Manifesto Tre obiettivi per la cultura: Archeostorie ha aderito, ecco perché

Tre obiettivi per la cultura è un manifesto che varie organizzazioni culturali chiedono ai candidati alle prossime elezioni di sottoscrivere. Impegno principale: più investimenti in cultura

Tre obiettivi per la cultura
Manifesto: Tre obiettivi per la cultura

È stato lanciato pochi giorni fa, e Archeostorie® vi ha aderito subito. Il manifesto Tre obiettivi per la cultura è un documento prodotto dalle organizzazioni culturali italiane che fanno parte del network europeo Culture Action Europe. Chiedono ai candidati alle prossime elezioni politiche di sottoscriverlo, impegnandosi a metterlo in pratica.

Archeostorie® vi ha aderito perché è un documento semplice che parte dai fondamentali, come piace a noi. Non si appella a chissà quali strategie ma chiede l’indispensabile: cose senza le quali una politica culturale non si dà. Chiede più investimenti in cultura, da tutti i punti di vista.

Innanzitutto chiede, ovviamente, più denaro: un incremento della quota di bilancio pubblico nazionale dedicata alla cultura fino a raggiungere, nel triennio 2018-2020, lo 0,6%. Il principio è presto detto: più si semina e più si raccoglie. Non si può affermare a parole quanto la cultura sia fondamentale nel nostro paese e quanto potrebbe rendere anche economicamente, se poi mancano gli investimenti adeguati a produrre rendite consistenti. Non si fanno, insomma, le nozze coi fichi secchi. Elementare, no?

Tre obiettivi per la cultura: accessibilità, crescita, presidi culturali

Seminare tanto, tuttavia, non è sufficiente. È importante farlo bene, in modo oculato, per ottenere i frutti desiderati. Ed ecco il primo obiettivo: favorire l’accesso alla cultura a tutti i cittadini nessuno escluso. Attraverso: più disseminazione di progetti e conoscenze; incentivi economici per persone a basso reddito; aiuti alle persone con disabilità.

C’è poi terreno e terreno. C’è quello più fertile che produce così in abbondanza, da compensare nel raccolto il prodotto di terreni meno ricchi. E va coltivato perciò con la massima attenzione. Servono insomma più professionisti culturali, e con competenze sempre più innovative. Serve aiutare, anche fiscalmente, le imprese culturali, e agevolarle nelle loro attività. E’ il secondo obiettivo.

E non si può abbandonare un terreno, solo perché produce poco frutto. Sarà più faticoso lavorarlo, la sua terra sarà più dura, ma proprio per questo potrebbe riservare sorprese e regalare frutti dai sapori impensati. L’abbandono della terra, al contrario, può dal luogo a frane, smottamenti, allagamenti: disastri che rischiano di colpire a cascata anche altri territori. La terra, insomma, va curata tutta con costanza. Terzo obiettivo: portare cultura – e cioè libri, collegamento a banda larga, spazi per spettacoli e riunioni – anche nei luoghi più reconditi del paese, anche sulla cima del monte più alto e nella valle più sperduta. Nessun cittadino può essere trascurato.

Prima di tutto, i cittadini

I tre punti hanno un corollario: l’approvazione, subito a inizio legislatura, della legge che rende operativa anche in Italia la Convenzione di Faro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società. Redatta nel lontano 2005, entrata in vigore nel 2011, e firmata dall’Italia nel 2013, è già quasi superata in molti suoi contenuti, ma un punto rimane fondamentale: il legame tra partecipazione civica e patrimonio culturale. Sono i cittadini a ‘fare’ il patrimonio; questo non ha valore in sé, un valore assoluto, ma quel valore che i cittadini gli attribuiscono. La cultura siamo noi, non le pietre. Le pietre servono perché parlano di noi.

Ecco quanto il manifesto chiede ai politici della legislatura che verrà: pensare ai cittadini, uno per uno. Alle esigenze di base di tutti noi. Perché la cultura è un’esigenza di base. Senza cultura diffusa non c’è benessere, non c’è coesione sociale, non c’è dialogo tra le genti: il dialogo si sviluppa dove c’è curiosità che porta alla conoscenza dell’altro, e chi sa confrontarsi con l’altro sa anche conoscere meglio se stesso. Senza cultura diffusa, infine, non c’è sviluppo: non nascono le idee nuove che sanno guardare al futuro. Avere a cuore le esigenze culturali primarie significa, in ultima istanza, guardare al futuro.

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