A scuola di integrazione nel quartiere più multietnico di Roma. E grazie ai Romani antichi

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Scuola di integrazione. Piazza Vittorio all'Esquilino: la Porta magica del marchese di Palombara, scuola di integrazione
Scuola di integrazione. Piazza Vittorio all'Esquilino: la Porta magica del marchese di Palombara. Via Wikimedia Commons

“Gli africani? Vai a piazza Fanti, e vedi se non sono tutti ladri!”; “Niente abbacchio e cicoria al mercato di piazza Vittorio, solo carne halal e cous cous”; “Prova a trovare una trattoria romana a via Turati: sembra di stare a Mumbai!”

Come si fa a convincere chi abita o frequenta uno dei quartieri più antichi e multietnici di Roma, l’Esquilino, che l’integrazione è stata ed è da sempre la sua caratteristica principale? Impresa ardua, tanto più se rivolta agli adolescenti, facile preda dei luoghi comuni e spesso loro stessi vittime di pregiudizi ingiustificati. Impresa necessaria, però, se a promuoverla è la scuola e in particolare l’Istituto di riferimento di quel quartiere, il Liceo classico ‘Pilo Albertelli’, già nel nome un bell’esempio di resistenza politica e civile. Perché Pilo Albertelli – che ha strappato al re Umberto I la precedente intitolatura del Liceo – è il professore filosofo torturato dai nazisti a via Tasso, martire alle Fosse Ardeatine e maestro di Giorgio Marincola, l’unico partigiano nero italiano.

Chi viveva nella Roma antica? La scuola di integrazione

Tuttavia, a chi studia il mondo antico non possono mancare gli argomenti sulla migrazione dei popoli e sulla società multiculturale: Roma nel I secolo d.C. era una megalopoli di un milione di abitanti che ospitava diverse enclaves. Abbiamo dunque chiesto agli studenti di indagare quale fosse l’identikit dello straniero residente nella capitale tra Repubblica e primo impero. La ricerca sì è trasformata in un vero e proprio lavoro da detective con la ‘macchina del tempo’, e ha stimolato anche gli studenti più recalcitranti, portandoli su piste letterarie a loro ignote e a risultati inattesi, pur muovendosi decisamente ‘in casa’.

Stando alle iscrizioni, gli Egizi dei sobborghi di Alessandria erano gli schiavi preferiti nelle ville patrizie di Roma per la cura del verde e degli animali esotici, oppure venivano impiegati come abili danzatori, delizia per gli occhi delle matrone, o ancora come gladiatori e pancraziasti, cioè pugilatori/lottatori, destinati a una vita breve ma gloriosa, arricchita da successo, denaro e… da ritratti in mosaico in tutte le palestre dell’Urbe.

Che i Romani avessero un debole per l’arte e la cultura di questi stranieri, lo dimostrano ancora oggi gli obelischi antichi che abbelliscono le piazze romane, la decorazione ‘isiaca’ dell’omonima Aula sul Palatino, e il nome antico della parte centrale del quartiere Campo Marzio, detto Isis et Serapis per la presenza del grande tempio dedicato per l’appunto a Iside. Scrutare sul tetto di una casa vicino a via del Plebiscito in cerca di una gattina di marmo – una statuina di culto del tempio reimpiegata tra le tegole, sinuosa come un gatto in carne ed ossa – è un’esperienza curiosa che i nostri studenti difficilmente dimenticheranno.

Ma gli africani più numerosi a Roma erano quelli provenienti dai grandi centri della Libia come Leptis Magna, della Tunisia come Hadrumetum, o dell’entroterra marocchino come Volubilis. Nomi di città meravigliose e lontane che i ragazzi hanno letto con emozione sui tituli picti delle anfore consevate nel piccolo e prezioso Antiquarium allestito presso i Mercati Traianei. Uomini e anfore, dunque, provenienti dall’Africa, perché quegli stranieri non erano solo schiavi a Roma, ma anche abili commercianti di prodotti alimentari (garum –salsa di pesce-, olio, cereali, fichi e datteri), di animali selvatici per i ludi e di prodotti di lusso (porpora, perle, uova di struzzo). La sede del loro export trade era a Ostia, la Casa dei navicularii.

