L’imperatore insonne

Non un fantasma ma un sovrano vaga per le sale del palazzo di Bisanzio: è Giustiniano, l’imperatore insonne, alle prese coi ricordi del proprio passato…

Basilica San Vitale (Ravenna), Wikimedia Commons

Uno spettro vaga per Bisanzio. La notte, nella reggia, fra corridoi. Percorre le sale inesausto e insonne, tormentato da qualche demone suo, o forse, come suggeriscono alcuni contemporanei, demone egli stesso. Ma non è un fantasma, è un imperatore. È Flavio Pietro Sabbazio Giustiniano, signore dell’Impero romano, che fu venerato come un dio in vita e come un santo, in Oriente, dopo la morte.

Giustiniano
Mosaico di Giustiniano I – Basilica San Vitale (Ravenna) by Petar Milošević. Licensed under CC BY-SA 4.0 via Commons

 

Nelle lunghe ore che gli altri dedicano al riposo, in quella reggia immensa e silenziosa, Giustiniano cammina, e pensa. È una vita bizzarra la sua, una vita di quelle che possono capitare solo nel calderone di Bisanzio, che è una pentola messa sul fuoco a sobbollire, e tutto mescola e confonde con rivolgimenti improvvisi, scodellando poi cibi nuovi e inaspettati.

Lui, di fronte al quale oggi i nobilissimi bizantini, progenie di senatori, si inchinano baciando gli orli delle vesti preziosissime intessute d’oro, non è un greco, e nemmeno, in fondo, un romano. È nato in un buco del mondo lontano, nei Balcani, accanto a quella che oggi è Skopjie, dove gli Illiri avevano imparato a suon di botte a biascicare un po’ di latino. Del padre non ha mai saputo nulla, e chissà chi era poi: forse un contadino analfabeta che nella vita aveva ingravidato la madre, Vigilantia, per poi morire o scomparire senza lasciare traccia. Pareva un destino comune a tutti, in quel villaggio sperduto: la fatica, la fame, la morte e poi l’oblio.

Ma in famiglia uno si ribella a questo fato: è lo zio, Giustino. È un ragazzone alto, forte come una quercia e furbo come un demonio. È rozzo, non sa leggere e a stento contare, ma ha capito che gente come lui può diventare qualcuno se lascia i campi e va a tentare la fortuna laddove la fortuna si è fatta la casa: in città, eis tèn pòlin, a Bisanzio.

L’arrivo è da profugo, scortato da tre amici partiti con lui e quanto lui miseri e zotici: si sono inerpicati per i sentieri dei Balcani a piedi, a tracolla una bisaccia con dentro pochi cenci e carabattole. Sulle spalle un mantello di lana grezza e il peso di dover trovare in fretta un modo per far denaro, e aiutare la famiglia, e negli occhi lo stupore silenzioso e l’ambizione ancora vaga ma divorante di chi viene da un villaggio di fango e legno e si ritrova davanti una metropoli fatta di marmi, statue e tetti d’oro.

Fa carriera in fretta, Giustino, che è violento alla bisogna ma accorto quando serve, e spiccio sempre. Entra nella guardia imperiale, e scala i gradi e gli incarichi, fino ad arrivare accanto all’imperatore. Ma non dimentica la famiglia lontana, e così appena può la chiama a sé. Come un animale selvatico, la città lo ha addomesticato, ma gli resta l’istinto di crearsi una tana, di volere attorno gente della sua stessa stirpe, che gli ricordi ciò che è e da dove viene. E chiama allora a Bisanzio il nipote che adotta come figlio, e da quel momento sarà per tutti non più Sabbazio, ma Giustiniano.

Tra i due l’alchimia è perfetta, si compenetrano e si pareggiano, tanto che diviene spesso difficile o impossibile capire dove cominci uno e finisca l’altro. Sono due frutti della stessa pianta, che gli avversari definiscono mala, ma che è tenace come tutte quelle nate in terra brulla e abituate a sopravvivere alla sferza del tempo e delle stagioni. Giustino ammira quel nipote che ha fatto studiare con i migliori maestri del tempo, ed è diventato ciò che lui non ha avuto la possibilità di essere: un uomo colto e raffinato. Giustiniano che, al contrario dello zio, è un intellettuale, sa il latino e anche il greco, conosce e comprende le mille sfumature della teologia e della giurisprudenza, è a suo agio nei circoli bene dei ricchi e dei nobili, parla bene e pensa meglio. È l’eminenza grigia, pur essendo lui più giovane, della carriera dello zio: lo porta sul soglio imperiale, accordandosi nell’ombra con le varie correnti e cerchie di potere. Lavorando nei corridoi della corte, fa accettare ai funzionari spocchiosi questo soldato analfabeta e grezzo, che manco sa vergare il proprio nome sugli editti e non è capace di leggere ciò che promulga.

Dello zio, Giustiniano è il razionale e fidato consigliere. Resta però nel suo animo un fondo ombroso e sfuggente, un quid che non si afferra mai, un malessere che è un misto di ambizione da appagare, sete di un “altro” che è sempre più in là, insoddisfazione perenne. È quel qualcosa che sempre sarà il nucleo del carattere di Giustiniano, e lo renderà inintellegibile a tutti, contemporanei e posteri, amici e nemici.

È la smania che lo fa essere sempre inquieto e incostante, non lo fa dormire la notte, e lo porta a frequentare ambienti e giri pericolosi, un sottobosco di artisti del circo, mime di spettacoli hard, campioni dell’ippodromo, ex prostitute. Cerca sesso, ma anche o forse piuttosto il brivido della trasgressione, il mischiarsi con quella feccia della società che non ha potuto frequentare ma lo attrae per il suo gusto di vita vera, cruda, di sangue e merda, che a lui è preclusa perché chiuso nelle stanze del potere e del palazzo.

