La ‘scuola delle donne’: per la costruzione di un sapere tutto al femminile

È la proposta della storica Flavia Frisone: una scuola delle donne per costruire le donne forti di domani, prendendo esempio dal passato

Eretteo Cariatidi scuola delle donne
Donne, le colonne del sapere. Atene, Eretteo, le Cariatidi - via Wikimedia Commons

La ‘scuola delle donne’. La costruzione di un sapere al femminile gestito interamente dalle donne. Fuori dai cliché di cui gli uomini hanno vestito le donne per secoli: o moglie e madre silente, oppure maga, sanguinaria, femme fatale. Ma fuori anche da quel potere femminile acquisito indossando panni maschili. Insomma fuori da tutto quel che popola il nostro immaginario – d’impronta maschile – per essere principalmente e pienamente donne.

È questo lo spirito e lo scopo dell’ambizioso progetto lanciato da Flavia Frisone, docente di Storia greca all’Università del Salento: la costruzione di un sapere delle donne d’oggi, in continuità col sapere femminile del passato. Un contributo tutto femminile alla scienza. A partire, ovviamente, dalla Grecia antica. Noi di Archeostorie ne abbiamo già parlato in passato, ma l’argomento ci è parso così importante che abbiamo voluto conoscere più particolari dalla viva voce di Frisone.

Donne indipendenti nella Grecia antica: le testimonianze sono sicuramente pochissime. Dove cercarle, tra tante narrazioni ‘al maschile’? Però cominciamo dall’inizio. Com’è nata l’idea?

È nata parlando di donne nella scuola media dove studiava mia figlia. Raccontavo della famiglia dov’ero cresciuta, una famiglia patriarcale dove però erano le donne a prendere le decisioni vere. Alcuni dei ragazzi che mi ascoltavano – singalesi, cinesi – non capivano. Per loro era comunque una situazione assurda.

Come si arriva alla Grecia antica?

Noi tutti, in realtà, quando veniamo a sapere di culture patriarcali dove ancora oggi le donne sono vittime, costrette a sposarsi bambine, a subire l’infibulazione o altro, esprimiamo subito dure condanne. Ma forse prima di condannare tout court, sarebbe più utile comprendere. Nella Grecia antica le donne non avevano poteri né diritti. Studiavano quel minimo che serviva loro per sposarsi. E, come accade ancora in molti paesi oggi, venivano date in spose giovanissime. Ho pensato che conoscendo meglio la condizione della donna greca, in una società cioè che ci è sempre servita da modello e che associamo a qualcosa di positivo, possiamo cominciare a comprendere situazioni analoghe d’oggi. Per essere realmente d’aiuto.

Sicuramente. Stiamo però ancora parlando di una storia ben nota. Dove trovare invece tracce delle storie di donne indipendenti di cui si parlava? Dove cercare nella Grecia antica un sapere tutto femminile?

Non è facile, lo riconosco. Ma non impossibile. C’erano donne che imparavano a fare quel che veniva loro imposto, ma poi sapevano anche ricavarsi il proprio spazio. Nell’insegnamento, per esempio. La prima trasmissione del sapere è sempre stata da madre a figlio o figlia. Cosa insegnavano, cosa raccontavano le donne ai figli e alle figlie? E cosa si raccontavano poi tra donne? Lo spazio del gineceo è sempre stato uno spazio in cui le donne hanno costruito qualcosa di loro proprio andando oltre molti steccati. Oltre le differenze sociali, ma anche oltre i confini di conoscenza loro imposti.

Possiamo fare qualche esempio?

La medicina era in origine una prerogativa femminile. Le donne conoscevano e raccoglievano le erbe, le donne sapevano curare. E le loro erano conoscenze molto specialistiche. La ‘maschilizzazione’ e conseguente sistematizzazione della scienza medica è venuta molto dopo, ma in origine era femminile. E ci sono sempre state delle mediche. Si parla addirittura di una donna che, forse nell’Atene del IV secolo, si è finta medico per aiutare le altre donne a partorire ed evitare così che morissero di parto.

La scuola delle donne
La scuola delle donne – Donne con tabula scriptoria

E oltre alla medicina?

La religione. Nascevano molti culti al margine della religiosità civica, ed erano gestiti da donne. Potevano anche erodere spazi della religiosità ufficiale della comunità maschile, o addirittura costituire spazi di potere al femminile. Non sappiamo se nel mondo greco tale religiosità abbia raggiunto il carattere sovversivo che ebbero i baccanali nella Roma antica, addirittura proibiti per legge nel 186 a.C. col Senatus consultum de Bacchanalibus. Però ha sicuramente creato nuovi spazi e nuove modalità rituali.

