M9 a Mestre: il Novecento è una selva oscura

Una visita al nuovo museo M9 che racconta l’Italia del Novecento. Tra aspettative, sorprese e qualche perplessità

M9 paesaggio
M9 sezione 5 il paesaggio - foto Alessandra Chemollo

M9, il museo che racconta la storia del nostro Novecento. Non la grande storia ma quella di noi Italiani, di ciascuno di noi. Il museo che spiega come le nostre vite sono cambiate nel volgere di pochi decenni. Peccato che non illustri anche come stanno ancora cambiando.

M9 esterno
M9 l’esterno – foto Alessandra Chemollo

Una bella trasformazione urbana

Mi spiego, anticipando però che questo è un discorso di parte. Di una persona nata a Mestre che vede quella città, da tutti considerata brutta e informe, finalmente al centro di un grande progetto urbanistico. Un progetto di ‘rigenerazione urbana’, come si dice, che ha recuperato e reso bella e vivibile un’area del centro storico (eh sì, esiste anche a Mestre) abbandonata da anni. Non posso che ringraziare la Fondazione di Venezia per quel che ha fatto.

Ha creato una struttura bella e sostenibile dal punto di vista ambientale. Ha creato nuovi spazi di vivibilità che vedremo quanto gli abitanti della terraferma sapranno apprezzare e frequentare. Ha creato una shopping mall per ora vuota o quasi, ma anche lì chi vivrà vedrà.

Ha poi creato un centro culturale con auditorium ipertecnologico, spazi per mostre e incontri. Non che gli spazi mancassero in città, ma M9 è decisamente a un livello diverso rispetto a quanto esiste già. Vedremo se saprà mantenere alto anche il livello delle iniziative.

M9 moda
M9 sezione 2 stili di vita – foto Alessandra Chemollo

M9 museo del Novecento

Ha creato infine un museo che racconta il ‘secolo breve’ e ci spiega quanto in realtà sia stato ‘lungo’ per chi lo ha vissuto, e si è trovato catapultato da un eterno e oscuro medioevo agli agi della modernità. Ebbene, a mio avviso il racconto si è arrestato troppo presto, a un punto che non è proprio la fine del Novecento. Ci mostra come la lampadina, il frigorifero e il microonde, le medicine e il benessere diffuso abbiano cambiato stili e mentalità. Ma si ferma alle giacche con le spalle imbottite degli anni Ottanta e non va oltre (la sezione sulla moda si arresta proprio lì, e non è la sola).

È un museo del Novecento che, per esempio, ignora quasi completamente le telecomunicazioni. Nel grande pannello sulle reti troviamo quella autostradale e quella ferroviaria, le forniture di gas e di energia. E la telefonia? Non si è trattato e non si tratta solo di oggetti, i telefoni, ma della infrastruttura che più di tutte ha modificato il nostro modo di pensare, oltre che di vivere. E quando i computer vi si sono agganciati, è scattata la vera rivoluzione del Novecento. Avrei voluto vedere più telefoni e computer, e capirne il ruolo più chiaramente.

M9 sezione 1 demografia e strutture sociali – foto Alessandra Chemollo

Avrei voluto più cultura in tutte le sue sfaccettature, e una riflessione meno scontata sul ruolo dei media nella società. Avrei voluto una visione generale meno positivistica e più obiettiva, volta a esaminare il progresso ma anche i molti problemi che ha portato con sé. E la lista sarebbe lunga e probabilmente ognuno di noi avrebbe la propria. E questo non perché M9 non fosse legittimato a fare delle scelte, ma perché a mio avviso ne ha fatte troppo poche.

Ha fornito una sorta di enciclopedia del progresso novecentesco, ricchissima di dati e informazioni. E nell’enciclopedia le assenze o le carenze si notano. Per forza. Diverso sarebbe stato se avesse fatto delle scelte più marcate e avesse fornito pochi racconti ma veri e ragionati. Racconti anche di parte – perché ogni narrazione lo è – ma che stimolassero il visitatore a ragionare, a discutere con i compagni di visita, e magari a fare assieme ulteriori scoperte.

