Petrolio e archeologia, cosa c’è di nuovo

Il voto di domenica 17 aprile è sempre più vicino: gli italiani dovranno decidere sulle estrazioni di idrocarburi entro le 12 miglia dalla costa. Nel frattempo, nuovi dati emersi proprio a pochi giorni dalla consultazione confermano: archeologia e petrolio non vanno proprio d’accordo

Priolo, archeologia, petrolio
Il polo di Priolo
​Al quesito referendario “Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?”, la redazione di Archeostorie, come ricorderete, si è già schierata per il Sì. E i motivi sono diversi: vicino alla costa si trovano le aree marine protette; le piattaforme a cui rinunceremmo rappresentano meno del 4% del fabbisogno energetico nazionale (che peraltro è in calo); se vincessero i Sì, il legislatore non potrà più rimuovere il divieto di cercare ed estrarre idrocarburi entro le 12 miglia dalla costa; l’inquinamento vicino alle piattaforme estrattive rappresenta un danno per la pesca e per il turismo costiero.

Da Legambiente, qualche dato in più

Nei primi giorni di aprile, proprio in vista della consultazione, l’associazione ecologista Legambiente ha pubblicato alcuni dati che fanno ulteriormente riflettere sui rischi effettivi delle estrazioni petrolifere nel nostro paese. Quelli che ci interessano maggiormente riguardano le royalties e il degrado che investe alcuni siti archeologici toccati dalle attività petrolchimiche.

Niente soldi se si estrae poco

Uno degli argomenti principali dei fautori del No riguarda le cifre ingenti, appunto le royalties, pagate dalle compagnie petrolifere alle regioni in cui si estraggono gli idrocarburi nostrani (prima fra tutte, la Basilicata) per “tamponare” i danni arrecati. Queste cifre ammonterebbero al 10% del guadagno delle compagnie stesse e servirebbero a finanziare diverse attività locali, dalle sagre di paese alla valorizzazione dei beni culturali.

Ma – e qui sta la beffa –  secondo le indagini di Legambiente chi estrae idrocarburi non è sempre costretto a pagare (e quindi a finanziare le attività benefiche di cui sopra). Entro le prime 20mila tonnellate di petrolio prodotte ogni anno sulla terraferma, le prime 50mila tonnellate di petrolio prodotte in mare, i primi 25 milioni di metri cubi standard di gas estratti a terra e i primi 80 milioni di metri cubi standard in mare, non si deve pagare assolutamente nulla. Secondo l’associazione, dunque, nel 2015, su 26 concessioni eroganti,  solo 9 hanno pagato le royalties; le altre sono tutte rimaste sotto la franchigia, senza elargire nemmeno un euro ai territori occupati dalle piattaforme. Tra gli altri privilegi concessi a chi sfrutta le fonti fossili e segnalati da Legambiente, anche la deducibilità dalle tasse delle stesse royalties (a beneficio delle imprese del settore), i canoni bassissimi per prospezione, ricerca, coltivazione e stoccaggio degli idrocarburi, i finanziamenti da enti pubblici.  A questa situazione, si aggiungono gli ostacoli alla crescita delle rinnovabili: sempre secondo l’associazione, alle aziende che producono biometano (per esempio, da scarti agricoli) è vietato immettere il proprio prodotto in rete, eliminando di fatto dal mercato un’alternativa sostenibile al gas fossile.

Megara, petrolio,
I siti di Thapsos e Megara Iblea soffrono per l’inquinamento dovuto alla raffineria.

Siti archeologici inquinati

Il dossier di Legambiente “Sporco petrolio” denuncia le responsabilità del settore petrolifero nella perdita dei contesti in alcuni siti archeologici e il grave inquinamento di altri. Al centro dell’attenzione è l’area della Erg Petroli in provincia di Siracusa, situata tra Melilli, Priolo Gargallo e Augusta, per la quale negli ultimi mesi la Procura ha aperto 13 fascicoli per reati ambientali. Le attività del polo petrolchimico hanno da tempo provocato gravi danni al sito protostorico di Thapsos, nel comune di Priolo, dove è stato costruito uno dei pontili maggiormente sfruttati per il trasporto del greggio ragusano.
Nonostante i finanziamenti elargiti dalla stessa Erg Petroli, che per esempio ha sostenuto il recupero della necropoli di Thapsos, l’area sarebbe comunque in pericolo. A detta di Sebastiano Tusa, Sovrintendente del Mare della Regione Siciliana, “i fondi elargiti per compensazione  sono sicuramente utili, ma questo non toglie che il sito sia ormai compromesso e il contesto ambientale perduto”.

Inoltre l’area nei dintorni del polo, sia a terra che in mare, è tutta inquinata. In mare, lo dimostrano anche le prime indagini che gli archeologi subacquei stanno conducendo su un relitto ellenistico romano con un carico di avorio rinvenuto a un miglio a sud di Thapsos. “I reperti e i campioni di sabbia finora raccolti – rivela Tusa – sono tutti inquinati.”

A terra, molti dei siti archeologici della zona – una delle più ricche di Sicilia e del Mediterraneo – sono “vittime” del polo petrolchimico. Continua Tusa: “la perdita dei contesti e i danni ambientali sono gravissimi. Chi va a Megara Iblea, per esempio, vede il sito circondato da enormi tubazioni e impianti, e la lettura dell’area è totalmente compromessa. Il polo ha inoltre prosciugato i corsi d’acqua: fiumi che alimentavano ricche coltivazioni – soprattutto agrumeti – sono ormai a secco.”

E il turismo? Per l’archeologo, in quest’area è praticamente inesistente, mentre dovrebbe essere il vero settore di punta e da potenziare dell’area. Ma questo lo sapevamo già.

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