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Forza ed etica del contesto: per dare un senso vero alla storia e alle nostre vite

Per noi archeologi il contesto è un po’ come l’acqua per i pesci: non possiamo farne a meno. E ci illudiamo che un mondo più attento al contesto, in tutte le sue forme, sarebbe probabilmente un mondo migliore, se non altro perché più consapevole.

Nei suoi aspetti stratigrafici il contesto è un concetto fondamentalmente statico; nei suoi aspetti funzionali è piuttosto un evento dinamico, un meccanismo complesso; nei suoi aspetti culturali si carica anche di valori estetici ed etici. E presume comunque una componente quantitativa, che misuriamo nello spazio e nel tempo, e una qualitativa, da cui il contesto trae senso storico ed umano.

Distogliendo lo sguardo dai singoli oggetti avulsi dai loro contesti, e andando invece a cercare il loro stile nelle relazioni che li legano, la cultura del contesto può interpretare la realtà riconciliando piacere estetico e piacere storico, spostando l’attenzione da ciò che è unico e eccezionale a ciò che proprio dalla sua natura contestuale, dal superamento della sua apparente casualità, trae motivo di attenzione, cioè di trasmissione al futuro.

Per un’etica del contesto

Il libro di Andrea Carandini ci aiuta così a scorgere le linee di un’etica del contesto che è quasi una forma mentale, attraverso cui la realtà ci appare come un intrico di tracce coerenti, dove le cose mute si animano e ci catturano trascinandoci nella durata del tempo e ci restituiscono l’immagine fantastica del nostro essere di ieri, di oggi e di domani, quasi come l’unica forma di immortalità possibile.

Per questo non possiamo fare a meno del contesto, e quando lo perdiamo di vista non possiamo fare a meno di cercare di recuperarlo. Perché i legami visibili e invisibili che legano mutevolmente tra di loro gli esseri animati e le cose danno un senso alle nostre esistenze, sono i colori e le forme della trama tessuta lungo l’ordito della vita.

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Il direttore dell’Ibam-Cnr Daniele Malfitana guida Andrea Carandini e Daniele Manacorda lungo i deambulacri dell’Anfiteatro di Catania

Il decalogo è questo

Il libro propone una infinità di spunti, condotti spesso sul filo dei ricordi intrecciati con l’attualità. Il testo è infatti anche una pagina di storia dell’archeologia italiana, godibile per chi ne ha vissuto le diverse stagioni o per chi, più giovane, desidera la testimonianza diretta di uno dei suoi massimi protagonisti.

In pochi punti ne segnalo solo alcuni, che invitano alla riflessione:

  • la confessione liberatoria che tutti noi siamo e al tempo stesso non siamo più quello che un tempo siamo stati: non è una ovvietà, ma è il senso stesso del movimento e del futuro, della pienezza dell’esistenza di ciascuno;
  • lo sforzo che l’autore fa di liberarsi dalla sua stessa professionalità – sappiamo quanto corposa – sperando di liberare anche gli altri dalle loro: è il crinale affascinante su cui corre il cammino tra specialismi e visione olistica della realtà e di sé;
  • l’enfasi sui piccoli valori della vita privata contenuti nelle case e negli arredi, senza i quali le stesse architetture non hanno né vita né senso. E sull’arte di vivere, forse la più importante delle arti, perché – scrive Carandini – sommamente contestuale;
  • il continuum ideale che tiene uniti valore storico e valore estetico, inseparabili l’uno dall’altro, e l’enfasi sulla bellezza degli oggetti buoni e ben fatti. L’arte – mi viene da dire – non è ‘una cosa bella’, ma è ‘una cosa fatta bene’;
  • il senso dell’unica forma possibile di eternità che ci è concessa attraverso la trasmissione dei ricordi di cui sono intrisi gli oggetti, e quindi – sullo sfondo – il rapporto tra felicità e serenità;
  • la consapevolezza che la fortuna sta pur sempre nelle nostre mani. Esemplare è la lezione del FAI, che da anni Carandini presiede con una autorevolezza unanimemente riconosciuta. Una lezione che ci dice che pochissime persone possono fare molto e che moltissime persone, sul loro esempio, possono risollevare anche una nazione in difficoltà (e questo è vero tanto nel continente quanto in Sicilia);
  • l’enfasi quindi sulle persone, dopo che un amore esclusivo per l’oggetto culturale ha fatto dimenticare il soggetto, cioè gli individui che lo percepiscono o non lo percepiscono, e quindi le comunità che danno senso e anima ai luoghi, e li proteggono arricchendoli o li sciupano degradandoli;
  • la critica coraggiosa e volutamente provocatoria alla parola e al concetto stesso di ‘museo’, un museo-zoo che ricovera in istituti di lunga degenza tutto ciò che viene strappato, come gli animali esotici, al suo contesto di appartenenza (senza nulla togliere alla enorme funzione di diffusione della cultura che i musei hanno svolto e continuano a svolgere sin dalla loro prima istituzione);
  • ma anche l’importanza dell’arte della valorizzazione come uno specifico e promettente mestiere, tutto da immaginare e da costruire;
  • l’enfasi, poi, sulla natura e lo spirito dei luoghi, in presenza delle valorizzazioni e gestioni uniformate e omologate, esterne alle logiche dei siti e alle loro vocazioni, che invece vanno scoperte, alimentate e fatte vivere.

Il paesaggio come organismo

Di qui una serie di spunti preziosissimi sul tema del paesaggio, sede regina del concetto stesso di contesto. Sappiamo che una certa retorica del paesaggio tende ad assimilarlo a certe vedute idilliache di monti, fiumi, colline e scogliere ancora intatte, rispetto alle tante brutture che ci circondano, quasi che il paesaggio coincida con la nostra cattiva coscienza di maldestri abitatori del pianeta.

