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Stazione Metro C San Giovanni: una festa archeologica per tutti i romani

Una folla di romani ha festeggiato l’apertura – anche se solo temporanea – della stazione San Giovanni della Metro C. Una stazione ‘archeologica’ che mette in mostra tutto quanto trovato durante gli scavi in forma stratigrafica: si scende fisicamente nelle viscere della terra e nel tempo. Così l’archeologia va incontro ai cittadini: è veramente archeologia pubblica

Bastava vedere la coda lunghissima all’ingresso per capire che sabato scorso lì sotto, in quella nuova stazione della Metro C di Roma, c’era qualcosa di importante. C’era l’archeologia in mostra, l’archeologia pubblica vera, quella che esce dai luoghi canonici e incontra i cittadini tra un treno e l’altro: l’intera stazione San Giovanni della metropolitana è in realtà una mostra di se stessa e di quanto è stato rinvenuto durante gli scavi. Una bellezza! Un vero ‘viaggio nella storia’ oltre che nel sottosuolo di Roma, come recita una scritta enorme ai tornelli. Siete pronti? Scendiamo!

Si comincia dall’oggi per immergersi progressivamente nelle viscere della terra e nel tempo: in quasi 30 metri di stratigrafia si ripercorre tutta la storia di quell’area fino alle paludi preistoriche. È un’esperienza veramente nuova e unica, che differenzia la stazione San Giovanni da quant’altro visto finora nelle metropolitane del mondo, da Parigi ad Atene a Napoli a Berlino. L’équipe di architetti dell’Università La Sapienza, diretta da Andrea Grimaldi e Filippo Lambertucci, ha rivestito tutte le pareti della stazione con pannelli vitrei che narrano di continuo storie. Scandiscono le discese nello spazio e nel tempo con l’uso di colori diversi, ponendo la storia del luogo in confronto costante con la grande storia di Roma: una bulimia di informazioni, forse, però San Giovanni è una stazione dove si passa di continuo, e dunque leggendo una scritta oggi e una domani, le tappe salienti non si scorderanno più.

Poi ci sono gli oggetti, riprodotti in gigantografia nei pannelli ma anche nelle vetrine, dal vero. Subito al ‘piano atrio’ si incontrano le ceramiche moderne, dal Cinquecento in poi, appartenute all’Ospedale di San Giovanni e gettate lì in un butto. Come pure frammenti di marmi antichi riutilizzati in edifici moderni. “Ma la sicurezza?”, “Le vetrine reggeranno al tempo?”, è la domanda che si fanno in molti, quasi un mantra che si ode tra la folla. “La bellezza educa le persone”, risponde serafico l’architetto Grimaldi. L’ammirazione per la bellezza, e la conoscenza che ne deriva, sono l’antidoto migliore contro il vandalismo. E comunque è tutto videosorvegliato, ovviamente.

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Alla stazione della Metro C di San Giovanni ci sono i reperti nelle vetrine! © Teodoro Teodoracopulos

Allora scendiamo ancora più giù, al ‘piano corrispondenza’ dove nel primo secolo d.C. c’era una tenuta agricola. Si è trovata una grande vasca per la raccolta e la redistribuzione delle acque, con un’infinità di anfore (per la bonifica) e tubature. La posizione della vasca, ovviamente distrutta, è segnata chiaramente sul pavimento, ma nelle vetrine c’è tutto quanto trovato laggiù. Ci sono tantissimi mattoni con incisa la scritta TL che ha fatto capire come si trattasse di una proprietà agricola unica, e di fronte alla vetrina una signora comincia a spiegare all’amica, con discreta proprietà di linguaggio, funzione e uso dei bolli laterizi nella Roma antica. Che bello! Mentre altri vengono attirati dai vasi per le talee e dagli antichi forconi, o dalle decorazioni architettoniche in terracotta. E poi tutti, nessuno escluso, ammirano anelli, monete, una gemma e oggetti in osso e oricalco, e tutti quei reperti organici che il terreno paludoso ha conservato: cesti, una suola di cuoio, una freccia ancora legata alla sua asta di legno. E poi un’infinità di semi tra cui tantissimi noccioli di pesca, pianta giunta a Roma dall’oriente proprio nel I secolo a.C. “Arrivano le pesche” è la scritta che campeggia; “e speriamo che arrivino pure i treni!” un signore commenta.

Sì perché i treni della metro C giungeranno a San Giovanni solo in autunno, come ha promesso l’assessore alla Mobilità Linda Meleo. Giungeranno all’ultimo livello a 30 metri di profondità, quello con le pareti decorate dalla vegetazione tipica delle paludi del Pleistocene. L’apertura eccezionale di sabato è servita a mostrare alla cittadinanza che la stazione c’è ed è fantastica, dopo dieci anni dall’inizio dei lavori, e sei di ritardo rispetto ai programmi iniziali. Dunque l’interesse della gente era per la stazione in sé, oltre che per l’archeologia. In realtà più per l’archeologia, per le meraviglie che il sottosuolo di Roma regala anche in un’area apparentemente priva di un’urbanistica importante. Per le testimonianze della vita quotidiana di un tempo che ci fanno sentire gli antichi così vicini. Ma soprattutto perché sono a disposizione di tutti, e in parte anche di chi non acquista il biglietto e non passa i tornelli. È il passato che si fa vita quotidiana odierna in tutto e per tutto, e la stratigrafia che diventa esperienza fisica prima che cognitiva, un sentirsi in tutto e per tutto dentro gli strati della storia. Come piace a noi di Archeostorie. Lunga vita, dunque, alla stazione San Giovanni! Ci attendiamo tante altre stazioni della metropolitana così.

 

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