Nearching Factory: quali scenari per l’archeologia del futuro?

A Santiago de Compostela tre giorni di intenso dibattito su come rendere l’archeologia più partecipata e sostenibile

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Fonte: Nearching Factory
Partecipazione, sostenibilità e multivocalità: sono solo alcuni tra i temi dibattuti nell’intensa tre giorni di Nearching Factory: Creating New Scenarios for Archaeology, che si è tenuta a Santiago de Compostela, in Spagna, la scorsa settimana. Organizzato all’interno del progetto europeo NEARCH – di cui nei giorni scorsi Archeostorie ha recensito la mostra Archaeology&ME – l’incontro si proponeva di ripensare l’attività degli archeologi e ipotizzare nuovi scenari sostenibili, a partire dal coinvolgimento del pubblico.

​Gli esempi virtuosi di interazione tra archeologia e pubblico non mancano, eppure rimane ancora una distanza che impedisce la creazione di forme di gestione del patrimonio culturale condivise, sostenibili e votate allo sviluppo.
A partire da questa premessa, i dieci gruppi di lavoro creati all’interno di Nearching Factory hanno provato a mettere a fuoco i temi più caldi dell’archeologia attuale: per esempio, le leggi che regolano lo svolgimento della professione; i valori del patrimonio culturale e la sua gestione partecipata; il rapporto tra archeologia, pianificazione urbanistica e sviluppo; archeologia e innovazione sociale.Concentrandosi su brevi esperienze concrete, si sono discussi problemi, priorità e possibili soluzioni relativi a ciascun tema, secondo un format ben congegnato. Tutti i partecipanti, in qualsiasi momento, potevano proporre idee, giudizi, suggerimenti e domande attraverso post-it, che sono stati poi selezionati e discussi nei singoli gruppi. Nella sessione finale, il coordinatore di ogni gruppo di lavoro ha esposto in sei minuti gli elementi più interessanti riscontrati nella discussione e, al termine, tutti i partecipanti hanno potuto dire la loro sulle priorità e i punti di forza emersi durante l’evento. E’ stato un vero e proprio esperimento multivocale.
Senza entrare nel dettaglio di ciascuna sessione (per maggiori particolari rimandiamo al sito e al profilo Storify di Nearching Factory), vi raccontiamo quali sono stati secondo noi i messaggi principali usciti da Nearching Factory.

Partecipazione

L’archeologia vive nel presente e con i cittadini tutti. Sebbene non sia sempre possibile aprire un progetto alla partecipazione collettiva, la logica deve essere quanto più possibile inclusiva. In un’Europa in profonda trasformazione, la cui stessa idea è messa in crisi da nuovi populismi e nuovi muri, l’archeologia può e deve giocare la sua parte mostrando le nostre radici comuni.
Condividere i risultati di una ricerca archeologica è ormai considerato un dovere morale. Può contribuire a rafforzare l’identità di una comunità o – al contrario – riaprire vecchie ferite, acquisendo così un significato fortemente politico. Per questo, nell’impostare un progetto di ricerca occorre conoscere i propri pubblici, conoscere le attitudini verso il passato delle comunità con cui si andrà a interagire, capire se esiste una cultura popolare forte o se il passato è idealizzato dagli organi ufficiali.
Poiché si svolge in un contesto specifico, ogni progetto di scavo ha le sue peculiarità, ma l’apertura alla partecipazione e le metodologie utilizzate sono comuni a tutti. Nel corso dell’evento è emersa ripetutamente anche la necessità di fornire una preparazione adeguata anche in questo settore, fin dai primi anni dell’università.

Regole e professione (dell’archeologo)