E l’artigianato? La tessitura per esempio.

Certo, la tessitura è sempre stata prerogativa femminile, ma troviamo tracce di molti altri lavori che svolgevano le donne. Erano ceramiste, per esempio. In un vaso attribuito al Pittore di Leningrado della collezione Intesa Sanpaolo, è ritratta la bottega di un ceramista, e la disegnatrice è donna! Nel complesso possiamo dire che buona parte del sapere ‘al femminile’ è stato un sapere di carattere pratico.

Ma abbiamo notizia anche di grandi intellettuali.

Certo! Donne colte e di spirito, dalla battuta pronta e tagliente. Che però per questo hanno pagato un prezzo altissimo: venivano considerate donne di malaffare. Perché il sapere teorico, il logos, doveva essere solo maschile. Tuttavia delle donne colte esistono molte tracce, e si potrebbe forse indagare l’umorismo al femminile nel mondo antico. Che dire poi di Ipparchia, che abbandonò tutto per sposare Cratete in Cinico, vivendo per strada con lui? Ha fatto una scelta controcorrente e l’ha sempre difesa: a chi le diceva ‘vai a tessere la tela’, lei ha sempre risposto per le rime. Una donna grandissima! Ben diversa dalla famosissima Ipazia che, per quanto colta e forte, era una sorta di sacerdotessa e perciò il suo sapere era comunque all’interno di canali ufficiali.

Come e cosa possono queste donne insegnare a noi oggi?

Anche noi abbiamo bisogno di costruire un vero sapere al femminile. Ovviamente, oggi ci troviamo ad affrontare problemi diversi rispetto al passato, ma le nostre donne di potere ricalcano cliché maschili. Hanno messo i pantaloni, insomma. Invece dobbiamo provare a costruire un sapere e una narrazione femminili, un modo di essere donne diverso dai soliti schemi. Magari partendo proprio dagli spazi che sono già nostri.

A cosa si riferisce?

L’insegnamento. Le statistiche dicono che la maggior parte degli studenti di Liceo classico sono femmine. Ora, o ci rassegniamo a relegare gli studi umanistici in un secondo piano rispetto agli studi scientifici oggi in gran voga, oppure li usiamo come strumento di una visione diversa del mondo. Una visione più umana. Del resto la sympatheia è da sempre parte del carattere tradizionale femminile.

Faccio parte di una generazione che è stata formata prevalentemente da accademici maschi. Ora però le donne in accademia sono molte, specie negli studi classici. Mi sono chiesta: che cosa hanno aggiunto queste donne a quanto hanno appreso dagli uomini? La risposta è: nulla. È tempo di cambiare, di non ripetere pedissequamente il sapere acquisito ma di lavorare per trasformarlo. Per farlo finalmente nostro.

Iscriviti alla nostra newsletter



2 Commenti

  1. L’iniziativa proviene dal mondo dello studio della Storia. Disposto a credere che in quell’ambito una proposta nella direzione dello sviluppo di competenze, attenzioni o approcci che marchino differenziazoni possa suonare coerente con i principi generali della acquisizione della conoscenza in quella disciplina. Non intendo dunque criticare l’eventualità di declinare al femminile piuttosto che al maschile o altrimenti lo studio della Storia ed il suo insegnamento in contesti nei quali vi siano tempi e modi per una riflessione basata sul confronto fra molteplici e ripetute riletture.

    Però, accidenti, noi siamo Archeologi. Per noi è diverso.
    Noi non elaboriamo racconti sulla base della nostra personale qualità soggettiva, né su quella di una fonte narrativa antropologicamente orientata.
    Noi non ci occupiamo di documenti narrativi filtrati attraverso una passata volontà culturale di farceli o meno pervenire selettivamente.
    Noi non facciamo indagini di polizia con il profilo psicologico del ricercato; noi diciamo seccamente che l’evidenza c’è, dov’è, se è prima o è dopo.
    Sul resto noi taciamo, mordendoci persino la lingua pur di non lasciarci sfuggire scorrettamente qualche parola che non sia rigorosamente ancorata agli elementi materiali di prova.

    Per noi il genere del o della Collega che ha individuato ed elaborato un dato archeologico deve essere irrilevante (non argomento di garbato confronto fra punti di vista e sensibilità differenti ma veramente irrilevante), questo dobbiamo far capire a giovani e giovanissimi, e –se il nostro senso di esistere come Archeologi è davvero quello di saper far parlare le cose- il genere che è doveroso mettere in risalto in Archeologia è quello neutro della materialità delle evidenze archeologiche.

