L’officina di Racconti da museo: Giuliano De Felice alla ricerca della creatività perduta

Alla vigilia del lancio del trailer del suo nuovo video d’animazione, Giuliano De Felice spiega come si è trasformato da scenografo in sceneggiatore dell’archeologia

Giuliano De Felice
Giuliano De Felice fugge con un pacco di copie di Racconti da museo - foto Maria Martinelli

Sono passati ormai quasi 25 anni da quando per la prima volta ho usato un computer per fare il mio lavoro di archeologo. Erano per me i primi giorni dell’archeologia da campo e mai avrei immaginato che avrebbero tanto influito sulla mia carriera lavorativa e tanto avrebbero modificato il mio modo di fare questo mestiere.

Delirio di onnipotenza

A quei tempi per fare i pionieri era sufficiente usare AutoCAD per il rilievo sul campo: un pizzico di curiosità e di coraggio e via: già allora il digitale prometteva cose mirabolanti. Per esempio? Chiunque abbia fatto un rilievo archeologico negli anni Novanta ricorderà facilmente la sconvolgente sensazione di onnipotenza che si provava nel poter lavorare su un foglio infinito, liberi da cavalletti, tavolette, fogli di poliestere, righelli, matite e compassi.

Così è iniziata per me l’archeologia digitale, e da allora ha continuato ad assorbire parti crescenti del mio tempo e del mio lavoro.

Digitalizziamo tutto

Dopo l’iniziale infatuazione, sono venuti gli anni delle sperimentazioni e delle applicazioni, in cui a chiunque facesse l’archeologo (e quindi anche a me) sembrava impossibile fare a meno di digitalizzare il proprio lavoro: database, GIS, sistemi di gestione della conoscenza.

Come tanti, anche io mi sono avvicinato a queste cose, ma, lo confesso, con freddezza e svogliatezza. Non che le ritenessi poco importanti, ma semplicemente sentivo che non facevano per me: pazienza, la scintilla non è mai scoccata.

Ero allora attratto soprattutto da quella che si iniziava a definire archeologia virtuale, ma anche in questo caso mi sono presto accorto che non avrei mai retto la sfida a chi realizzava il rendering più bello, o a chi faceva sembrare un modello più vero del vero. Forse perché non avevo tempo e strumenti per lanciarmi in una corsa tecnologica, ma soprattutto perché sentivo fortissima la mancanza di qualcosa: no, la mia archeologia non era neanche qui: dove era la creatività?

Giuliano De Felice reading
Giuliano De Felice si compiace di Racconti da museo- foto Maria Martinelli

Da scenografo a sceneggiatore

Sarà stato allora, dopo aver visto il millesimo rendering perfetto dell’ennesimo monumento in non so che progetto su non ricordo quale sito/parco/oggetto archeologico, che ho iniziato a intravedere una soluzione: io non volevo ricostruire, volevo raccontare! E ho capito che per farlo era necessario trasformarsi da ‘scenografi’ dell’archeologia (virtuale, digitale, globale, quella che preferite) in ‘sceneggiatori’ della stessa, o se preferite da ‘architetti’ in ‘registi’, da ‘tecnici’ in ‘creativi’. O, in una parola, da archeologi in autori.

Ho così iniziato a scoprire che per diventare autori servono tante cose. Quali? Vediamo un po’, così alla rinfusa: specifiche competenze tecniche, un’idea da realizzare… ma anche una metodologia e una disciplina di lavoro, perché la creatività è una cosa seria, è una vera e propria industria, con le sue leggi e le sue regole.

Ah, non vorrei essere frainteso: se si vuole raccontare i beni culturali serve anche un’altra cosa: aver studiato tanto. Archeologia, storia dell’arte, storia antica. E un’ultima cosa, oggi sono proprio distratto: per parlare al mondo contemporaneo, non si può non amare le arti e i linguaggi espressivi contemporanei: arte, teatro, musica, cinema innanzitutto.

L’archeologia secondo Giuliano De Felice

Eccola infine la mia archeologia digitale, quella che cerco di fare nei miei lavori e quella che provo a insegnare ai miei studenti. Può sembrare un labirinto apparentemente inestricabile fra tecnologie, creatività e linguaggi, ma in realtà è solo una terra poco conosciuta, da esplorare serenamente, bastano una buona mappa e una buona guida.

Oggi, a distanza di un quarto di secolo mi sento di aver davvero compiuto quello strano viaggio che racconto in Racconti da Museo. Solo che sull’isola ci sono arrivato come un naufrago, sbattuto sulla riva da una violenta tempesta nel Mare della Conoscenza. E lì, da solo, mi sono dovuto inventare un modo per sopravvivere, costruendomi competenze e lavorando con pazienza sulle idee e la loro fattibilità, sbagliando strada tante volte e ogni volta tornando indietro pieno di graffi e lividi, alternando momenti di difficoltà a momenti di soddisfazione, personale e professionale.

Non è stato un viaggio facile, ma un percorso lungo e tortuoso. Alla ricerca di un mio modo di raccontare quelle ‘storie dalla terra’ a cui tutti gli archeologi guardano come al fine del proprio lavoro.

 

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