Il patrimonio culturale fra paure e speranze – seconda parte

La seconda e ultima parte del testo integrale del magistrale discorso tenuto da Daniele Manacorda il 31 marzo scorso all’Università di Messina nell’ambito dell’incontro Il patrimonio culturale di tutti, per tutti. Una lunga lista di paure per il nostro patrimonio culturale – che sono soprattutto paure del cambiamento -, e di relative speranze che invece si dovrebbero coltivare. E trasformare in opportunità per il presente e per il futuro

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Catania, Piazza Stesicoro, patrimonio culturale
Catania, piazza Stesicoro e l'Anfiteatro romano, via Wikimedia Commons, attr. Carlo Pelagalli

Paura della contaminazione tra patrimonio e creatività

A proposito di anfiteatri (nella prima parte si era ricordato il dibattito sul ripristino dell’arena al Colosseo), penso al caso fortunato dell’anfiteatro di Catania, dato recentemente in gestione all’IBAM del CNR, un ente pubblico di grande prestigio, che ha prodotto uno splendido lavoro di ricostruzione virtuale dell’anfiteatro. E’ un esempio da seguire, per affidare la gestione di tanti altri monumenti e siti di tutta Italia, tutte le volte che le condizioni lo suggeriscano (non, dunque, nel caso del Colosseo, ma certamente sì per l’anfiteatro di Catania), al meglio delle esperienze creative del nostro paese, offrendo pezzi di patrimonio a chi sappia meglio indicare forme e modi tali da farlo meglio conoscere (la gestione aiuta la ricerca), conservare (garantisce la tutela), comprendere (sostiene la valorizzazione).

Naturalmente anche questo suscita paure. Meglio tenere gelosamente chiusi al pubblico e aperti alle ortiche centinaia di siti che la mano pubblica non riesce a tenere in ordine, piuttosto che affidarli a chi abbia un progetto praticabile di uso. Non si sa mai. Ma paura di che? di scoprire che è semplicemente impensabile che un patrimonio come quello italiano sia monopolisticamente gestito da una pubblica amministrazione in affanno? Non è meglio allora sentirsi in tanti impegnati sullo stesso fronte della conservazione partecipata e condivisa? O piuttosto è paura che gli italiani affidatari possano trattare ancor peggio quello che la mano pubblica già maltratta? Quali possono essere, dunque, i soggetti di una gestione allargata e partecipata? A mio giudizio chiunque dia, nel pubblico e nel privato, le garanzie richieste. Credo che la cosa più importante sia avere chiara la direzione verso cui stiamo andando, avendo curiosità del nuovo, speranza nel nuovo per innovare conservando e conservare innovando. 

Questa paura di aprire il patrimonio alla società ci fa stare abbarbicati a un ‘gestisco tutto io, perché così proteggo il patrimonio’ pur di non camminare all’aperto lungo le praterie indicate dall’art. 118 della Costituzione, ignorato da molti, che invita le pubbliche amministrazioni a fare proprio il contrario, e cioè a “favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale”. Attività infatti ampiamente diffuse nel campo sanitario, sociale, ambientale, ma considerate improponibili quando si parla di patrimonio culturale.
Quanto lavoro, quanta ricchezza pulita si potrebbe creare attraverso il coinvolgimento di  cooperative, di società, di ditte indi­viduali, di ONLUS attive nel ‘terzo settore,’ che potrebbero assicurare la pulizia, il decoro e la frequentazione sociale di tanti siti malmessi e abbandonati, senza nulla to­gliere a una difesa intransigente degli spazi d’intervento pubblico non delegabili a privati, ma permettendo, ove possibile, a questi ultimi di “agire con criteri aziendali, perseguendo i loro obiettivi d’impresa senza vincoli im­propri”.

Paura di aprirsi al ‘privato’ e ai cittadini

Questi discorsi attivano subito in qualche fetta di opinione pubblica, invece che speranze, paure e fantasmi. La società che spettacolarizza tutto, a partire dal dolore, ha paura della contaminazione tra patrimonio e creatività. Di fronte alle grida che si levano contro l’uso sociale dei monumenti, sbrigativamente liquidato come location, personalmente continuo a interrogarmi sul ruolo cardine della ricerca storica, alla quale chiediamo di aiutarci a comprendere il senso dei luoghi, la loro più intima vocazione, sempre mutevole, che nasce da quell’instabile equilibrio che lega sempre fra loro la conservazione e la trasformazione degli spazi nel tempo.

