Rosmunda, la regina che beveva troppo

Rosmunda, Alboino
"L'assassinio di Alboino, re dei Longobardi" di Charles Landseer (1856), particolare, da Wikimedia Commons
La camera, il letto e lo sgabello. Che non è accanto al letto, ma fra le mani del re. Alboino, per essere precisi. Lo tiene in alto, come uno scudo: è la sua unica difesa e la sua unica speranza di salvezza. Ma i colpi della spada lo raggiungono comunque, impietosi: il suo scudiero Elmechi e il complice Peredeo avanzano, spietati, menando fendenti. Alboino indietreggia verso il letto, para, cerca di schivare, inciampa. Lo sgabello cade e lo lascia indifeso a terra. Un colpo, netto, alla gola, e il re dei Longobardi finisce così: sul pavimento, morto.
Nella stanza cala il silenzio, spesso come un sudario. Elmechi guarda il corpo riverso, immobile, con accanto lo sgabello. Legata alla testiera del letto c’è una spada che il re non ha potuto sguainare per difendersi, perché una mano traditrice l’ha resa inservibile, legandola alla guaina: la mano dell’altra persona presente nella stanza, la moglie del re, la bella regina Rosmunda. Non piange, non si muove. Guarda il marito morto con l’indifferenza con cui guarderebbe un vestito che le è venuto a noia, e di cui giustamente si è sbarazzata. È una ragazza, ha forse poco più di vent’anni. Perché una ragazza arriva ad odiare così l’uomo che l’ha sposata e che l’ha resa regina?
Flashback, dissolvenza. La scena torna a tanti anni prima, nelle pianure della Romania, patria dei Gepidi, un popolo affine ai Goti. La battaglia è appena terminata, e sul campo non restano altro che le armi abbandonate e i cadaveri dei vinti: Alboino, giovane re dei Longobardi, è in sella al suo cavallo, da vincitore. Scende e si china per guardare un cadavere, quello di Cunimondo re dei Gepidi: afferra il capo per i capelli e poi, con un movimento veloce della spada, gli spicca la testa dal busto e la alza trionfante.
«Scuoiatemela e fatene una coppa!» grida. I suoi Longobardi acclamano.Sono tempi bui. L’impero romano d’Occidente è ormai un vago e confuso ricordo, e nelle regioni che un tempo erano provincie, ora regna il caos. Le tribù barbare si rapinano le terre l’una con l’altra, e i loro capi sono protagonisti di ascese fulminanti ed altrettanto veloci cadute. Alboino ha fama di essere un cane feroce, il barbaro più spietato di tutti. Cunimondo, figlio di un suo ex alleato, ha tentato di ribellarsi e ha fallito. Il suo popolo viene sterminato in battaglia a colpi di spada, i suoi eredi sgozzati. Tranne una. Fra tanta strage, viene risparmiata la figlia Rosmunda. Alboino, che è di recente rimasto vedovo della prima moglie, decide di sposarla e di farne la sua regina. È Rosmunda.

Regina. Forse il termine è più altisonante della cosa in sé. Essere la loro regina vuol dire in pratica essere sposata a forza da quello che ti ha sgozzato il padre e i fratelli, e seguirlo sui cavalli, dentro i carri che percorreno la pianura infinita in questa sarabanda di guerre e di razzie, senza mai una tregua, senza mai un punto fosso. Significa ingoiare le umiliazioni quando lui la sera mangia e rutta con i suoi compagni di bevute, e subire le minacce di andare a raggiungere presto il padre ed i fratelli se non si ubbidisce in fretta. Il teschio di Cunimondo è lì, come memento perenne, sulla tavola. Viene usato da Alboino come coppa, e la moglie viene addirittura invitata a berci. «Bevi, Rosmunda, Bevi!» le intima. E ogni sorso non solo rinnova nella mente della giovane il dolore ma alimenta l’odio. Il sapore del vino di  lascia pregustare a Rosmunda il gusto della vendetta che deve essere consumata.

I Longobardi sono una tribù ancora nomade e sbandata. Vengono dal Nord e vagano da secoli per le pianure in cerca di una sede fissa e definitiva. Come tutti i barbari, campano di razzie ai danni dei vicini, e di occasionali incarichi dati loro dai Romani prima e dai Bizantini poi. Sono spietati ed efficienti, e quando c’è da fare un lavoro sporco, disposti a farlo senza tante storie. Mercenari e assassini, questo sono. Gente che speri ti stia il più lontana possibile, perché se ti si avvicina, sei perduto. Non conoscono pietà e nemmeno religione. Sono eretici e crudeli peggio dei Goti, e giusto un gradino appena sotto Avari e Unni.