Ma in fondo che cosa è il paesaggio se non l’aspetto culturale, cioè storico, dell’ambiente in cui viviamo?  I paesaggi sono infatti veri e propri organismi, sistemi complessi, dove le forme degli insediamenti umani si sono andate sovrapponendo nel corso dei secoli adattandosi alle componenti naturali e al tempo stesso trasformandole. Sono il risultato del lavoro e dell’immaginazione di generazioni e generazioni, che hanno dato alla natura un ordine riconoscibile per venire incontro alle proprie necessità di sussistenza.

Il paesaggio è quindi il prodotto di un’attività collettiva, dove natura, storia, lavoro e arte si sono intrecciati come immagine riconoscibile della vita di intere comunità nel corso di lunghi e talora lunghissimi periodi di tempo. Incontriamo questo intreccio alle scale più diverse: in uno strato archeologico quando ne osserviamo l’intima composizione, in un ambiente architettonico con le sue pareti e i suoi arredi così come si sono andati organizzando nel tempo, nei monumenti che svettano o si nascondono nei nostri panorami, nelle strade che attraversandoli li collegano.

I paesaggi sono dunque in primo luogo contesti, dove ogni cosa vive un sistema di relazioni con ciò che le sta accanto, sopra o sotto; dove ogni cosa ha un senso, a volte immediatamente percepibile, altre volte bisognoso di studio per essere interpretato. Perché i paesaggi, per quanto lenti nelle loro trasformazioni, pur tuttavia cambiano nel loro aspetto, conservando le loro caratteristiche di lunga durata e prefigurando le nuove.

Lo constatiamo ogni volta che scorgiamo nelle nostre campagne un’infinità di vecchi edifici abbandonati o in stato di crollo o in corso di restauro, che ci ricordano regimi agricoli ormai desueti, lo spopolamento delle terre, lo sviluppo delle seconde case per gli abitanti dei paesaggi urbani. O quando vediamo un’informe boscaglia prendere il posto di campi o vigneti un tempo ben coltivati, e magari la scambiamo per natura, e la proteggiamo anche, quando è in verità soltanto il segno dell’abbandono, della perdita di un equilibrio, come la muffa su di un libro o su un quadro, secondo una suggestiva immagine di Andrea Carandini.

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Daniele Manacorda e il direttore dell’Ibam-Cnr Daniele Malfitana presentano La forza del contesto di Andrea Carandini all’Anfiteatro di Catania

I paesaggi sono le persone che li vivono

Per questo a volte ci domandiamo se certi atteggiamenti benculturalisti (mi si passi il termine), innamorati del bello artistico in sé e dei capolavori separati dal loro contesto, possano riuscire a cogliere il ruolo della natura nei paesaggi storici. Perché il bello dei contesti è che contengono in sé la normalità dell’utile e l’eccezionalità del superfluo, ma proprio perché vivono di relazioni danno alla prima l’estetica dell’utilità e alla seconda l’utilità della bellezza.

Ancora oggi, il dibattito che ci appassiona a proposito del destino del nostro patrimonio culturale deve fare i conti con atteggiamenti che mirano a isolare i singoli contenuti di un contesto, selezionando le manifestazioni dell’arte dai paesaggi che le contengono, quasi a recidere i legami che uniscono quei particolari prodotti del lavoro umano, che sono le cose d’arte, al sistema di relazioni che le ha rese possibili.

Ogni disciplina (arte, architettura, archeologia) ha lavorato per sé, separata dalle altre, ma i contesti paesaggistici non coincidono con le nostre discipline: sono tutte insieme allo stesso tempo e qualcosa di più, perché rappresentano non solo il mondo dei prodotti (i famosi beni culturali) ma anche quello delle relazioni. Per questo abbiamo ormai capito che non può più bastare la protezione di un monumento o di un sito recintato all’interno di un paesaggio degradato e lasciato al suo destino.

I contesti paesaggistici non vivono senza le persone che ne testimoniano l’anima più profonda, grazie a quella ‘coscienza di luogo’ che anche in Italia si sta pian piano sviluppando e che ci fa sperare in una prospettiva nella quale l’impegno pubblico e quello dei privati cittadini si diano la mano per curare la buona salute dei paesaggi passati e di quelli futuri.

Come? Favorendo, ad esempio, la gestione di siti storici e aree abbandonate da parte di chi ha la passione e la capacità di proporne nuove forme di socializzazione e di uso, come accade da qualche tempo in questo anfiteatro di Catania che l’Iban-Cnr ha riportato alla vita. Oppure favorendo il recupero degli abitati spopolati, rivissuti in una dimensione economica e sociale nuova, ma non per questo meno vitale. O la riattivazione di pratiche agricole o di allevamento tradizionali ma economicamente sostenibili, nelle quali la sensibilità ambientalista, quella storica, antropologica e artistica e quella attenta al progresso civile e sociale, si trovino impegnate nella comune difesa e rivalutazione del senso umano dei contesti che ci accolgono, perché possano accogliere anche le generazioni future.

Perché questo è un libro che guarda avanti, un vero Giano curioso del passato e del futuro. E per questo motivo un sentimento lo percorre in tutte le sue pagine: il valore della mitezza, dell’ottimismo e del buon umore! Tre Grazie che rendono migliore la nostra vita e quella degli altri.

 

Andrea Carandini

La forza del contesto

Roma-Bari, Laterza 2017

pagine 254, euro 18

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