Tragedia in alta quota: chi era e cos’è accaduto all’Uomo della Busa Brodeghera?

I suoi resti sono stati trovati sul fondo di una stretta gola di montagna. Ma l’Uomo della Busa Brodeghera com’era finito laggiù?

Monte Altissimo, Uomo della Busa Brodeghera
Giorgia Cappelletti sulla cima del Monte Altissimo. Sullo sfondo il Lago di Garda. E' l'immagine con cui si chiude il racconto dell'Uomo della Busa Brodeghera

Freddo, nausea, sapore di ferro, un dolore pulsante alla testa. Ma a spaventarlo di più era la nebbia che gli offuscava gli occhi.

Aveva sempre avuto un’ottima vista; almeno quella! Era il suo punto di forza, il suo unico vanto: lui era regolarmente il primo ad avvistare i camosci sul costone, il più abile a scovare i cappelli gialli dei cantarelli sotto il tappeto di aghi secchi degli abeti. In famiglia lo chiamavano Occhio di Falco. Sempre meglio di Storpio o Uomo-Anatra.

Adesso invece non riusciva a distinguere i contorni della roccia davanti al suo naso.

Perché questa roccia galleggia alla mia altezza? si chiese vagamente. Una roccia volante?

Solo allora si rese conto di essere disteso, tutto contorto, su un letto di neve e pietre. Il braccio destro si era scorticato e bruciava forte. Puntellandosi sull’altro gomito, cercò di sollevarsi.

Una fitta di dolore gli trapassò le tempie come una coltellata. Ricadde ansimando, gemendo. La neve era chiazzata di un rosso brillante.

Cosa mi è successo?

Non riusciva a ricordare. Tornò a distendersi, rabbrividendo per il freddo, e cercò di ricostruire i suoi passi. Ricordava di essersi alzato presto, quella mattina. Ricordava il gusto familiare del latte di capra, gli sbadigli di sua sorella, la nebbiolina che ristagnava nella valle, l’alito caldo e bagnato del cane sulle sue mani.

Lupo! Dov’è Lupo?

“Lupo!” urlò a pieni polmoni, ignorando il dolore alle costole. “Lupo! LUUPOOO!”

La testa gli pulsava così forte che si sollevò di nuovo sul gomito e vomitò. Poi si distese, sfinito.

Silenzio. Solo il suono del suo respiro affannoso, lo sgocciolio della neve sciolta. Poi, da lontano, risuonò chiarissimo il latrato di un cane.

Il ragazzo si aggrappò a un masso e cercò di tirarsi su, sbuffando e digrignando i denti, con le dita congelate, le unghie rotte. Rovesciò la testa all’indietro e un gemito di paura gli sfuggì dalle labbra.

Molto più in alto, sopra di lui, spuntoni di roccia incorniciavano un ritaglio di cielo azzurro. Il cane non si vedeva, ma cascatelle di pietrisco e terriccio segnalavano la sua presenza sull’orlo della voragine.

“Sta’ indietro, Lupo! Vai a chiamare gli altri!”

I movimenti e i latrati cessarono di colpo. Il ragazzo rimase immobile, tutto teso nell’ascolto. “Lupo?” chiamò.

Non si sentiva più nulla. Sperò che il cane avesse capito il suo ordine. Guardò di nuovo verso l’alto e cominciò a piangere in silenzio. Uno storpio come lui non sarebbe mai uscito da lì. Neanche un uomo nel pieno delle forze, a dire il vero. Probabilmente neppure una capra.

Aveva sempre più freddo, il dolore alla testa e al braccio peggiorava. Si rannicchiò su se stesso e rimase lì, sulla neve dura, ad aspettare e sperare, sprofondando in sogni sempre più febbrili e allucinati.

Dopo diversi cicli di stagioni, o così gli era parso, ecco di nuovo il latrato di Lupo. E una voce nota, rassicurante come una ninnananna al suo orecchio esausto. “Falco? Falco, sei laggiù?”

“Sono qui!” urlò con la voce che gli era rimasta. “Daigo, sono qui! Tirami fuori!”

“Stai calmo”. Altri sassi caddero nella fenditura. “Calmo, d’accordo? Adesso vediamo cosa fare. Riposati un momento, vado a cercare gli altri”.

“Non lasciarmi solo! Resta qui!”

“Un momento” ripeté suo fratello. “Torno subito. Ti lascio Lupo, va bene?”

Che gli andasse bene o meno, non aveva scelta. Si afflosciò contro il masso, tremando.

“Lupo? Lupo, bello?”

Il cane abbaiò in risposta, una volta.

“Grazie, amico. Tu non mi abbandoni mai…”

Passò un altro tempo di lunghezza incalcolabile, scandito dal gocciolio dell’acqua, dai suoi singhiozzi trattenuti, dagli scricchiolii improvvisi e sordi del ghiaccio. Poi, di colpo, ecco le voci sonore dei suoi fratelli, che volavano tra le pareti della voragine come pipistrelli.

“Falco!” Questo era Laif, il più piccolo. “Sei ancora vivo? Ma come hai fatto a finire laggiù?”

La risata bassa e sarcastica di Adarien: “Si sarà tuffato in picchiata per prendere un coniglio”.

“Adarien!” lo rimbrottò Daigo severo. “Smettila. Non è proprio il momento”.

“Posso anche stare zitto, ma la verità resta sempre la stessa: non si porta uno storpio a caccia”.