In questo anche la ‘noiosa’ letteratura latina può venire in aiuto. Basta scorrere l’indice dei tre volumi di un’antologia scolastica per comprendere quanto fossero prestigiosi i centri africani di diritto e di retorica: Terenzio, Anneo Cornuto (il maestro di Persio e di Lucano), Frontone, Apuleio, Aulo Gellio e Minucio Felice si formarono lì.

In cerca dei Siriaci sul Gianicolo

Ma una comunità batte tutte le altre per fascino e mistero: quella siriaca, concentrata probabilmente tra Gianicolo e Trastevere. Come rimanere impassibili guardando l’idolo in bronzo dorato di Giove Eliopolitano, conservato al Museo delle Terme di Diocleziano, avvolto nelle sette spire di un serpente e pronto per il rito misterico annuale? Per non contrariare il dio, anche noi albertelliani siamo saliti sul Gianicolo presso il suo luogo di culto, il santuario scavato agli inizi del Novecento e oggi nei pressi di un parco pubblico a via Dandolo, purtroppo in pessimo stato di conservazione.

Quando poi nelle iscrizioni in greco e siriano dei Musei Capitolini i ragazzi hanno letto i nomi Bel, Iaribol, Malachbel – tutte divinità di Palmira – è stato inevitabile pensare alla devastazione recente di quella città e alla cieca violenza a cui possono portare l’ignoranza e il fanatismo. A confronto, la libertà di culto e d’azione dei Siriaci nella Roma imperiale è sembrata un miracolo: gli immigrati orientali tra Trastevere e Testaccio erano così ben integrati nel contesto commerciale che organizzavano, e in alcuni casi anche gestivano, le rimesse lungo il Tevere (horrea) destinate in particolare allo stoccaggio per la rivendita dei marmi pregiati.

Pregiudizi anche nella Roma antica

Impossibile negare, però, che allora come adesso gli stranieri fossero anche oggetto di scherno e di vero razzismo: il poeta Giovenale, nella Satira XV, non esitò a definire gli Egizi dementi per il culto che avevano degli animali; lo storico Livio segnalava la fides punica come esempio d’infedeltà storica e, in epoca più tarda, è noto l’episodio dell’imperatore Severo che interpretò come presagio di morte l’incontro fortuito con un soldato africano, perché scuro di pelle.

Per non parlare poi dei Siriaci, invasori in massa di Roma al punto che la città sembra bagnata dall’Oronte “venuto a sfociare nel Tevere” (Giovenale, Satira III). Eppure tutti questi stranieri apparivano completamente integrati nella società che li aveva accolti, e ciascuna delle enclaves ricordate partecipava anche alla vita politica romana vedendo diventare i più fortunati dei suoi figli senatori, cavalieri e ambasciatori.

Quale dunque la ricaduta reale di questo lavoro? Senz’altro delle belle passeggiate romane con gli studenti, una nuova lettura ‘extrascolastica’ delle fonti e, soprattutto, la consapevolezza che la forza di un popolo antico, come anche di una nazione moderna, è l’integrazione. Almeno per questi ragazzi, il mito di una Roma antica dei ‘soli e puri Romani’ non esisterà più.

Ma poi, chi erano in effetti i Romani? Enea, frigio, dopo la caduta di Troia partì profugo per l’Occidente. Prima di arrivare sulle coste laziali, fece impazzire d’amore a Cartagine la regina Allīzāh (Elissa) detta Didone, cioè “la   spaventanta in fuga” – profuga anche lei -; quella che segue nell’Eneide è la nota storia della fondazione, voluta da Augusto, scritta da Virgilio e guidata da Enea in cerca di asilo politico in Italia. Senza permesso di soggiorno. Chissà se in Europa lo sanno.

1 commento

  1. Molto interessante, direi affascinante. Complimenti a chi ha saputo suscitare l’interesse degli studenti, spingendoli alla ricerca di un passato normalmente non conosciuto.

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