M9 sezione 6 Res Publica – foto Alessandra Chemollo

La ‘selva oscura’

Invece il visitatore si trova catapultato in una ‘selva oscura’ (l’acuta metafora è della mia amica Anna Marras). Letteralmente. Perché le due ampie sale dove si sviluppa il museo sono totalmente buie per consentire di apprezzare tutti i video, le installazioni e i giochi ipertecnologici di cui il museo è fatto: una selva, per l’appunto. Però a lungo andare il buio stanca, e gli audio delle troppe installazioni, anche se tenuti a volume bassissimo (al limite delle capacità uditive), comunque confliggono l’uno con l’altro creando un fastidioso caos di fondo.

Le informazioni fornite da tavoli touch (e simili) sono strutturate in forma così didascalica e sono così tante che nessuno, stando in piedi e al buio, riuscirà mai a trarne vantaggio. Si esce quindi dopo qualche ora con un’infinità di sensazioni in mente, ma con poche idee chiare o curiosità. Mi viene da paragonare M9 ai musei etnografici ed archeologici del secolo scorso, con quelle vetrine così colme di oggetti, tutti parlanti ma in fondo muti. Perché la tecnologia da sola non fa innovazione. Insomma M9 non è solo un museo sul Novecento, è novecentesco lui stesso.

Ed è un peccato. Prima di visitarlo, mi aspettavo un museo realmente moderno che mettesse ‘il visitatore al centro’, come si dice oggi. Un museo dove poter vivere l’esperienza di cucinare la polenta sul camino come agli inizi del Novecento, o sulla cucina economica come negli anni Trenta. Dove capire cosa significava mettersi in coda davanti a una cabina telefonica con un pacco di gettoni in mano, o cambiare marcia nelle auto con la doppietta. Un luogo dove vivere e sperimentare, famiglie e amici tutti assieme.

M9 santini
M9 sezione 6 Res Publica – foto Alessandra Chemollo

Museo della nazione

A dire il vero, M9 avrebbe potuto coinvolgere i cittadini già nella fase di progettazione. Sarebbe stato facilissimo farlo diventare da subito un museo ‘vissuto’, interrogando chi ha partecipato delle vicende di Porto Marghera, di Venezia e della laguna tutta. E invece niente. O poco. C’è un occhio più attento al Nord Est, ma è chiaro lo sforzo per fare di M9 un museo della nazione e non locale. Anche in questo è molto novecentesco.

Cosa c’è infatti di più moderno di una prospettiva realmente glocale? E cosa c’è di più rappresentativo della storia recente, delle vicende di Venezia e della sua laguna? Porto Marghera è uno dei simboli dell’industrializzazione novecentesca con tutto quel che ha comportato, dalla nascita della città giardino per alloggiare i lavoratori, allo stravolgimento dell’ambiente lagunare, ai problemi di inquinamento e di innalzamento delle acque lagunari che hanno favorito già l’alluvione del 1966, oltre alle preoccupanti vicende attuali.

Ancora dai primi del Novecento, Venezia è alla ribalta della scena culturale mondiale con Biennale d’arte e Mostra del cinema (e non solo). E che dire del turismo, unica vera grande industria del XXI secolo, a detta dei più? Venezia è ancora in prima linea ad affrontare ottimizzazione dei servizi ma anche gentrificazione e gestione dei flussi. Perché non far partire dal museo la sfida a un ragionamento ponderato e ‘partecipato’ da contrapporre a grida e proclami?

Non direi che M9 è un’occasione persa perché è comunque una gran bella occasione, per Mestre ma non solo. Il suo direttore Marco Biscione ha dichiarato che sarà un museo in continuo divenire, che si trasformerà seguendo i tempi. Mi auguro che a trasformarsi non sarà sempre e solo la tecnologia.

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