L’officina di Racconti da museo: storia di uno storico che voleva imparare a scrivere e a raccontare

Antonio Brusa ci racconta le sue avventure alla ricerca di chiarezza e semplicità nel raccontare la storia. E i molti (e malevoli) ostacoli incontrati per via

Antonio Brusa
Antonio Brusa con Racconti da museo

Lisia, no, pure lui! un altro mito crollava, e la colpa era di Luciano Canfora che mi spiegava, nella sua Storia della letteratura greca (Laterza), che quello che io avevo idolatrato come il campione dello scrivere pulito – attico – non era altro che un’antologia compilata da un furbone alessandrino che ci aveva appiccicato quel nome famoso, giusto per vendere qualche copia in più. Mi ero lasciato abbindolare da una raccolta di brani scompagnati.

Un modello, cerco un modello!

In dieci righe, Canfora smontava il mio modello di scrittura (basta con le infiorettature barocche: eleganza e semplicità come il tubino di Audrey Hepburn). Mi lasciava col bisogno di altri da imitare. Vi spiego: non essendo uno scrittore baciato da madre natura, pensavo che rubare ai grandi qualche trucco del mestiere avrebbe reso meno penose quelle pagine che, da giovane ricercatore di storia, avevo in animo di riempire.

Abbandonato Lisia, mi rivolsi a Sciascia: una scrittura logica e profonda, un siciliano che sembrava un illuminista francese. Magari, saper scrivere come lui! Anche un poco. Oppure: Diderot! Sì lui. E dàgli a imitare e – di francese in francese, siamo negli anni Settanta e dovete comprendere che ero veramente alle prime armi – caddi in braccio ai Nouveaux Phylosophes. Oggi non se li fila più nessuno. Allora imperversavano nei media e nelle riviste, alla Fusaro per intenderci. Uno stile oracolare: ‘annunciavano’ verità che poi nascondevano sotto parole oscure, quasi che dovessero essere comprensibili solo agli iniziati. Confesso con amarezza: ci cascai. Ed era la seconda volta.

Cultura italiana per i migranti (cioè noi)

Mi salvò una botta di realtà, a Berna, alla metà degli anni Ottanta. Ero con un gruppo di docenti italiani all’estero. Erano andati là (diceva il governo) per insegnare ai figli dei nostri emigranti la ‘cultura italiana’ che loro rischiavano di smarrire, visto che frequentavano scuole straniere. Chi aveva fatto questa bella pensata non aveva nessuna idea di quei ragazzini che non parlavano nemmeno italiano, dal momento che si esprimevano in un misto di dialetto originario e di dialetto locale.  E che, oltretutto, non erano particolarmente smaniosi di apprendere le glorie della madrepatria.

Così pensammo che l’unico servizio che l’Italia poteva rendere a questi suoi piccoli cittadini fosse di metterli in grado di andare bene nella loro scuola (quella svizzera). E, per quello che era la nostra specializzazione, di imparare a studiare storia, e di farlo bene. Raccontare la storia in italiano a ragazzini che non praticavano l’italiano. Questa fu la mia vera botta di realtà.

Dovevamo scrivere dei testi facili, e quindi cominciammo a semplificare i testi che avevamo scelto. Alt! so che vi sta venendo un conato di vomito, pensando ai testi facilitati che circolano oggi per infierire sui ragazzi con problemi di apprendimento. Avete ragione, sono insulsi e vuoti. Perciò, vomitate con calma e continuate a leggere.

Togliere le difficoltà inutili conservando la ricchezza dell’informazione

La nostra scommessa fu che in questa riscrittura non dovevamo perdere una briciola della complessità storica del fatto da raccontare. Senza questa, infatti, non vale nemmeno la pena di insegnare che sono esistiti i romani, o che qualcuno è andato a scoprire l’America. Semplificare, quindi, significava togliere ai testi le difficoltà inutili, a volte così usuali che non ce ne accorgiamo nemmeno, ma conservare per intero la ricchezza dell’informazione.

Un esempio di queste difficoltà? Eccolo. A noi storici piace molto parlare per metafore. “L’attacco al cuore dello Stato”, “i meccanismi del potere”. Sono metafore elementari, per carità. Non sottili e curate come quelle dei poeti. Braudel aveva scritto, addirittura, che lo storico usa le catacresi, cioè quelle metafore così scontate che nessuno ci bada più, come “le gambe del tavolo”. E aggiungeva di suo “le onde della storia”, perché – come abbiamo studiato – secondo lui “la storia è un mare”.

Purtroppo questi ragazzi, non avendo alcuna idea di metafore e catacresi, quando sentivano parlare di “onde della storia”, pensavano alle vacanze. Facevi leggere che “Ottone I riprese il disegno imperiale di Carlo Magno, mentre Ottone III disegnò un futuro del tutto diverso”, e loro ne ricavavano che gli Ottoni fossero una famiglia di pittori, magari importanti.

Da una parte, quindi, studiavamo la lingua, Tullio De Mauro spolpato all’osso. Dall’altra, provavamo con questi ragazzi fino a che centravamo l’obiettivo: capirci senza bisogno di delucidazioni. Costruito il modello, lo spiegammo agli altri colleghi che, nel frattempo, continuavano a dannarsi l’anima con la ‘cultura italiana’. Piacque. E cominciammo a scrivere tutti insieme, a leggerci vicendevolmente, a verificare in classe, a riscrivere.