Falco chiuse gli occhi, ricevendo in silenzio quella coltellata verbale a tradimento. Non era la prima. Sperava soltanto che non fosse l’ultima.

“Falco?” Ancora Daigo. “Adesso proviamo a tirarti fuori di lì”.

Si sentì Adarien sbuffare.

Seguì una lunga fase di discussioni, progetti, corde annodate e calate nella bocca di pietra, sortite del giovane Laif – il più leggero, il più agile, e anche il più incosciente, diceva sempre la loro madre. Imbragato nelle corde, cercava di calarsi fino al fondo della voragine.

Ma ogni tentativo andò a vuoto.

Alla fine ci fu un lungo momento di silenzio. Falco ormai ansimava forte, stringendo i denti, spossato dal freddo e dal dolore alla testa.

“Nessuno ha il coraggio di dirlo?” La voce di Adarien. “Allora lo farò io, come al solito: non c’è modo di tirarlo fuori”.

Il cane lanciò un ululato, un lungo verso acuto, come un grido di dolore.

“Adarien!”

“Adarien un accidente! Ho ragione, e lo sapete anche voi. Il sole comincia a calare e dobbiamo tornare subito a valle se non vogliamo trovarci a metà strada col buio. Io non sono disposto a buttar via la mia vita invano. Voi fate come vi pare”.

Uno strappo, un tintinnio e qualcosa precipitò nelle profondità della gola. Rimbalzò accanto a Falco con un rumore metallico. Lui trasalì e si sporse faticosamente per raccoglierlo: un coltello inguainato nel fodero.

“Il mio ultimo regalo” disse Adarien da lassù. “Fanne buon uso. Comportati da uomo, una volta tanto”.

Il rumore dei suoi passi si allontanò nel silenzio.

Falco strinse il coltello nelle mani irrigidite dal gelo, piangendo senza più trattenersi. Sapeva che non avrebbe mai avuto il coraggio di usarlo. Le sue lacrime erano tutto ciò che rimaneva di caldo in fondo a quella buca di ghiaccio, solitudine e silenzio.

Nessuno parlò più per un pezzo. Il cane continuava a ululare, frenetico, sovreccitato.

“C’è qualcuno?” chiese infine Falco. La domanda gli uscì a fatica. Aveva le labbra intorpidite e uno strano sapore in bocca.

Ripeté, più forte: “C’è qualcuno lassù?”

Finalmente una voce bassa e pacata rispose: “Io”.

“Daigo? Non lasciarmi anche tu, ti prego…”

Silenzio. Un colpo di tosse, un lungo sospiro. “Mi dispiace, fratello”.

“No! Daigo! No!”

Non riusciva più a gridare. Aveva la vista sempre più annebbiata. Dentro quella buca che se l’era ingoiato a tradimento, era sceso il buio. Fuori da lì, nel cielo che cambiava rapidamente colore, galleggiava un lembo di nuvola rosa.

Il ragazzo immaginò lo spettacolo del tramonto fuori dalla sua prigione: le cime delle montagne indorate dal sole, le nuvole rosa e gialle, la luce che si rifletteva accecante sulle acque del grande lago. Di lì a poco sarebbe calata la notte. Disteso sulla schiena, avrebbe potuto vedere le stelle.

Com’era bello il mondo, com’era grande e pieno di possibilità. E pericoloso.

Adesso anche il cane taceva. Falco sperò che se ne fosse andato sulle tracce dei suoi fratelli. Ma dopo un po’, un basso uggiolio gli confermò che Lupo era ancora lì, sul ciglio della gola, fedele fino all’ultimo.

Chiuse gli occhi. I suoi pensieri s’ingarbugliarono, si staccò da se stesso, sciolse i pesi che lo tenevano sul fondo di quella buca.

Ora volava libero sopra le montagne e il lago, in un cielo tinto di mille colori, come non ricordava di averlo mai visto. Le aquile lo seguivano con alte grida, riconoscendolo come loro signore. Lui rispose con uno stridio possente che riecheggiò per le valli e le pareti rocciose, spazzò i boschi come un vento, fece abbaiare i cani nei villaggi.

Immaginò i suoi fratelli e i genitori sobbalzare nei letti, la gente barricarsi in casa atterrita, mentre pochi coraggiosi uscivano torcia in pugno per capire cosa stesse succedendo. Ma potevano stare tranquilli.

D’ora in poi nessuno l’avrebbe più deriso, insultato, preso a sputi o a sassate. Non provava dolore e nemmeno rabbia. Il suo spirito era leggero come una foglia. Non era più Lo Storpio; era il Signore della Montagna.

E si sarebbe librato tra le nuvole e le stelle, con le aquile, per sempre.

 

Sul monte Altissimo (Nago-Torbole, Trento), tra il lago di Garda e la Vallagarina, a 1950 metri di quota si apre una gola stretta e profonda circa 70 metri: la Busa Brodeghera. Sul fondo, sempre coperto di neve e ghiaccio, nel 1976 vennero ritrovati i resti di un uomo sui vent’anni, zoppo, con una ferita alla testa e alcuni oggetti personali databili al V-IV secolo a.C., tra cui un coltello con fodero e una fibula. I resti del cosiddetto ‘Uomo della Busa Brodeghera’ sono conservati al Museo dell’alto Garda a Riva del Garda. Le ipotesi sulla sua morte sono molte e vanno dall’incidente di caccia, alla sepoltura intenzionale, fino al sacrificio umano.

 

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