Da Giotto a una lavandaia siciliana: è la stessa storia

La vitalità dell’arte di Giotto si può esprimere solo con un racconto: come quello di una lavandaia siciliana sull’incontro tra Sant’Anna e San Gioacchino

Giotto Cappella degli Scrovegni
Giotto, Cappella degli Scrovegni, Incontro tra Anna e Gioacchino alla Porta d'Oro, affresco

In una stupenda lezione-spettacolo sugli affreschi della Cappella degli Scrovegni di Padova, Dario Fo apriva gli occhi dei suoi ascoltatori alle geniali invenzioni ‘registiche’ di Giotto, raccontando a parole le scene che il grande pittore aveva raffigurato per immagini. Ricordo di essere rimasto particolarmente impressionato dal famoso riquadro del bacio fra Sant’Anna e San Gioacchino (i ‘nonni’ di Gesù).

Attorno alle figure centrali di Anna e Gioacchino che, nel ritrovarsi dopo tanto tempo, si abbracciano e si baciano con la stessa tenerezza di quand’erano ragazzi, diversi altri personaggi movimentano la scena: sulla destra ci sono le serve, mentre al centro si staglia la figura di una vedova che col velo nero divide il proprio viso e l’intera scena in due, non avendo il coraggio di guardare quella commovente manifestazione di amore coniugale a lei ormai negato.

Ciò che impressiona sempre negli affreschi di Giotto è la vitalità. La vitalità di un artista è la capacità di vedere il muoversi della vita anche al di fuori dell’oggetto che racconta in quel momento. È uno sguardo ampio e corale che abbraccia tutta l’umanità e non si lascia mai indietro nessuno. Come nella contemporanea Divina Commedia ogni personaggio è dotato di vita propria, e viene espresso e consegnato all’eternità talvolta attraverso solo due o tre versi, così negli affreschi degli Scrovegni anche le figure più secondarie non sono mai accessorie, ma sono sempre cariche di una loro profonda verità.

Solo un racconto può schiudere ai nostri occhi tutta la vita contenuta nelle immagini. E in questo caso il racconto c’è, ed è di una donna che non ha mai visto l’affresco e non sapeva neppure chi fosse Giotto. Si tratta di una lavandaia siciliana di fine Ottocento le cui parole sono state trascritte quasi alla lettera dallo studioso di tradizioni popolari siciliane Giuseppe Pitrè.

La lavandaia ha raccontato a Pitrè la stessa scena di Sant’Anna e San Gioacchino, arrivata a lei attraverso la tradizione orale dei racconti di vite dei santi. Le affinità con l’affresco di Giotto sono sorprendenti e forse solo in parte casuali. E la vitalità con cui l’anonima narratrice ‘dipinge’ la scena non ha nulla da invidiare alla versione pittorica dell’artista, anche se la pallida eco del testo trascritto ci lascia solamente immaginare l’esuberanza e la vivacità originale del suo racconto.

E a proposito delle figure secondarie, anche la lavandaia, come Giotto, circonda i due protagonisti di serve. Secondo Fo queste sorridono condividendo la gioia del momento, mentre per la lavandaia stanno biasimando l’evento. Ed è possibile che, senza saperlo, la lavandaia abbia colto lo spirito della scena meglio di Dario Fo. Ecco il suo testo:

Sant’Anna Madre che voleva andare al tempio

Ai tempi di Sant’Anna Madre c’era un solo tempio, e questo tempio era stato costruito perché i profeti andavano predicando che doveva nascere il vero Messia, e perciò lì dentro ci potevano entrare solo le donne che dovevano presentare i bambini al Signore.

Sant’Anna Madre non aveva avuto figli, perciò in quel tempio non ci poteva entrare, però lo desiderava tanto. Quando compì cinquant’anni e non aveva più speranza di restare incinta, disse a San Giocacchino: “Portatemi una volta al tempio; pure nascosta sotto il vostro mantello!”.

San Giocacchino si convinse e ce la portò. Così la fece entrare e lei, da sotto il mantello, guardava tutti i muri e tutti i dipinti. I profeti che stavano nel tempio vedevano che sotto il mantello di San Giocacchino c’era la donna, ma non dicevano niente. E quando San Giocacchino stava già per uscire, gli dissero: “Eh! Gioacchino, Gioacchino! Nascondi, nascondi, ché tutto si vede!…”.

A queste parole San Gioacchino s’arrabbiò, perché lo prese come un rimprovero, e per la strada si mise a litigare con Sant’Anna Madre: “Per colpa tua mi sono preso quel rimprovero! Ora ti lascio e me ne vado!”.

Vicino al tempio c’era un albero e, arrivati lì, i due stavano ancora litigando, così un Angelo passò sull’albero e gli rispose: “Va bene, Gioacchino, ora lasciala e vattene, e non tornare più”. San Gioacchino, arrabbiato com’era, a queste parole subito pianta in asso e se ne torna dalle sue bestie, ché lui veniva da una masseria. E Sant’Anna Madre se ne dovette tornare a casa da sola.

Passati dieci anni, mentre Sant’Anna Madre dormiva, arriva l’Angelo e le dice: “Anna, Anna, sei incinta di una bambina che dovrà essere la Madre di Nostro Signore!”. E lei gli risponde nel sogno: “Ah! La vecchia voglia, Nel sogno si risveglia”.

Poi accetta le parole dell’Angelo e lui le dice: “Ora alzati Anna, e vai a cercare tuo marito sotto quell’albero dove lo hai lasciato”.

Sant’Anna si alzò, si vestì e si avviò con la sera verso quell’albero. Lasciata lei, l’Angelo andò da San Gioacchino: “Gioacchino, Gioacchino, alzai e vai a cercare Anna sotto quell’albero dove l’hai lasciata; adesso lei è incinta di una bambina che dovrà essere la Madre di Nostro Signore”. San Gioacchino, tutto frastornato, si alza e parte; e così marito e moglie vanno a incontrarsi sotto l’albero.

Appena s’incontrarono, dopo dieci anni che non si vedevano, s’abbracciarono e si baciarono; e la serva, che forse non riconobbe Gioacchino, disse: “Ma guardate un poco questi due vecchi che s’abbracciano e pure si baciano!”. E per questo cattivo pensiero, lo Spirito Santo la scomunicò, perché lo Spirito Santo non vuole che pensiamo ai fatti degli altri. E così Sant’Anna e San Gioacchino fecero pace e poi arrivò la Madonna Maria.

 

storia raccontata da Angela Puleo
testo tratto da Giuseppe Pitrè, Cola Pesce e altre fiabe e leggende popolari siciliane, edizione integrale tradotta dal siciliano e curata da Bianca Lazzaro, Donzelli editore, 2016

 

 

 

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