Meraviglie: cosa ci è piaciuto (e cosa no) del nuovo programma con Alberto Angela

Telespettatori e internauti hanno amato i beni italiani dell’Unesco raccontati da Alberto Angela. Ecco cosa ci è piaciuto e cosa no di Meraviglie, il nuovo programma della Rai

Alberto Angela conduttore di Meraviglie
Alberto Angela conduttore di Meraviglie

Mercoledì 24 gennaio, in prima serata su Rai 1, è andata in onda la quarta e ultima puntata di Meraviglie – La penisola dei tesori, il programma condotto da Alberto Angela e incentrato sul racconto dei beni italiani dell’Unesco. Obiettivo è stato raccontare alcuni di quei 53 siti di importanza storica, artistica, archeologica, naturale e paesaggistica che, dopo una lunga procedura di candidatura e valutazione, sono stati iscritti dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura tra la lista dei patrimoni dell’umanità.

Visto che le puntate erano poche e i beni tanti, la produzione ha scelto di focalizzarsi solo sul racconto di una dozzina di beni Unesco, tre per serata, uno al nord, uno al centro e uno al sud. Per ciascuna meraviglia, un personaggio noto (sono intervenuti, per esempio, Paolo Conte, Andrea Camilleri, Riccardo Muti) ha ricordato un episodio della propria vita ad esso legato.

E per ricordare che il patrimonio storico artistico e paesaggistico del nostro Paese non si ferma alla famosa lista, si è scelto anche di mostrare, tra un sito e l’altro, le immagini qualche bene culturale che non vi è compreso ma suscita comunque meraviglia per le sue particolarità, come per esempio l’Isola Bella nel Lago Maggiore, forse la più famosa delle isole Borromee, nota per il palazzo del XVII secolo e per il suo giardino all’italiana che si snoda su una decina di terrazze sovrapposte a piramide.

L’esperimento è andato benissimo, registrando numeri da record sia tra i telespettatori (la prima puntata ha incollato agli schermi oltre 5 milioni e 662 mila spettatori, registrando il 23,8 % di share: cifre da mondiali di calcio; la seconda puntata 5 milioni 682 mila spettatori, la terza 5 milioni 824 mila) sia sui social, dove l’hashtag #Meraviglie è stato più volte tra i trend topic di Twitter.

Curiosi, anche noi di Archeostorie abbiamo visto tutte le puntate andate in onda finora. Ecco qual è il nostro bilancio.

Meraviglie, cosa ci è piaciuto

Alberto Angela

Isaac Asimov, forse il più noto narratore di fantascienza del XX secolo, scriveva: “Ardo dal desiderio di spiegare, e la mia massima soddisfazione è prendere qualcosa di ragionevolmente intricato e renderlo chiaro passo dopo passo. È il modo più facile per chiarire le cose a me stesso”. Una citazione che potrebbe calzare a pennello anche per Alberto Angela che deve il suo successo alla sua abilità di rendere semplice, chiaro e popolare ciò che di solito non lo è, fornendo dati, numeri e informazioni scientifiche, oltre che alla sua capacità di stupirsi delle cose insieme ai suoi telespettatori, che in questo modo lo sentono straordinariamente vicino. E per questo, chapeau.

Si cerca di spiegare cosa sia un paesaggio culturale

Un po’ deposito della memoria e scrigno delle abilità di chi ci ha preceduto, un po’ il risultato degli eventi che si sono susseguiti in un territorio e ne hanno decretato le caratteristiche uniche: questo è il paesaggio culturale, un luogo dove l’uomo e la Storia hanno modellato la natura. Raccontare tutto questo non è facile, e Angela doveva farlo anche in modo accattivante, in prima serata e sull’ammiraglia delle reti Rai. Ci è riuscito bene, per esempio, mostrando i paesaggi vitivinicoli di Langhe, Roero e Monferrato, nel Basso Piemonte, da secoli perfetto esempio di integrazione positiva e produttiva tra l’uomo e il suo ambiente.

Si è ricordato il lavoro del Nucleo tutela patrimonio culturale

Si tratta di una sezione dell’Arma dei Carabinieri deputata a individuare e recuperare i beni culturali trafugati dai nostri musei e dai nostri siti archeologici e venduti illegalmente, magari all’estero. Il nucleo, che esiste da quasi cinquant’anni e i cui metodi hanno fatto scuola perfino per l’Onu, è un’eccellenza pari alle nostre meraviglie ed è stato giusto raccontarlo.

Cosa non ci è piaciuto

Non c’era un filo conduttore

Per la voglia di mostrare troppo, alla fine si è raccontato troppo poco. Meraviglie ci è sembrato una grande carrellata, un insieme di informazioni e immagini ‘spot’, bellissime da vedere e da ascoltare, ma senza un filo conduttore, un racconto unitario. Si è persa l’occasione di legare tra loro le varie ‘meraviglie’ attraverso una storia. Legare soprattutto le storie principali con quelle ‘secondarie’ che avrebbero potuto fungere da raccordo, proponendo un percorso – e un discorso – un po’ più organico.

Le rievocazioni

A noi, di solito, piacciono. Ma in questo caso, per quanto gli attori fossero bravi, non sempre hanno dimostrato di dare valore aggiunto al racconto.

Le forzature

Si è ripetuto più volte: l’Italia è speciale, perché i suoi 53 beni Unesco sono sparsi in tutte le regioni e riguardano un po’ tutte le epoche storiche. Vero.
Anche la Spagna, però. Anche la Francia. In generale, tutta la vecchia Europa vive la stessa condizione per via della millenaria storia comune. Insomma, è vero che il programma doveva servire a esaltare i nostri beni culturali e la nostra unicità, a ricordare che dobbiamo tutelare il nostro patrimonio per le generazioni future, ma ricordiamoci anche di dare Cesare quel che è di Cesare!

E ricordiamoci anche che l’iscrizione di un luogo nella lista Unesco è frutto di una candidatura, cioè si deve chiedere di essere iscritti presentando un dossier corposo; non è una scelta autonoma dell’Unesco volta a premiare un luogo piuttosto che un altro. In passato i candidati erano per lo più luoghi della vecchia Europa mentre col tempo anche il resto del mondo ha cominciato a presentare i propri dossier. Anche per questo l’Europa continua ad avere più siti di altri paesi. E per raggiungere un equilibrio, oggi le scelte sono anche il frutto di accorti calcoli politici.

Per finire…

Guardando Meraviglie, anche noi siamo rimasti colpiti dalle nostre più grandi bellezze; eppure non abbiamo potuto fare a meno di riflettere, più in generale, sui numerosissimi siti e beni culturali della penisola. Per promuovere le bellezze italiane, si preferisce ancora troppo spesso insistere sui 53 patrimoni mondiali o sulle opere d’arte più note, dimenticando sistematicamente i siti più piccoli e con meno risorse. Sono questi, però, quelli su cui dovremmo puntare, se vogliamo sviluppare davvero un’offerta turistica sostenibile dal punto di vista ambientale. Da un lato per evitare l’affollamento di alcuni dei siti più noti in alcuni momenti dell’anno, dall’altro con l’obiettivo di favorire lo sviluppo del nostro territorio a 360 gradi. La strada per la loro valorizzazione è ancora molto lunga.

Il minimo che possiamo fare è continuare ad adoperarci per far conoscere al pubblico anche queste piccole grandi meraviglie.

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