Inutile dire che anche queste paure sono figlie della grande Paura, quella con la P maiuscola, che confonde l’iniziativa sociale dei cittadini, singoli o associati, con l’apertura, il cedimento, la svendita al privato. Il risultato di questa paura è che spesso lo Stato si comporta da privato nei confronti dei cittadini, come ha fatto per decenni, ad esempio, negando la libera riproduzione del patrimonio culturale custodito nei nostri musei (e non ringrazieremo mai abbastanza il ministro Franceschini di averci liberato di questa vergogna nazionale, anche se restano alcuni passi decisivi da fare).

Anche in questo caso le speranze vanno dunque nel senso di un deciso cambio di mentalità. Quando si discute, e per fortuna oggi si discute, di open access nei beni culturali, si tratta di ribaltare la visione di chi pone l’accento sul definire che cosa debba essere open, chiarendo quello che debba, forse, non esserlo: un modo opposto di considerare il problema, che guarda con speranza e non con paura al protagonismo della cittadinanza.

Paura degli ‘interessi’ degli sponsor

C’è poi chi pensa che nel mondo del patrimonio i cittadini siano benvenuti quando si presentano sotto l’aspetto degli sponsor. Ma attenzione! qualcuno potrebbe dare risorse per il patrimonio per una sua convenienza (magari chiedendo che si dica che i soldi ce li ha messi lui: e francamente non vedo dove sia il male; oppure ottenendo una detrazione fiscale, finalmente introdotta dal ministro, anche se per ora solo per i beni di proprietà pubblica). Lo sponsor può andare bene se dà i soldi e stop, filantropicamente, altrimenti il suo denaro sporca il patrimonio e la sua bellezza, notoriamente avulsa da ogni dimensione economica. Bella cosa la filantropia, tipica dei tempi dell’ancien régime, quando le cose erano quelle che erano, le strutture politiche e sociali erano indiscutibili, e il bene lo facevi per pulirti l’anima in attesa del purgatorio. I tuoi soldi non mi piacciono, ma mi servono: me li dai, e contèntati se ti diciamo, forse, grazie. Ne va della dignità del patrimonio.

Quanta ipocrisia genera questa improvvida paura! Che cosa è la dignità del patrimonio? Attenzione, queste paure non le abbiamo solo noi. Atene dice no a Gucci: “Sull’Acropoli non si sfila”. “Secondo la stampa ellenica – recita Repubblica – la casa di moda fiorentina aveva offerto 2 milioni in lavori di restauro in cambio di 900 secondi di sfilata… la Commissione archeologica è stata inamovibile: «Il valore e il carattere dell’Acropoli è incompatibile con un evento di questo tipo»”. Già: di quale tipo? Qualcuno aveva proposto di fare del Partenone un club a luci rosse? o di svolgere all’Eretteo un raduno mafioso? o di usare la spianata dell’Acropoli per testare un nuovo tipo di bomba-kamikaze? No. Si trattava – dice la stampa – di un quarto d’ora di sfilata di moda. Non è la moda uno dei feticci del nostro tempo, una delle icone della comunicazione globale, una delle aspirazioni di tanti giovani che non vogliono più fare i sarti ma gli stilisti? Non è un’industria culturale che ci pervade e crea ricchezza? Dov’è il conflitto, se non nella testa impaurita di chi pensa di difendere il patrimonio separandolo sempre di più dal mondo che dovrebbe invece conoscerlo, amarlo, proteggerlo, viverlo?

Paura di ledere la ‘dignità’ dei monumenti

Che cosa è la dignità di un monumento? come la si difende, se non liberandosi di quell’aura di religiosità che mette l’arte e la storia su di un piedistallo, non per vederle meglio, ma per allontanarle da noi? Ci sentiamo bravi e colti se uno stadio ospita un concerto di musica lirica con le grandi voci del nostro tempo, ma se il teatro San Carlo di Napoli ospita per una tranquilla serata un campione del calcio, Diego Armando Maradona, che coinvolge milioni di persone, gridiamo alla lesa maestà, alla offesa della dignità del tempio della musica… Ma di cosa stiamo parlando?