Per favorire la partecipazione civica servono regole chiare e, soprattutto, condivise. Tale esigenza è emersa in particolare in due settori di discussione: il coinvolgimento dei volontari nelle attività legate alla ricerca archeologica e la (ri)definizione della professione dell’archeologo.
Il primo tema è al momento molto caldo anche in Italia, a partire dalla circolare 6/2016 dell’allora Direzione generale per l’archeologia del Mibact – che vieta la partecipazione allo scavo a chi non è archeologo e sulla quale anche Archeostorie ha preso posizione – fino all’ultima selezione per volontari bandita dal ministero, che ha suscitato aspre repliche da più parti.
A Nearching Factory la discussione si è orientata verso la ricerca di soluzioni a partire da esperienze concrete. In riferimento all’Inghilterra, dove non esiste nessuna legge che regola il coinvolgimento di volontari nelle attività archeologiche, Lisa Westcott Wilkins e Brendon Wilkins di Dig Ventures hanno raccontato come, grazie a crowdfunding e crowdsourcing, sono riusciti a dar vita a una forma sostenibile di attività archeologica, incontrando un grande consenso di pubblico e stimolando un’ampia partecipazione. Al contrario, Xosè Gago ha condiviso la sua esperienza galiziana in cui il progetto Costa dos Castros, realizzato in collaborazione con Dig Ventures, non ha potuto essere attuato secondo le modalità previste per il divieto imposto dal governo della Galizia alla partecipazione di volontari, in seguito a una protesta dell’associazione spagnola di archeologi.
Vista la delicatezza del tema e i punti di vista contrapposti, la linea emersa all’interno di Nearching è stata di proporre nei prossimi mesi delle linee guida condivise a livello europeo, che non chiudano totalmente al coinvolgimento di esterni ma che favoriscano una partecipazione regolata.

Il tema della definizione della professione prende spunto dalla difficoltà dell’archeologo, riscontrata in tutta Europa, di avere un buon controllo della propria vita lavorativa e buoni salari. In questo senso, il messaggio che arriva da Nearching Factory è quello di costituire un’associazione a livello europeo che si elegga portavoce di questa volontà di rinnovamento, e dichiari nero su bianco che quella dell’archeologo è una vera professione, al di là delle divisioni pubblico-privato, accademia-professionismo o dei molti specialismi. L’associazione dovrebbe quindi occuparsi di valutare la qualità del lavoro in base a standard stabiliti, e soprattutto di ampliare il mercato del lavoro dell’archeologo.
Su questo punto noi di Archeostorie abbiamo sempre insistito, sin dai tempi della pubblicazione del nostro Manuale di archeologia vissuta: oltre lo scavo ci sono già tanti mestieri che l’archeologo può intraprendere, soprattutto legati alla comunicazione e alla gestione dei beni culturali: aspettano solo di essere strutturati e regolati in modo più definito all’interno del mercato del lavoro. A questo proposito vale la pena citare il GRASCA (Graduate School in Contract Archaeology), un recente esperimento intrapreso da Cornelius Holtorf, professore di Archeologia alla Linnaeus University di Kalmar, in Svezia. Partendo da esperienze concrete, otto dottorandi stanno elaborando nuovi modi in cui l’archeologia a contratto svedese possa far crescere il suo impatto nella società e quindi estendere il suo mercato. Per ora la maggior parte di loro si è concentrata sulle attività degli archeologi nei musei, ma è possibile che in un prossimo futuro l’indagine fornisca spunti completamente nuovi anche per altre attività archeologiche.

Trasversalità e multivocalità

La questione più difficile da risolvere – e che di fatto impedisce la creazione di forme condivise di gestione del patrimonio culturale – è però la distanza degli archeologi dal mondo attuale e la difficoltà a interagire con esso. A Nearching Factory si è alzato un coro unanime su ciò. L’archeologia dovrebbe indirizzarsi verso forme di collaborazione e cooperazione sempre nuove con i molti protagonisti della società in cui opera, alla ricerca di una solida sostenibilità dei progetti di ricerca e dei professionisti che vi lavorano. Per far questo, gli archeologi non solo devono uscire dalla ‘torre d’avorio,’ ma devono essere anche preparati ad affrontare la realtà che li circonda, che spesso non è facile e non piace, ma con la quale bisogna convivere e spesso a scendere a compromessi.

Da Nearching Factory, pensato come esperimento multivocale e animato da 95 partecipanti di 17 nazionalità diverse, prevalentemente archeologi – liberi professionisti, professori e ricercatori all’Università, rappresentanti di enti culturali, associazioni e musei – ma con una consistente fetta di professionalità che con l’archeologia si confrontano – economisti, antropologi, architetti, giornalisti e urbanisti – era abbastanza scontato attendersi un invito ad aprirsi verso l’esterno promuovendo collaborazioni e sinergie.
Non sarà invece facile riuscire a portare su altri tavoli i messaggi emersi nel corso dell’evento e, soprattutto, cambiare concretamente le cose. Sarà un percorso lungo. Il prossimo appuntamento europeo in cui il comitato direttivo di Nearching Factory conta di compiere passi avanti sulle due spinose questioni dell’impiego dei volontari e della definizione della professione sarà la prossima conferenza della European Association of Archaeologists che si terrà a Maastricht tra il 30 agosto e il 3 settembre prossimi.

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