Bisanzio in questo è sua complice, perché è una città dove le distanze sociali sono ridotte, e la vita brulica ovunque, consentendo incontri e frequentazioni inaspettate. Così una sera, a un festino privato in casa di uno degli ufficiali della guardia che ha sposato una circense, conosce la sorella della padrona di casa, la disinibita e chiacchieratissima Teodora.

Non è un colpo di fulmine, perché il carattere dei due non ha nulla di romantico. Forse è più un riconoscersi simili fra anime che hanno gli stessi scompensi e le stesse ambizioni. Teodora è bella e ha il fascino sicuro di chi è abituata a farsi obbedire dal mondo. I suoi capricci sono legge per gli amanti, ma sono capricci governati da un’intelligenza sottile e da una volontà ferrea di arrivare ad avere tutto ciò che desidera. Ha usato per emergere il sesso e lo scandalo, ma è abilissima ora a usare, per consolidarsi come concubina ufficiale, il ravvedimento e la conversione. Sa scherzare salacemente con la truppa e conversare con i filosofi e i senatori. Sa recitare, da consumata attrice, tutte le parti dello spettacolo: quella della compagna, quella dell’intrigante, della donna capricciosa e della regina. Non la spaventa nulla, perché ha già provato tutto ed è sopravvissuta.

Convivono. A corte la moglie di Giustino storce il naso: non sopporta l’idea che una mima, una pornostar, una sgualdrina conclamata si sia piazzata in casa del figlio adottivo e un giorno possa ambire al trono. Non è forse moralismo, ma qualcosa di più ancestrale, una rivalità fra donne che hanno alle spalle una storia diversa, ma parallela. L’imperatrice Eufemia non è nata imperatrice, o gran dama, e neppure è nata con il cristianissimo e nobile nome di Eufemia. È una barbara, una ex schiava di nome Lupicina, che prima di riuscire a sposare Giustino quando ancora era un oscuro soldato, aveva convissuto con alcuni dei suoi padroni che le avevano fatto anche da magnaccia, costringendola a prostituirsi in miseri bordelli. Per cancellare quel passato oscuro e subito per violenza, ha fatto di tutto: si è data un nome nuovo, si è dedicata alla opere pie e alle controversie teologiche. Ma il complesso di inferiorità le è rimasto stampato addosso come un marchio. L’insofferenza che prova per Teodora è in parte anche invidia, perché tutte e due provengono dal nulla, ma Teodora ha l’alterigia di chi è nata in città. Anche se sbuca dalla feccia dell’ippodromo, si sente a suo agio in ogni ambiente e ha sempre fatto la escort di alto bordo, e invece a Eufemia è rimasta intorno la puzza di stalla e di miseria, che nessun nuovo nome elegante e nessun titolo imperiale possono del tutto lavare via.

Giustino invece è più accomodante, forse anche lui conquistato da Teodora, o forse fiducioso come sempre nell’intuito di Giustiniano. Così, appena Eufemia muore, concede al figlio-nipote di sposare la concubina redenta. Teodora diviene legittima moglie e Giustiniano, poco dopo, legittimo imperatore.

È un mosaico la loro corte, uguale uguale a quei mosaici che useranno per descriversi ai posteri: perché vi è la luce del fondo d’oro, ma fra una tessera e l’altra si indovinano e si delineano mille e mille zone d’ombra. È fatta di rivolte del popolo sedate nel sangue, e di amicizie e carriere che finiscono con condanne a morte o all’esilio. Di favoriti che vengono protetti oltre la logica o oltre ogni ragione, di generali che sono sostituiti per beghe di corte e di letto, di patriarchi condannati che trovano rifugio negli appartamenti dell’imperatrice e di papi mandati in esilio. Vi è un imperatore che governa ma qualche volta non è chiaro quanto comandi e come, perché con Giustiniano in fondo non si sa mai quando le decisioni siano, come appare, frutto di trame segrete ordite alle sue spalle e quanto invece siano sue, ma fatte passare per altrui suggerimenti solo per convenienza o ipocrisia del potere. È un uomo distante, lontano e rigido come i mosaici che lo ritraggono. Ha bisogno di un filtro per il mondo e quel filtro è Teodora, che è la sua complice ma forse anche il suo velo. Lui che si propone come il restauratore dell’Impero, unico sovrano dell’Oriente e dell’Occidente, novello Augusto, è Augusto anche nell’aver bisogno di una moglie che gli sia compagna e schermo. Che lo aiuti a nascondere le insicurezze del suo carattere, la sua instabilità, l’ansia che lo attanaglia nelle notti insonni in cui deve prendere le decisioni strategiche per l’impero. Che gli tenga lontano quelli che forse sono nemici, che individui per lui gli amici a cui affidarsi, che gli suggerisca cosa fare, e quando.

Ma muore giovane, Teodora, e lascia un Giustiniano che sopravvive, però come appannato. Sarà un imperatore senza più imperatrice, e con sempre meno contatti con la vita e il popolo. Asserragliato di nuovo nel suo palazzo, a portare a termine il suo grande lavoro di revisioni di leggi, ma sempre più distante, chiuso in elucubrazioni teologiche e religiose. Passeggia la notte, per la reggia, inesausto, insonne, solo, a guardare quella città che è sua e quell’impero che gli appartiene. Forse a chiedersi se ne è valsa la pena, o perché.

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