Diventare un modello. Ma non per tutti

Alla fine, ecco pronti dieci capitoli di storia che filavano lisci lisci. Cinque anni di lavoro, un centinaio di insegnanti, e classi che finalmente funzionavano. Al punto che gli svizzeri si incuriosirono. Mandarono una ricercatrice, che ci studiò e scrisse una tesi. Questa venne letta dal Ministro federale dell’Istruzione. Quindi la Svizzera decise di presentare il nostro lavoro all’Ocse come un “prodotto della Federazione Elvetica”. Ci propose come modello alle altre comunità migranti. Eravamo entusiasti, come immagino anche voi che state leggendo. Il genio italiano all’estero!

Fermi: questa non è una storia a lieto fine. Proprio nell’anno della nostra consacrazione svizzera, il MAE (dipendevamo dal Ministero degli Affari Esteri) inviò un’ispettrice che non gradì quello che stavamo facendo e annullò il progetto “con decorso immediato”. Era il 1992. Gianni De Michelis, allora Ministro degli esteri, dichiarò che dei soldi spesi nelle scuole non se ne accorgeva nessuno. Occorreva visibilità. Meglio darli a un cantante o a un grande relatore che attrae il pubblico e tiene alto il nome dell’Italia. Dopo un po’, quelle scuole chiusero tutte.

Scrivere nuovi manuali

Alla fine ero l’unico che ci aveva guadagnato. Avevo imparato che si possono dire cose difficili con una lingua facile. E avevo imparato a farlo. Andai da un editore, gli brillarono gli occhi e mi invitò a scrivere un manuale per la scuola media. Nel contratto feci mettere una sperimentazione. Vuoi vedere che i ragazzi residenti in Italia sono diversi dai figli degli emigrati? Quindi chiesi a una ventina di insegnanti di provare i miei testi, man mano che li scrivevo. Rigorosamente in bianco e nero, senza illustrazioni. Dovevano leggere senza commenti e senza spiegazioni, e poi chiedere ai ragazzi che cosa avevano capito.

Ricordo il primo report, di mia moglie Luciana, anche lei insegnante. Mi si piantò davanti con le braccia conserte e gli occhi diritti nei miei: “E mo’?  e che faccio ora, visto che è inutile spiegare il testo?”. Ovviamente sprizzava felicità: meno tempo per la spiegazione voleva dire più tempo per fare altro, inventare, discutere, scrivere, ragionare insieme. Giocare con la storia, come insegnavo all’Università.

Dopo quell’esperienza, provai con i più sventurati della scuola (me le vado a cercare, lo so), quelli delle professionali. Stesso metodo: vado in un professionale di Modena, parlo coi docenti, loro sono d’accordo. In due anni, ecco un altro testo. Poi punto alto, scelgo dei ginnasi. Voglio confrontarmi con i bravi. Trovo a Palermo dei colleghi che accettano di lavorare con me. Ecco L’Atlante delle storie (G.B. Palumbo & C.), il libro di cui vado più fiero.

Ancora un ‘grande’

Ogni tanto ricado nella mia vecchia tentazione di rubare ai grandi. L’ultimo è stato Manzoni. Non quello dei Promessi Sposi, ma quello dalla Storia della Colonna Infame. Mi sembrava che il modo come lui ha trattato un testo saggistico fosse più coerente col mio lavoro. Non lo farò più. Mi è venuto un attacco di ‘virgolite acuta’ dal quale non riesco ancora a liberarmi e del quale sono certo che troverete delle tracce anche qui (eliminate virgole in quantità industriale – ndr).

Avete presente quante virgole mette don Lisander? La mia copy era impazzita, poverina, a togliermene a chili, ma ne restavano altrettante e io – cocciuto – a ribattere che dobbiamo imitare i grandi. Ma non lo farò più. Meglio il metodo svizzero: scrivo, faccio leggere, e aspetto che l’altro mi dica “ho capito”. Poi se aggiunge “e mi è piaciuto”, me ne vado soddisfatto.

Saper raccontare non ha prezzo

Posso dire, a questo punto della mia storia, che sono uno scrittore di successo? Lo vorrei tanto, ma non è così. I miei manuali sono stati ritirati dal commercio. L’ultimo che gira ancora, lo sarà fra poco. Non vendo nelle scuole. Il risvolto delle osservazioni di Luciana era che, con questo modo di scrivere, tolgo il lavoro a tanti docenti che sanno fare solo spiegazioni e, per giunta, sembrano spaventati dalle cose-difficili-specie-se-sono-dette-in-modo-facile.

Mi sento come un feroce capitalista dell’Ottocento con le sue macchine, o come il tecnocrate che licenzia per far largo ai robot. Tolgo lavoro e il lavoro viene prima di tutto, mi ripeto da diligente uomo di sinistra (se ancora si può dire). Certo, non nego che mi piacerebbe guadagnare qualcosa in più (se è lecito confessare pensieri profondi), ma le mie botte di realtà mi hanno insegnato a raccontare. E questo, per citare una pubblicità consolatoria, non ha prezzo.

Racconto storie al mio nipotino. Ha solo tre anni, ma Annibale con gli elefanti che sale sul monte alto alto, e l’elefante cade, e poi attraversa il fiume e gli elefanti, poverini, hanno tanto freddo, lui lo capisce e si commuove; Alessandro Magno che se ne va lontano, vede mostri e combatte giganti, lo entusiasma; e fra un po’, voglio vedere i suoi occhi quando gli racconterò di Bodo il contadino. Ho imparato che il passato è il nostro più grande contenitore di storie, e lo sfrutto.

Mentre ne racconto una al bambino, mi sento osservato. Alzo lo sguardo. In silenzio, la signora delle pulizie e sua figlia, che è venuta ad aiutarla, si sono fermate e mi ascoltano: “professo’, sapete che raccontate veramente bene?”

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