‘Favorire il turismo, non il petrolio’: parla Sebastiano Tusa, Soprintendente del mare

Petrolio e turismo non sono compatibili: o l’uno o l’altro. Lo capiremo la prossima estate, quando sulle coste siciliane vedremo meno turisti a causa del recente disastro petrolifero alle isole Kerkennah. Per questo il referendum del 17 aprile è importante: può far capire alla gente quanto le trivelle sono pericolose​

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Sebastiano Tusa, Soprintendente del Mare della Sicilia
Lo scorso 13 marzo un incidente in una piattaforma a pochi chilometri dalle isole Kerkennah, in Tunisia, ha provocato una fuoriuscita di petrolio che si sta dirigendo verso le coste siciliane. Archeostorie ha intervistato sulla delicata questione l’archeologo Sebastiano Tusa, Soprintendente del mare della Regione Siciliana e membro dell’Advisory Board del nostro Journal of Public Archaeology.
È preoccupato per la situazione?
Si, sono molto preoccupato, principalmente per due motivi: il primo è che, anche se le isole Kerkennah non sono Sicilia, sono un patrimonio per l’umanità e possiedono resti storico-archeologici molto importanti di diverse epoche. Inoltre la marea nera è proprio alla “periferia” della Sicilia: a seconda delle correnti, potrebbe toccare Lampedusa, Linosa o Pantelleria con ripercussioni notevoli. Se la massa oleosa dovesse arrivare, non sarebbe sicuramente un attrattore per il turismo. Il secondo motivo riguarda un rischio, per così dire, più metafisico: il passaparola. La paura che la marea nera possa toccare le nostre coste potrebbe già avere ripercussioni negative per la prossima stagione turistica estiva.
Anche alla luce di quanto sta accadendo, pensa che petrolio e turismo possano convivere?

No, le due cose non possono convivere. I rischi del petrolio sono troppi, sia nel momento della prospezione e della ricerca che in quello dell’estrazione, come abbiamo visto. Anche se le tecnologie messe in campo – penso per esempio a quelle dell’Eni – sono di grande pregio. Il rischio c’è sempre, lo dimostra la cronaca. Bisogna pianificare di più e meglio, così che nelle zone costiere di elevato valore culturale, si favorisca il turismo e non la ricerca petrolifera.

Pensa che il referendum del 17 aprile possa iniziare a modificare la consapevolezza delle persone?
Penso di sì, anche se ritengo ci siano poca attenzione mediatica e poca informazione. In questo senso, posso dire di essere pessimista. Mi chiedo: qual è l’impatto reale sull’opinione pubblica? E fino a che punto le persone sono davvero informate?

Quali misure sta mettendo in atto la Soprintendenza del mare?
Noi, con la nostra Soprintendenza, abbiamo già fatto molto. Per esempio, quando la Regione riceve richieste per prospezioni entro le 24 miglia dalla costa, noi eseguiamo le valutazioni di impatto: i nostri archeologi subacquei indagano preventivamente le aree di interesse archeologico per stabilire se ci sono emergenze antropiche.
Inoltre, anche se non è di nostra stretta competenza, abbiamo proibito l’utilizzo dell’air-gun perché provoca esplosioni che danneggiano il fondale, e perché è ritenuto deleterio per il paesaggio marino.
E ultimamente ci stiamo concentrando molto su attività di pianificazione e tutela: per esempio, abbiamo presentato all’Unesco la proposta di dichiarare Patrimonio dell’umanità e Riserva della biosfera i banchi del Canale di Sicilia, ricchi di biodiversità e storia. Proposta firmata da un buon numero di comuni della Sicilia. Tutti uniti.

 

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