Pensiamo, ad esempio, alla nostra gigantesca rete museale e alla sua cronica mancanza di servizi: figlia sì di una cattiva amministrazione, ma soprattutto di una mentalità che ha considerato i servizi (cioè ciò che rende la vita più gradevole da vivere) come un accessorio marginale, quasi che l’approccio alla cultura debba scontare una sorta di pedaggio da pagare, invece che giovarsi di un incentivo a goderne. Niente ristoranti, niente bar, niente sale per i bambini, niente che spinga le famiglie a fare delle ore passate al museo un momento di letizia da estendere nel tempo, e non un momento di compunta ritualità verso il sacro dell’arte. E quindi niente guide chiare e a buon prezzo, o addirittura niente bookshop. E qui scatta l’ansia, anzi la paura che ciò che si vende all’interno di un museo non sia all’altezza della sua dignità, che da una rete di musei desolatamente privi di servizi si passi al museo bottega del kitsch: una capitolazione inaccettabile di fronte al gusto popolare.

Paura di un merchandising museale troppo kitsch

Potremmo parlare allora del kitsch, di cui si parla almeno dagli anni Cinquanta, come una forma di reazione ‘dal basso’ all’elitarismo di certa cultura contenta di sé e scontenta del mondo. Per parte mia ritengo che non ci sia nulla di male se un museo vende oggetti kitsch, che sono diventati a loro volta oggetto di collezionismo. Più che sollevare diatribe fondate sul nulla, penso anche che un museo, qualunque tipo di museo, raggiunga la sua funzione più vera quando sappia rappresentarsi come un luogo in cui si cerca di raggiungere quella armonia che nasce dalla percezione dell’equilibrio che regola i contesti: un museo, dunque, dove sia difficile incontrare distonie, dove il contesto riesce a rappresentarsi esteticamente. La merce che troviamo nel bookshop dovrebbe essere, insomma, merceologicamente armonica con il museo che la propone, e quindi di qualità. Detto in termini di economia aziendale, dovremmo stare attenti – come suggerisce Massimo Montella – a che i prodotti offerti dentro un museo non sviliscano il prestigio del brand, non tolgano valore alla sua offerta, anzi la rafforzino, diffondendo la sua immagine migliore.

Questo obiettivo può far sì che il pubblico si domandi perché mai proprio nel museo ci sia effettivamente qualcosa di meglio della solita paccottiglia, e abbia voglia di tornarci non per comprare, ma per vedere perché questo luogo proponga cose di migliore qualità. E’ un po’ anche questa la sfida che abbiamo di fronte. Ed è questo il compito degli addetti ai lavori. Porte aperte, dunque, senza paure, con maggiore fiducia nel pubblico e in noi stessi.

Paura di condividere il patrimonio con i cittadini

La promozione della cultura voluta dalla nostra Costituzione viene ancora sentita come una elargizione offerta ai cittadini, secondo una visione pedagogica tipica di certe élites, che si sentono custodi del patrimonio culturale. Altri, invece, ritengono che la ragione sociale del nostro lavoro sia sì studiare e tutelare, ma anche far capire le cose, trasferendo le informazioni a chi non le ha (per esempio, scrivendo didascalie comprensibili nei musei) ma anche agendo in modo tale che la cittadinanza percepisca il patrimonio come una proprietà collettiva da rivivere in forme vitali, anche allegre. Non ho mai capito perché un muro di mattoni rotti debba essere guardato parlando a bassa voce, quasi a officiare un rito di cui non si capiscono il senso e il fine. Ai miei colleghi a volte mi trovo a domandare: non è che il nostro amore per il patrimonio qualche volta è troppo geloso? o miope? o contento di sé? Se vogliamo davvero offrirgli un futuro, dobbiamo non solo conoscerlo, ma anche condividerlo: il nostro compito di studiosi, oggi, in fondo è tutto qui.

Coraggio e passione civile. E un futuro nelle mani dei giovani

Chiudo dunque osservando che il superamento delle paure implica anche il coraggio, la passione civile dei singoli; il coraggio non ce l’ha una categoria o una corporazione, il coraggio ce l’hanno i singoli che si rendono conto delle proprie responsabilità, ciascuno per la sua parte. Tutti possiamo dare una mano perché l’innovazione prenda slancio, ma l’innovazione di un paese non la fanno i settantenni; i settantenni che vogliono essere in sintonia con il proprio tempo possono cercare di tamponare il danno che i loro coetanei fanno per voler continuare a fare quello che hanno sempre fatto. Ma sono le generazioni nuove, quelle che rischiano di essere strangolate dal mercato del lavoro e quelle che torneranno a casa oggi dicendo forse che hanno capito poco di quel che ci siamo detti, sono quelle che devono prendere in mano il loro futuro. Combattendo la paura, coltivando la speranza, creando le occasioni che possano trasformarla in opportunità per il presente e per il futuro.

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