Ovidio: una mostra bella ma poco pop

Una grande mostra per un grande poeta, Ovidio, il cantore dell’amore. Con una comunicazione poco centrata

Mostra Ovidio, Kosuth e Venere Callipigia
Mostra Ovidio, Kosuth e Venere Callipigia - foto Teodoro Teodoracopulos

I titoli sono importanti. E intitolare una mostra semplicemente Ovidio non fa un bel servizio al poeta dell’amore. La bella mostra alle Scuderie del Quirinale che celebra i duemila anni dalla morte del grande poeta latino, doveva colpire più nel segno, catturare anche chi non ha mai sentito il suo nome.

Perché non usare invece un titolo che furoreggia da duemila anni come L’arte di amare? Perché non trasmettere subito il messaggio che non è solo una mostra di cose antiche ma Ovidio ha cantato l’amore di ogni tempo? Magari con una grafica che spacca? Insomma, Ovidio ha tutte le carte in regola per sbancare al botteghino. Se non lo fa, è anzitutto colpa del titolo.

Tutte le passioni del mondo

Perché poi, una volta entrati, tutti si divertono a scoprire come Ovidio ha indagato le pieghe più recondite della passione: le bellezze e le tenerezze ma anche le ossessioni, le violenze, gli inganni, i tradimenti, le sopraffazioni a cui ci può spingere. Come egli ha dettato per tutti, uomini e donne, le regole della seduzione e del bon ton, dell’amare e dell’essere amati. Come ha narrato i miti d’amore antichi usando un linguaggio così preciso e visivo da essere stato tradotto subito in immagini dagli artisti contemporanei e poi dai moderni, plasmando di fatto l’immaginario occidentale.

E ancora tutti stupiscono quando scorgono Narciso, Ermafrodito, Pigmalione e scoprono che ce li ha fatti conoscere Ovidio. O si accorgono che le parole dell’amore, quelle che anche loro hanno usato tante volte, sono versi del grande poeta. “In amor vince chi fugge”; “non posso vivere né con te né senza di te”; “l’amore è una battaglia”. Chi non le conosce?

Mostra Ovidio, Ermafrodito
Mostra Ovidio, Ermafrodito – foto Teodoro Teodoracopulos

Visività dei versi di Ovidio

La mostra celebra al meglio la fama imperitura del poeta. Pensata e strutturata in modo chiaro, preciso, didascalico, mostra i versi eterni di Ovidio attraverso sculture, pitture, vasi, gemme, oggetti d’arredo di ogni tempo. Ci aiuta a riscoprire i miti antichi magari arrugginiti o confusi nella nostra memoria. Ci fa ammirare il coraggio di Dafne, pronta a farsi tramutare in alloro pur di non sottostare alle violenze di Apollo. E quello di Arianna, pronta a tradire i suoi per aiutare Teseo. O il dramma di Niobe che vede i suoi 14 figli uccisi dalle frecce di Apollo e Artemide, e dalla disperazione diventa pietra mentre “ancora dal marmo sgorga del pianto”.

E ancora quel fedifrago e violentatore seriale che fu Giove, innamoratosi di Europa, Leda, Danae, Io e mille altre. O Plutone che rapì Proserpina. Ippolito che rifiutò l’amore della madre Fedra. Il dramma di Piramo e Tisbe, senza i quali Romeo e Giulietta non sarebbero esistiti.

Si percepisce, lungo tutto il percorso, l’anima di Francesca Ghedini, curatrice ma anche fulcro di un gruppo di lavoro dell’Università di Padova che indaga storie, ‘visività’ e fortuna di Ovidio da oramai dieci anni. La mostra è il coronamento di questo immane lavoro, la sua condivisione con tutti noi. E funziona.

Ovidio Piramo e Tisbe
Mostra Ovidio, Piramo e Tisbe – foto Teodoro Teodoracopulos

Comunicazione questa sconosciuta

Quel che funziona meno è l’apparato di comunicazione: troppo paludato o troppo approssimativo. Paludato è innanzitutto il luogo, che sicuramente il nostro tombeur de femmes, amante del lusso e delle feste trasgressive, avrebbe frequentato a denti stretti. Paludato è l’allestimento: pensato e costruito molto bene per evidenziare temi e oggetti, ma troppo algido, diciamo troppo ‘augusteo’ per un poeta che dal moralista Augusto fu mandato in esilio.

Soprattutto, però, mancano idee capaci di rendere lo spirito libertino del poeta. Idee giocose magari, perché per lui la vita fu gioco. Idee capaci di far avvicinare tutti ai suoi versi. Neppure l’audioguida viene in aiuto, utile solo quando recita qualche verso. Anche in quel caso, però, trasmette pura emozione e non la caleidoscopica fantasia del poeta. Sarebbe bastato far parlare Ovidio stesso, affidare alle sue parole -un po’ scanzonate e non auliche- il racconto del percorso della mostra. Un artificio, certo, ma anche un modo per costruire dialoghi immaginari tra noi moderni e il poeta.

I visitatori ricevono poi gratuitamente un libriccino con un testo di Piero Boitani: molto bello ma chiaramente scritto per altro scopo, mentre ci si aspetterebbe un companion per la mostra. E comunque una lettura ‘colta’ che aiuta ad approfondire ma non è alla portata di tutti. Accessibile è invece una piccola guida del costo di 5 euro. 5 euro oltre il biglietto: poco accessibile economicamente. E in tutta sincerità, piuttosto generica.

Che dire? Peccato. Ovidio avrebbe avuto gli ingredienti giusti per stupire tutti e al contempo raccontare a tutti qualcosa del mondo antico, per fare del vero edutainment che non è una parola brutta ma la chiave per stimolare curiosità nella gente. Per far divertire, appassionare e al contempo imparare. Bisogna saper cogliere il tono giusto, rimanere su quel filo sottile senza scadere nel trash né nella noia. Non è facile, è un lavoro serio e certosino che richiede tempo, studio e dedizione. È arte. Ma se vogliamo far dialogare davvero il passato con l’oggi, è quella la via. Non c’è scampo.

 

Ovidio. Amori, miti e altre storie
Roma, Scuderie del Quirinale
fino al 20 gennaio 2019
info: www.scuderiequirinale.it

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