    Ciò naturalmente non significa che noi possiamo disinteressarci delle conseguenze materiali delle differenze di genere nel passato quando concretamente attestate nei reperti o negli strati (non però mescolando le nostre argomentazioni con racconti riportati, ma concentrandoci sul concretodi ciò che è davvero attestato archeologicamente), né tantomeno di una vera equità fra di noi donne e uomini nel presente (da costruire dove ancora manca, da difendere dove rischia di venire disattuata).
    Significa invece che noi abbiamo l’onere deontologico di garantire il genere di chi di noi volta per volta opera –e che spesso si vede affidato il compito di eseguire operazioni scientificamente irripetibili- neutrale rispetto alla acquisizione e trattamento del dato.
    Se no guai: si arriverebbe in un attimo al far assurgere considerazioni sulla persona dell’operatore archeologico a requisito per operare o a metro di valutazione del suo operato (tecnico-scientifica tanto per cominciare, ma già che ci siamo magari anche retributiva e chissà cos’altro).

    Apparirebbe evidente che il nostro ruolo sarebbe a quel punto malamente degradato a storie raccontate dall’Archeologo o dall’Archeologa, non trattandosi più dello sforzo oggettivante dell’Archeologia di garantire notizie il più possibile vicine a potersi dire raccontate direttamente dalla materialità delle cose.

  2. L’iniziativa proviene dal mondo dello studio della Storia. Disposto a credere che in quell’ambito una proposta nella direzione dello sviluppo di competenze, attenzioni o approcci che marchino differenziazioni possa suonare coerente con i principi generali della acquisizione della conoscenza in quella disciplina. Non intendo dunque criticare l’eventualità di declinare al femminile piuttosto che al maschile o altrimenti lo studio della Storia ed il suo insegnamento in contesti nei quali vi siano tempi e modi per una riflessione basata sul confronto fra molteplici e ripetute riletture.

    Però, accidenti, noi siamo Archeologi. Per noi è diverso.
    Noi non elaboriamo racconti sulla base della nostra personale qualità soggettiva, né su quella di una fonte narrativa antropologicamente orientata.
    Noi non ci occupiamo di documenti narrativi filtrati attraverso una passata volontà culturale di farceli o meno pervenire selettivamente.
    Noi non facciamo indagini di polizia con il profilo psicologico del ricercato; noi diciamo seccamente che l’evidenza c’è, dov’è, se è prima o è dopo.
    Sul resto noi taciamo, mordendoci persino la lingua pur di non lasciarci sfuggire scorrettamente qualche parola che non sia rigorosamente ancorata agli elementi materiali di prova.

    Per noi il genere del o della Collega che ha individuato ed elaborato un dato archeologico deve essere irrilevante (non argomento di garbato confronto fra punti di vista e sensibilità differenti ma veramente irrilevante), questo dobbiamo far capire a giovani e giovanissimi, e –se il nostro senso di esistere come Archeologi è davvero quello di saper far parlare le cose- il genere che è doveroso mettere in risalto in Archeologia è quello neutro della materialità delle evidenze archeologiche.

    Ciò naturalmente non significa che noi possiamo disinteressarci delle conseguenze materiali delle differenze di genere nel passato quando concretamente attestate nei reperti o negli strati (non però mescolando le nostre argomentazioni con racconti riportati, ma concentrandoci sul concreto di ciò che è davvero attestato archeologicamente), né tantomeno di una vera equità fra di noi donne e uomini nel presente (da costruire dove ancora manca, da difendere dove rischia di venire disattuata).
    Significa invece che noi abbiamo l’onere deontologico di garantire il genere di chi di noi volta per volta opera –e che spesso si vede affidato il compito di eseguire operazioni scientificamente irripetibili- neutrale rispetto alla acquisizione e trattamento del dato.
    Se no guai: si arriverebbe in un attimo al far assurgere considerazioni sulla persona dell’operatore archeologico a requisito per operare o a metro di valutazione del suo operato (tecnico-scientifica tanto per cominciare, ma già che ci siamo magari anche retributiva e chissà cos’altro).

    Apparirebbe evidente che il nostro ruolo sarebbe a quel punto malamente degradato a storie raccontate dall’Archeologo o dall’Archeologa, non trattandosi più dello sforzo oggettivante dell’Archeologia di garantire notizie il più possibile vicine a potersi dire raccontate direttamente dalla materialità delle cose.

Lascia un commento!