Ma Alboino, Alboino è qualcosa in più. Non solo una bestia spietata, non un capotribù qualsiasi. È un uomo che, seppure rozzo, ha una visione politica più chiara dei suoi contemporanei. Combatte per i Bizantini, che se ne servono in Italia per far fuori i Goti. Ma si guarda attorno, e soprattutto guarda quella terra che capisce essere indifesa e sguarnita. Così decide di prendersela. Il suo popolo ha bisogno di una sede, e i Bizantini, stremati da anni di lunghe contese, non sono in grado di opporsi. L’Italia è preda dei Longobardi.

Al suo fianco c’è lei, Rosmunda, la sua regina. Silenziosa e apparentemente complice. Lo segue docile, sul campo fra le battaglie, e infine a Pavia, la nuova capitale del regno. Per anni non un fiato, non una parola. Tace e sopporta un marito violento sul campo di battaglia, e probabilmente anche fra le mura di casa. Ha imparato le dure leggi della sopravvivenza femminile, che sono fatte di silenzio e di sopportazione, almeno finché non si ha la possibilità di pareggiare i conti con un’atroce vendetta.

Sembra vinta, Rosmunda. E se non vinta, crede Alboino, almeno domata. La tratta come una cavalla che, una volta abituata al morso, si trascina dove si vuole. Ma Rosmunda non è così: non è remissiva, e non è neppure lontanamente doma. Ha solo imparato l’unica arte possibile per le donne vinte: la dissimulazione.

È bella. Le fonti non lo dicono, ma noi lo possiamo immaginare. Di certo è più acculturata delle donne longobarde su cui regna. Questo le dà un vantaggio, in fascino e sottigliezza, che il marito non può prevedere. Così alla corte, mentre lui combatte e comanda, lei tesse la sua tela di morte. Questa dark lady dei secoli bui non ha nulla da invidiare alle donne fatali di epoche più recenti.

Individua due uomini che fanno al caso suo: due ometti non certo geniali, e molto frustrati, che può usare come pedine. Uno è Elmechi, lo scudiero del re e suo fratello di latte. Per sedurlo, può giocare su quella sottile invidia che sempre coglie chi è vicino a un potente. Ci vuole poco a blandirlo, facendogli credere che lo ritiene assai più affascinante di Alboino. Ci vuole ancor meno a fargli balenare davanti un futuro da sovrano, perché i Longobardi, come i Bizantini, hanno assimilato l’idea che la vedova dell’imperatore o del re, può scegliere il successore semplicemente sposandolo e associandolo al trono. Rosmunda non è solo la moglie di Alboino, ma una chiave per arrivare al potere. Elmechi è suo, in poche mosse.

Ma la coppia assassina ha bisogno di un sicario. Qualcuno di stupido ma forte, che sia disposto a colpire, faccia il lavoro sporco e poi paghi per tutti. Peredeo fa al caso loro. È un gigante forse non tanto sveglio, e comunque sacrificabile.

Provano a blandirlo, ma lui nicchia o semplicemente tituba. E allora Rosmunda architetta un piano per costringerlo, un ricatto. Peredeo ha una relazione con una delle sue ancelle. Una notte la regina lo attende in una stanza, dove Peredeo crede di trovare l’amante, ma nel letto c’è Rosmunda. E quando Peredeo lo scopre, è già troppo tardi. È solo, in una camera da letto, con la moglie del suo re nuda. Se lei gridasse, chiamasse aiuto, lui verrebbe ucciso come stupratore, senza potersi difendere né sperare in alcuna pietà da parte di Alboino. Così deve accettare il patto proposto da Rosmunda: avere salva la vita, ma aiutarli a far fuori il re.

Che gran donna, Rosmunda. L’idea è semplice, perfida e sottile. Forse non è sua. Un intrigo simile era già stato ordito secoli prima da una regina persiana, e raccontato da Erodoto. Chissà se Rosmunda, più colta di Alboino, ha preso l’idea da lì, da un libro, letto o sentito raccontare da qualcuno nelle lunghe e vuote giornate in cui il marito la lasciava sola, più prigioniera che sovrana, mentre lui sbudellava i nemici. Del resto si sa che le donne colte sono sempre le più pericolose.

Fatto sta che la trama viene ordita, la congiura è pronta. Alboino una sera raggiunge la moglie nella camera reale; entra da re, ed esce cadavere. Peredeo ed Elmechi lo attendono e lo assalgono. Tenta di difendersi come un leone, il re tradito da chi gli è più vicino, una moglie infedele e un amico d’infanzia. Ma nemmeno chi si batte come un leone può vincere l’astuzia.

