Quattordici altari spettacolari: nasce il Parco Archeologico dell’antica Lavinium

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Antica Lavinium, Santuario delle Tredici are, foto Teodoro Teodoracopulos

L’antica Lavinium: un luogo ricco di suggestioni e meraviglie

 

Sono tredici altari in tufo, grandi, imponenti. Quasi brutali nella loro arcaicità. Tredici rettangoli in fila uno dopo l’altro su una lunghezza di circa cinquanta metri. E ce n’è persino un quattordicesimo, defilato rispetto agli altri. Il colpo d’occhio è grandioso. Non serve fantasia a immaginare antichi sacerdoti che, uno dopo l’altro, versano offerte di vino e miele sugli altari, allora tutti dipinti di rosso. E poi portano un capro, lo trascinano, lui urla e si dimena, pare difficile trattenerlo, ma non appena raggiunge la sommità dell’altare zac! il coltello del sacerdote affonda nella sua gola. Il sangue schizza, sgorga verso le canalette scavate nel tufo. Il suo odore pungente si diffonde, rende l’aria irrespirabile ma nessuno si scompone: tutti, sacerdoti e astanti, sanno che sull’altare è accaduto qualcosa di grande.

Siamo nell’antica Lavinium, oggi Pratica di Mare a una trentina di chilometri da Roma tra la via Pontina e il mare, tra Pomezia e Torvaianica. Siamo nella città fondata dal profugo Enea nel punto del Lazio dove sbarcò, ponendo le basi della Roma futura. A pochi passi dagli altari c’è persino l’heroon di Enea descritto già dallo storico Dionigi di Alicarnasso, cioè il tumulo di VII secolo a.C. (trasformato nel IV a.C. in monumento) che gli antichi ritenevano dedicato alla memoria del grande troiano. E’ insomma un luogo ricco di suggestioni e meraviglie, nel cuore di un lembo di campagna romana rimasto miracolosamente intatto. Un luogo che, come si suol dire, se l’avessero all’estero sarebbe pieno di turisti e noto in tutto il mondo. Ma lo sarà, forse, in futuro. Per ora cominciano le visite guidate su prenotazione, una al mese a partire dal 7 gennaio, ed è già un passo avanti. È stato infatti siglato un protocollo d’intesa tra la Soprintendenza per l’archeologia, le belle arti e il paesaggio per l’area metropolitana di Roma, e il Comune di Pomezia che si è impegnato a gestire le visite, nonché un secondo protocollo per la promozione turistica dell’intero territorio, tra il Comune e la famiglia Borghese proprietaria dei terreni. La famiglia che dal 1955 a oggi ha consentito agli archeologi dell’Istituto di Topografia dell’Università di Roma “La Sapienza” di indagare questo luogo ricco di glorie e memorie, e lo circonda tuttora di campi di grano e bufale al pascolo, mentre intorno le industrie e l’edilizia informe regnano sovrane.

Il santuario ” delle tredici are” e le origini della potenza di Roma

Il santuario “delle tredici are”, come tutti lo chiamano oggi, è in realtà poco fuori le mura dell’antico centro urbano, nel luogo dove sgorgava una sorgente, e lungo la via che portava al mare, al vero luogo dello sbarco di Enea. Lì, dov’era un tempo una laguna interna, Enea trovò fonti d’acqua fresca per dissetarsi e vide una scrofa, come gli era stato predetto. Seguì la scrofa per 24 stadi (antica unità di misura pari a 185 metri) fino a un’altura dov’ella partorì 30 cuccioli, e dopo il parto la sacrificò: perché gli aveva indicato dove fondare la sua città e porre fine al suo peregrinare. La leggenda nasconde molte verità perché a Lavinium si celano davvero le origini della potenza di Roma. L’insediamento sull’acropoli, dove poi sorgerà il borgo medievale di Pratica di Mare, risale addirittura all’età del bronzo, e le ricche tombe dalle necropoli di XI e X secolo a.C. narrano di un luogo abitato da gente potente. La città vera e propria, invece, fiorì tra il VI e il V secolo a.C. quando era luogo di transito e mercato per i Greci diretti alle miniere dell’Etruria. Era una città un po’ greca, un po’ latina e un po’ etrusca: gli oggetti trovati nelle tombe e nei santuari rimandano a tutte le culture tirreniche dell’epoca. Poi però perdette importanza, forse perché il suo porto si interrò, ma continuò comunque a vivere per tutta l’epoca antica. I suoi santuari, in particolare, prosperarono: era diventata una “civitas religiosa” come la cantò l’oratore Simmaco ancora nel IV secolo d.C. Le “tredici are” non furono costruite tutte assieme ma in tempi diversi fino alla fine del IV secolo a.C. E lì vicino c’era un grande edificio, parte monastero e parte cucina per i pasti rituali dopo i sacrifici. E c’erano fornaci dove si sono forse plasmati molti degli ex voto trovati colà. E il bel tumulo che, se non di Enea, fu sicuramente la tomba di colui che fondò la città. Era insomma un santuario importante per le antiche genti del Lazio, un luogo dove ritrovavano la loro unità.

Il santuario di Minerva

C’era però a Lavinium anche un altro santuario molto grande dedicato a Minerva, dall’altro lato della città verso i colli. Lì giovani donne e fanciulli si recavano per augurarsi un felice matrimonio, o un felice passaggio all’età adulta. Offrivano alla dea statue in terracotta, spesso anche a grandezza reale, che li ritraevano in atto di offrire una colomba o una melagrana, simboli di pace e prosperità, oppure una palla o una trottola, giochi di fanciulli da abbandonare per sempre. E tutti questi fanciulli e fanciulle – oltre un centinaio – sono i protagonisti del piccolo ma splendido museo che dal 2005 racchiude in sé tutte le storie e le leggende di Lavinium. Per le molte iniziative che promuove è diventato oramai un punto di riferimento significativo per la comunità di Pomezia, è elogiato su Facebook (con 6400 follower) e su Tripadvisor, e ha una buona pagina su Wikipedia. Ad accogliere chi entra, da vera padrona di casa, è ovviamente la grande statua di Minerva armata, l’austera “Tritonia virgo” celebrata da Virgilio nel canto XI dell’Eneide, nume tutelare delle donne latine. Lavinium, insomma, era anticamente una meta di pellegrinaggio davvero importante. Oggi si prepara ad accogliere i visitatori, sempre più numerosi. Chi ancora non la conosce, si affretti. Merita davvero.

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