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Museum innovation for social inclusion: idee per un museo (archeologico) sociale

Un posto sicuro per le persone e per le idee: il museo ‘sociale’ del futuro deve essere anche questo. Erano tutti concordi i curatori e responsabili museali che, armati di curiosità e buona volontà, si sono incontrati il 24 febbraio scorso a Milano nella sede dell’associazione culturale Il Lazzaretto, per parlare di ruolo sociale dei musei e non solo. L’occasione è stata Museum innovation for social inclusion, incontro organizzato da ABCittà, cooperativa sociale che si occupa di progettazione partecipata sin dal 1999.  

L’incontro ha rappresentato il momento conclusivo del progetto Pa.pa.pa!, iniziativa di innovazione sociale per il patrimonio culturale facente parte del programma europeo Tandem che ha tra i suoi obiettivi proprio l’individuazione di soluzioni innovative e inclusive per le istituzioni culturali. Dal 2011 a oggi, Tandem ha messo in contatto tra loro 400 organizzazioni culturali indipendenti, e ha supportato lo sviluppo professionale di oltre 320 manager della cultura in 160 città. Con ABCittà ha partecipato a Pa.pa.pa! anche la piattaforma portoghese per l’innovazione sociale 4Is.Hanno coordinato la giornata Maria Chiara Ciaccheri e Anna Chiara Cimoli di ABCittà, moderando – tra gli altri – gli interventi di Joao Pedro Rosa di 4Is, Alessandra Gariboldi di Fondazione Fitzcarraldo, Jasmine Grimm di Future Heritage (Berlino), Davide dall’Ombra di Casa Testori, Marco Amato di Casa Milan e Francesco Mandressi di MeetMuseum.

Museum innovation for social inclusion: tre domande per un diverso concetto di museo

Tutti si sono concentrati sull’obiettivo centrale di definire in modo chiaro e condiviso delle possibili linee guida di un nuovo concetto di museo, al passo coi tempi e attento al presente. Non si è parlato di come affrontare nello specifico le sfide del museo di oggi, ma piuttosto di quali debbano essere i valori e gli obiettivi a cui tendere.

Alcuni di questi valori sono già espressi nel Manifesto realizzato dalle persone e dalle associazioni che hanno partecipato al programma Tandem e al progetto Pa.pa.pa! Afferma che – solo per citare alcuni punti – il museo attento all’inclusione sociale dovrebbe essere accogliente e accessibile sotto tutti gli aspetti (fisici, sensoriali e culturali) e promuovere la comprensione tra le generazioni e le discipline. Ma la discussione ha ampliato lo sguardo concentrandosi su tre domande generali che le organizzatrici hanno posto prima ai relatori e poi alla platea.

'Museum innovation for social inclusion': un momento della tavola rotonda

Come deve essere il museo al passo coi tempi? Quale presente deve raccontare? Alla tavola rotonda ‘Museum innovation for social inclusion’ si è parlato anche di questo. © Chiara Boracchi

Il museo deve avere un ruolo civico e sociale? 

Questa è forse la domanda che, come sostenitori dell’archeologia pubblica, ci interessa di più. Tutti i relatori hanno affermato, con argomentazioni diverse, che un museo deve assolutamente avere un ruolo civico e sociale. Ed è emersa l’esigenza per tutti i musei, statali e privati, di fornire un servizio pubblico, con la difficoltà, semmai, di trovare il linguaggio giusto per avvicinare le persone alla realtà museale. Per i relatori, il museo dovrebbe riflettere la società stessa e costituire un luogo sicuro per le persone e le idee, una sorta di cornice in cui avvengono incontri, scambi ed esperienze. Per esempio, nei luoghi di confine o nelle città in cui è alto il tasso di immigrazione, il museo può essere un porto, un luogo in cui comunicare attraverso la rilettura delle opere che provengono dagli stessi paesi d’origine dei migranti (pensiamo al potenziale del materiale archeologico proveniente dal Nord Africa o dal Medio Oriente), creando un punto di contatto e di vicinanza, favorendo così l’integrazione all’interno della nostra società.

Se consideriamo il museo un luogo per comprendere il presente, a quale presente ci riferiamo? 

Sono emerse risposte confuse per una domanda apparentemente semplice, ma che in realtà è molto difficile. Si è parlato della necessità di creare delle ancore, dei punti fermi per legare il museo (come luogo in sé e come cornice per gli allestimenti museali) alla società di oggi, ma anche dell’estrema difficoltà di molte strutture, magari di vecchia data e realizzate in dimore storiche, di stare al passo coi tempi e di relazionarsi davvero con i cittadini.

Si è parlato molto di social media, di costruzione della community e di digitalizzazione come strumenti per dialogare con il presente e avvicinare i cittadini al museo; e si è espressa l’esigenza di raccontare tutto quello che accade nel mondo – anche gli eventi drammatici come le guerre o il terrorismo – attraverso le collezioni. Rivolgersi al presente significa rendere accessibile la complessità del museo: l’arte o i reperti non ‘parlano da soli’, ma hanno bisogno di essere raccontati da qualcuno che, di volta in volta, fornisca una chiave di lettura della realtà.

Il concetto di responsabilità sociale, proprio dei contesti aziendali, può trovare una declinazione anche in ambito museale? 

La responsabilità sociale d’impresa (RSI o, in inglese, Corporate social responsibility, CSR) valuta l’impatto di natura sociale ed etica di un’azienda. Cerca cioè di capire quanto il comportamento dell’impresa sia responsabile verso l’ambiente e verso tutti i portatori d’interesse (stakeholder) come collaboratori, fornitori, clienti, partner, comunità e istituzioni locali, quanto l’azienda stia agendo ‘bene’, quali valori stia trasmettendo all’interno della società e del territorio in cui opera, e quali servizi stia effettivamente fornendo alla comunità. Durante la tavola rotonda questa è stata la domanda che più ha diviso i partecipanti, raccogliendo opinioni a favore e contrarie, forse perché era la più orientata al mondo del business. Per i favorevoli, una RSI museale può rappresentare uno strumento in più per la condivisione di valori e conoscenze con la comunità e il territorio; per i contrari invece non avrebbe senso pensare il museo in termini ‘aziendali’, visto che la RSI viene utilizzata soprattutto per la promozione di uno specifico brand.

Noi di Archeostorie – che sosteniamo l’esigenza di un’archeologia realmente pubblica, cioè di tutti i cittadini – non possiamo che ritrovarci un po’ nel concetto di RSI, pensandola come ‘responsabilità sociale del museo’. Se infatti l’obiettivo di un museo (archeologico o non) è quello di avere un impatto positivo sulla comunità, coinvolgere i cittadini, trasmettere conoscenze e valori come la memoria storica e il rispetto del patrimonio, promuovere la condivisione delle ricerche, delle informazioni e delle conoscenze, allora forse non è scorretto dire che sta lavorando bene sulla propria RSI.

Studiare innovazioni museali che favoriscano l’inclusione sociale è a tutti gli effetti un modo di fare archeologia pubblica. E se questo serve anche a promuovere il brand del museo, che problema c’è? Anche un museo, come tutto ciò che esiste a questo mondo, deve saper curare il proprio brand.

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