La coppia di amanti assassini a questo punto si crede padrona. Si sbarazza di Peredeo, scaricando su di lui tutta la colpa, e affronta l’assemblea dei Longobardi. Rosmunda, regina apparentemente affranta, cerca di convincere i duchi ad accettare Elmechi come re. Era il compagno e l’amico più caro di Alboino, il suo scudiero e tenutario di tutti i suoi segreti. Nominarlo suo successore garantirebbe la continuità nella politica del regno, continuità che lei stessa puntellerà, sposando il nuovo sovrano.

I Longobardi però sono sì barbari, ma non scemi. Capiscono che dietro la morte di Alboino c’è un complotto più vasto e articolato di un moto di stizza incomprensibile da parte dello sciocco Peredeo. E così prima nicchiano, e poi si oppongono apertamente. La coppia assassina non ottiene il via libera a regnare.

Che si fa? Elmechi è imparpagliato, non sa come uscirne. Dovrebbe essere lui a prendere le decisioni, visto che si è candidato a far da sovrano. Ma è sempre stato una nullità, capace solo di essere il servo di Alboino o il fantoccio di Rosmunda. Ed è lei, infatti, che si muove veloce. Non può restare a Pavia: i duchi hanno mangiato la foglia ed è un attimo che la arrestino a la condannino a morte. Così scappa, giocandosi il tutto per tutto. Dove può andare una regina longobarda, assassina e in fuga? Dai nemici Bizantini, ovvio.

Ravenna è lì, maestosa e inattaccabile, protetta dai suoi canali e dalle sue paludi. L’esarca Longino governa in nome dell’imperatore, e non gli pare vero di poter gettare un po’ di scompiglio fra le fila dei suoi avversari. Offre asilo ai due amanti, e non si capisce se vuole mettere le mani sull’affascinante regina, o sul tesoro che la bella Rosmunda ha portato con sé.

Rosmunda gli cede, ne è affascinata. È un uomo assai diverso da quelli che ha conosciuto finora: un colto greco che proviene dalla meravigliosa capitale del mondo, Bisanzio. Ogni sua parola, ogni suo gesto hanno la grazia di secoli e secoli di civiltà. Sa essere affabile, e seducente, promettere quando serve, ed accennare quando lo ritiene più opportuno.La seduce e le fa balenare davanti nuove prospettive future e inaspettate. La tratta per la prima volta non come una regina barbara ma una vera principessa.

Sogna, Rosmunda. Sogna di potersi finalmente lasciare alle spalle il dolore e il sangue e gli orrori che ha subito ed ha fatto. Sogna di poter ricominciare da capo in un mondo diverso da quello dove è stata imprigionata finora dal destino e dalle trame degli uomini che si è ritrovata attorno.

Longino probablmente lo sa e se ne approfitta: è difficile capire se sia solo un bieco calcolatore che vuole ingannarla o se non sia lui stesso colpito ed ammaliato da questa donna pericolosa e disperata, che porta in sè i segni di tante tragedie ma riesce anche ad esserne la causa e l’origine.

Lei però non è una donna che si perde in chiacchiere. Quando vuole qualcosa, lo vuole, e presto. Elmechi  non serve più, è di troppo, anzi diviene per Romsunda proprio un impiccio e un ostacolo per la sua possibile nuova vita di moglie dell’esarca bizantino e signora di Ravenna. Così decide di sbarazzarsene: un cadavere in più o in meno non fa gran differenza poi, a questo punto.

Una sera, seduttiva e affascinante, si avvicina all’amante porgendogli una coppa di vino in cui ha disciolto un veleno potente, ed Elmechi lo beve. Subito dopo aver ingoiato il liquido, però, qualcosa lo insospettisce: forse per il sorriso di scherno che vede disegnarsi sulle labbra della sua complice. Sguaina la spada, e le intima di bere a sua volta, dalla medesima coppa.

Muoiono così, gli amanti assassini, stroncati dallo stesso veleno.

La mattina dopo, l’esarca Longino trova i loro cadaveri riversi sul pavimento. I duchi Longobardi sono senza re, e ci metteranno vent’anni a ritrovare un accordo. Così lui si tiene il tesoro che Rosmunda ha portato con sé a Ravenna e nessuno può reclamare.

Ride, l’esarca. Ha vinto. Giocando col destino e con l’astuzia. Più della regina.

Un funerale improvvisato chiude la storia di Rosmunda, la sovrana la cui sorte, nel bene e nel male, è legata a una coppa di vino.

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