Perché raccontare l’arte e i beni culturali

Enrico Ferratini, scrittore e cantastorie, spiega perché dobbiamo usare la narrativa per far sì che le opere d’arte prendano vita. Oggi più che mai

Raccontare l'arte Piero della Francesca
Piero della Francesca, Resurrezione. Particolare - da Wikimedia Commons

Quando ero piccolo avevo l’abitudine di aprire i libri del nonno sui pittori del Rinascimento e di ‘raccontare’ i quadri a mio fratello, che all’epoca aveva 4 o 5 anni. Nei miei racconti, ogni figura diventava un personaggio diverso, ogni gesto stava a significare qualcosa, che naturalmente non c’entrava nulla con i veri soggetti di quei dipinti, ma con le storie che improvvisavo sul momento.

Immagini che prendono vita

Così i capolavori di Leonardo, di Botticelli, di Paolo Uccello si trasformavano nei miei racconti in un carosello di situazioni assurde, di siparietti comici e personaggi da cartoni animati che facevano torcere dal ridere il mio piccolo ascoltatore. In questo modo, senza che nemmeno me ne rendessi conto, quelle immagini, che fino a un minuto prima parevano silenziose come pietre, diventavano vive, si animavano, e soprattutto rivelavano, anche ai nostri occhi di bambini, tutta la loro potenza espressiva.

Nei tempi recenti della nostra Storia è accaduto un fatto significativo: le immagini hanno smesso di parlare. Fino a poco più di cent’anni fa, qualunque dipinto, agli occhi di chi lo guardava, era prima di tutto una storia, il racconto di una storia. Adesso queste immagini, che pure conservano ai nostri occhi tutta la loro bellezza (chi non rimane ancora oggi incantato dalla ‘mano’ di Leonardo, dalle linee di Botticelli, dalle tinte di Tiziano?), sono diventate mute.

La pittura figurativa ha avuto nella nostra civiltà la funzione principale di raccontare storie a un pubblico che quelle storie non era in grado di leggerle, e che pure conosceva perché parte di una tradizione orale condivisa. La funzione di raccontare storie, nell’ultimo secolo, è naturalmente passata dalla pittura alle varie forme espressive basate sull’immagine in movimento, a cominciare dal cinema.

E, quasi senza che ce ne rendessimo conto, mentre questo processo avveniva i nostri dipinti si sono chiusi nel silenzio. Le storie che hanno raccontato per secoli, oggi le custodiscono come un segreto fra le pieghe della loro algida bellezza.

Io stesso, nella mia passione per la pittura, per molto tempo non mi sono curato affatto dei soggetti; quando un quadro mi piaceva mi piaceva per i suoi colori, per le sue linee, nulla di più. E chi era quel santo? Perché quella donna era vestita di stracci? Che si dicevano quei due soldati romani là in un angolo? Di tutto questo non m’importava.

Un ‘secondo occhio’

Questo ‘secondo occhio’ per la pittura l’ho aperto, paradossalmente, non a un corso di approfondimento di storia dell’arte, ma a un corso di tecniche base di racconto orale. Credevo che per imparare a raccontare storie bisognasse esercitarsi soprattutto sull’uso delle parole, e invece la prima cosa che ho imparato è che ciò su cui bisogna esercitarsi sono le immagini.

Oggi non tanti sanno che i principi su cui si fonda la nostra pittura sono gli stessi che stanno alla base del racconto orale. Ma è proprio così. Per imparare a raccontare bene una storia (operazione che presuppone il fatto di sentire quella storia nel profondo, di fare sì che ti appartenga come un ricordo di vita vissuta), bisogna prima di tutto visualizzare in maniera molto chiara i ‘quadri’ di quella storia, le sue immagini, in ogni dettaglio. Bisogna lavorare insomma come un pittore del Rinascimento, più che come uno scrittore. Quei quadri immaginari saranno poi il ‘canovaccio’ attraverso cui si racconteranno non tanto i fatti, ma soprattutto le emozioni della storia.

L’arte è racconto

Mano a mano che facevo questi esercizi mi rendevo conto che non solo mi stavo lentamente rimettendo in contatto con quella che per millenni è stata una pratica fondamentale dell’uomo, quella di raccontare storie oralmente; nello stesso tempo, stavo riscoprendo tutta la bellezza e il potere della grande pittura: ora gli affreschi di Giotto, di Masaccio, le tavole di Botticelli, non erano più ai miei occhi solo capolavori fatti di linee, colori, composizioni, ma anche e soprattutto delle geniali opere di racconto, di storytelling. Di colpo, quella pittura che io credevo di conoscere così bene, era tornata a raccontarmi le sue storie.

La perdita di interesse del pubblico per le arti figurative, oggi, si deve in grande misura alla perdita di contatto con i contenuti narrativi che quelle arti raffigurano. Lo storytelling è lo strumento che meglio di ogni altro può colmare questa distanza. Così come una volta i quadri servivano a fare da ponte emozionale fra le storie e le persone, oggi sono le storie che possono fare da ponte fra le persone e i quadri.

 

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