8 marzo, Ragazze alla moschea Istiqlal, Giacarta

8 marzo: impariamo dal passato a essere donne oggi

Oggi, 8 marzo, per celebrare le donne, abbiamo scelto di considerare il contributo del mondo femminile nella trasmissione del sapere e della cultura, ieri e oggi. Riflettere sul ‘nostro’ passato, insomma, per guardare al presente e al futuro con occhi nuovi, per chiederci quale ruolo possa avere oggi una cultura declinata anche al femminile, in un mondo in cui l’educazione negata è una violenza esercitata su milioni di bambine.
Per la nostra riflessione ci rivolgiamo ancora una volta al mondo greco, da sempre considerato un modello culturale con cui confrontarci. Ora, riflettere sul ruolo delle donne nel mondo greco non è un’impresa facile. Perché la Grecia non è mai stata ‘una’ e non è rimasta uguale a se stessa nei secoli. La Grecia della poetessa Saffo nell’aristocratica Mitilene del VII secolo a.C. è diversa da quella della tanto colta quanto screditata Aspasia nell’Atene di V secolo a.C., e ancor di più dal mondo ellenistico di Ipparchia, filosofa cinica che a chi la rimproverava di aver abbandonato i lavori dei telai, rispondeva di aver preferito impiegare il tempo per la propria educazione.
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L’universo femminile greco è caleidoscopico e variegato. – John William Godward, Al tempo di Saffo. Olio su tela, 1904

8 marzo: proviamo a fare ordine nel caleidoscopio di figure femminili del mondo greco

La studiosa di storia greca antica Flavia Frisone, docente all’Università del Salento, ha provato a mettere un po’ d’ordine in questo caleidoscopio variegato dove, di fatto, s’incontrano poche donne vere e molte immagini del femminile, riflesse in un occhio maschile e raccontate da una letteratura altrettanto di parte. E che anche la cultura materiale, fortemente discontinua e selettiva, ci racconta a singhiozzi.

Tuttavia l’analisi di Frisone – presentata già in conferenze pubbliche in varie sedi d’Italia – è riuscita a seguire il filo rosso di una matassa che si dipana attraverso i secoli, ed è giunta a un denominatore comune: la celebrazione ideologica – o, in caso contrario, il biasimo – di un modello femminile che era funzionale alla società nel suo insieme, plasmato dagli uomini per gli uomini, e che addomesticava le donne facendole uscire dal loro (presunto) ferino stato di natura. Come dimenticare, a questo proposito, il catalogo delle donne del poeta Semonide che assimila le donne ad animali o elementi naturali terribili, risparmiando dal biasimo solo la donna operosa come l’ape?

Ruoli da donna: sposa e madre

Da Sparta ad Atene, con differenze notevoli ma non sostanziali, l’attenzione al mondo femminile si rifletteva essenzialmente in un percorso educativo che preparava le donne a ricoprire il ruolo sociale che spettava loro, quello di spose e di madri. E a farlo in tempi brevi, perché non va dimenticato che spesso queste ‘donne’ erano in realtà poco più che bambine, che si affacciavano al matrimonio attorno ai quattordici-sedici anni.

Con le possibili varianti legate, come sempre, alla situazione socio-economica della famiglia d’origine, si può dire che generalmente alle bambine era impartita un’alfabetizzazione di base – leggere, scrivere e far di conto – combinata a saperi più tecnici, che andavano dalla filatura alla tessitura passando per la preparazione dei cibi e la gestione della casa. Una vita essenzialmente casalinga e ai margini, accomunata da una parola d’ordine: mansuetudine. “Vedere, sentire e chiedere meno cose possibili” era il mantra al quale venivano istruite, ad esempio, le giovani ateniesi.

Un sapere specializzato trasmesso dalle donne

In breve, possiamo dire che le donne insegnavano alle donne tramandando saperi di alta specializzazione, come la filatura, ma comunque saperi tecnici, che nel mondo antico furono sempre subordinati al logos. È significativo in tal senso il fatto che quante tentarono di accedere a questa seconda dimensione del pensiero e della parola, come Aspasia o Diotima di Mantinea, lo fecero al prezzo della propria dignità sociale.
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Esempio di telaio riscostruito a TourismA2017. La tessitura, in Grecia, era uno di quei saperi specializzati tramandati dalle donne. © Chiara Boracchi

La violenza simbolica e l’imposizione di strutture mentali

È stato un lavoro complesso di ‘formazione’ che, per usare un’espressione del sociologo Pierre Bourdieu, leggiamo oggi come ‘violenza simbolica’, come imposizione di una visione e di strutture mentali con cui analizzare se stesse e il mondo, che venivano introiettate, vissute e riprodotte dalle donne come disposizione naturale. È un mondo che oggi ci appare lontano e altro rispetto al nostro modo di concepire l’educazione come maieutica della libertà individuale. E ora che il passato si è rivelato in tutta la sua alterità come un mondo a genere unico, quello maschile, e in parte abbiamo imparato a prenderne le distanze, a dialogare e non a rispecchiarci, cosa può insegnarci ancora? Moltissimo – secondo Frisone – su noi stesse e soprattutto sul mondo che ci circonda.

Le donne greche e le realtà contemporanee, così lontane, così vicine

Il mondo delle donne greche può aiutarci a comprendere quelle realtà contemporanee che ci sembrano così culturalmente lontane dalla nostra ma dalle quali – per vicinanza fisica – ci sentiamo minacciati. In questo 8 marzo, pensiamo alle donne che oggi vivono in sistemi tradizionalisti, integralisti, patriarcali. Alle donne dell’Islam, a quelle africane, alle spose bambine dell’India alle quali guardiamo con pietà e terrore. A tutte le vittime di una ‘violenza simbolica’ che nella società di ieri non era diversa da quella di oggi. La chiave sta quindi nel comprendere e non introiettare questi modelli, osservandoli nella loro interezza e non come ‘specchio del male’, illuminandone le ombre alla luce della nostra nuova consapevolezza del passato. Solo così potremo davvero dialogare con realtà che altrimenti sono sideralmente lontane da noi.

Questa sarebbe vera educazione: e quale peso potrebbe avere oggi, per una società, una cultura declinata anche al femminile! Concepita non come accesso delle donne al ruolo di fiancheggiatrici di culture patriarcali e maschiliste, ma come rielaborazione autonoma, partecipazione paritaria alla dimensione del sapere. Anche la progressiva ‘femminilizzazione’ degli studi classici, cui assistiamo nella scuola e nelle università italiane, può essere letta, in questa nuova luce, non come una nuova marginalizzazione del sapere femminile rispetto ad altri saperi – come quello scientifico – considerati più importanti, ma come una grande occasione. L’occasione di consegnare alle nuove generazioni una cultura antica riletta attraverso una consapevolezza di genere finalmente non più mistificata. L’occasione di recuperare le nostre radici per capire quali errori non ricommettere, di provare a comprendere senza più semplificare.

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