Entrambi mirano a divulgare il metal detecting responsabile; fornire informazioni su come, dove e quando può essere praticato questo hobby; individuare forme di collaborazione e sinergie tra i diversi attori statali e non, accademici e amatoriali, nazionali e internazionali. È un percorso difficile perché ostacolato da barriere culturali e preconcetti che, probabilmente, trovano origine nella difficile opera di combattere quanto di realmente illegale persiste. Ciò tuttavia non andrebbe confuso con chi, al contrario, desidererebbe cooperare e rendersi partecipe della salvaguardia di ciò che appartiene anche a lui in quanto detectorista responsabile ma, innanzitutto, cittadino.

Concludo la mia archeostoria con un piccolo ‘sogno’ ispiratomi dalla lettura di un reportage sull’alluvione che ha colpito il golfo di Baratti nell’autunno 2015. Un sogno che corrisponde, in realtà, a quanto all’estero esiste già da tempo:

A.D. 2015 – Leggo sul Tirreno di Grosseto della catastrofe accaduta a Baratti, e della devastazione delle aree archeologiche con perdita a mare di reperti trascinati via dalle piogge torrenziali. Sono costernato e mi chiedo se posso fare qualcosa da privato cittadino e detectorista responsabile. Ne discuto con un amico sorseggiando un caffè sul lungomare di Castiglione, e lì ci viene in mente ‘il cosa e il come’! Abbiamo metal detector subacquei e non, e possiamo chiamare almeno altri 15 detectoristi della zona. Si! Offriremo il nostro supporto al responsabile dell’area per setacciare spiagge e fondo marino alla ricerca di ogni pagliuzza metallica strappata dall’alluvione alla terraferma. Non credo che la Soprintendenza possegga questa forza d’intervento, e una ricerca sistematica ci permetterà di recuperare il salvabile e impedire che nei prossimi giorni e mesi tutto vada perso tra i flutti o in mano a qualche scellerato saccheggiatore.

Mi auguro veramente che, prima o poi, qualcuno accetti questa preziosa opportunità di collaborazione, spontanea e sentita, per tutelare il nostro prezioso patrimonio storico. Non costerà nulla e a noi, come sempre, basterà un sorriso, una pacca sulle spalle, e rivedere poi ciò che abbiamo trovato in una piccola teca museale, sapendo che l’abbiamo salvato noi.

Foto di copertina © mdclubitalia.it

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