Canapa Nera: cosa c’entra il Museo della canapa con la Basilica di San Benedetto a Norcia

Qual è il ruolo di un museo in un territorio ferito come quello umbro, colpito duramente dal terremoto del 24 agosto 2016? E che cosa c’entra la canapa con la Basilica di San Benedetto a Norcia?

Canapa Nera
Da un lato le macerie, dall'altro 11 tele dipinte con colori sgargianti: è questo Canapa Nera, l'installazione della regione Umbria all'ultima Design Week. © Chiara Boracchi

Sarà la canapa il materiale principe della ricostruzione della Basilica di San Benedetto di Norcia, monumento simbolo del terremoto che ha colpito l’Italia centrale nell’autunno del 2016? Se ne è parlato molto all’ultima Design Week milanese, con un convegno e soprattutto con l’installazione Canapa Nera. Guardavo le macerie, immaginavo il futuro, entrambi all’Università degli Studi.

Si è cercato di fare il punto sulla ricostruzione dei monumenti umbri crollati dopo il terremoto del 24 agosto 2016, proporre nuove soluzioni e nuove idee, e persino riflettere sul ruolo che potrà forse avere il piccolo Museo della Canapa di sant’Anatolia di Narco dedicato a una delle coltivazioni tipiche della Valnerina: un ruolo importante non solo nelle operazioni di ripristino, ma anche nello sviluppo tecnologico ed economico della comunità.

Canapa Nera, università Statale
Canapa Nera è un’opera realizzata per la Regione Umbria dal Museo della Canapa in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti ‘Pietro Vannucci’ di Perugia e l’artista e designer Daniela Gerini. © Chiara Boracchi

Cosa sappiamo della ricostruzione della Basilica di San Benedetto?

Ma procediamo con ordine: a che punto è la ricostruzione della Basilica di San Benedetto? Il denaro c’è, sono stati stanziati 28 milioni di euro da Bruxelles più altri 10 milioni circa dalla Regione Umbria, e questa è già una notizia importante. C’è anche la commissione di indirizzo che dovrà scrivere il Bando di gara internazionale per selezionare il progetto di ricostruzione, presieduta da Antonio Paolucci, ex ministro dei Beni culturali e già responsabile della ricostruzione della Basilica di san Francesco ad Assisi. Però tra scrittura del bando, concorso e scelta del progetto definitivo, si conta di dover attendere ancora un anno circa. I lavori partiranno non prima dell’estate 2019. Tuttavia da tempo sui social serpeggia la polemica: si osserva che non è possibile progettare una ricostruzione se non sono ancora state rimosse le macerie.

Il seminario milanese, organizzato da Regione Umbria, Mibact e Inarch, cioè Istituto Nazionale di Architettura, è sostanzialmente servito per ragionare sulle linee guida da includere proprio nel Bando. Quel che è emerso dalla discussione tra i relatori -l’assessore regionale Fernanda Cecchini, il segretario generale del Mibact, Carla di Francesco, il direttore della rivista di architettura Domus, Michele De Lucchi, Massimo Locci dell’Istituto superiore di architettura in qualità di moderatore e il sindaco di Norcia Nicola Alemanno, presente tra il pubblico- sono state in sostanza diverse domande e pochi, ma importanti punti fissi.

Università Statale, Canapa Nera
Un momento del convegno del 19 aprile scorso all’Università Statale di Milano. © Chiara Boracchi

Ci si è chiesti in che modo e con quali criteri si dovrà affrontare la ricostruzione degli edifici ma anche dell’identità umbra; come si potrà rispettare il significato profondo dei luoghi; quali dovranno essere le priorità, se la ricostruzione dovrà essere fedele (e dunque ‘finta’), oppure dovrà sforzarsi di dare nuovo senso agli spazi; come si affronterà la questione delle macerie irrecuperabili, come si tapperanno i ‘buchi’; e ancora, come fare per avere un impatto positivo sull’economia del territorio e cogliere l’opportunità che si cela dietro il dramma provocato dal sisma.

Tutti erano d’accordo nell’affermare che la tutela e la conservazione della basilica dovranno andare di pari passo con la messa in sicurezza dell’edificio, che non si potrà fare a meno di impiegare nuove tecnologie e nuovi materiali, magari provenienti da progetti di ricerca e sviluppo sul territorio e, soprattutto, che si dovrà coinvolgere la popolazione locale, che dovrà avere un ruolo attivo e partecipare alle decisioni che riguardano la ricostruzione. Sì, ma esattamente come?

Canapa Nera: un materiale del territorio per il territorio

Qui entra in gioco la riflessione proposta dall’opera Canapa Nera, realizzata per la Regione Umbria dal Museo della Canapa in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti ‘Pietro Vannucci’ di Perugia e l’artista e designer Daniela Gerini.

Nel chiostro grande dell’Università Statale un muro bifronte realizzato con la parete di un container, con tante macerie scomposte, prese dalle zone rosse dei paesi della valle del fiume Nera colpiti dal terremoto da un lato, si contrapponeva a undici tele di canapa di un polittico dipinto con colori sgargianti che doveva rappresentare, attraverso forme astratte, il paesaggio umbro. Da una parte l’arte del passato, crollata; dall’altra quella del presente e del futuro, più che mai viva e colorata.

Canapa Nera
Particolare dell’installazione Canapa Nera, il lato delle macerie. © Chiara Boracchi

Trait d’union ideale tra le due facce è proprio la canapa, pianta versatile che può essere utilizzata sia per produrre tessuti e filati e tele per dipingere, ma può anche essere impiegata nell’edilizia, nelle ristrutturazioni e -perché no?- nei restauri. Magari anche nella ricostruzione del monumento più importante della Valnerina, la Basilica di San Benedetto.

A fare ricerca e sviluppo su questo materiale è proprio il Museo della Canapa che in realtà è solo uno dei centri di ricerca dell’Ecomuseo della dorsale appenninica, realtà impegnata a valorizzare, conservare e tramandare i mestieri storici della Valnerina.
Col progetto Fabric-Action, che ha coinvolto anche il Politecnico di Milano, in circa un anno il museo ha realizzato 11 prototipi di materiali ottenuti dalla canapa. Tra questi ci sono filamenti ecosostenibili per stampanti 3D, ma anche materiali multistrato in canapa pressata e pannelli isolanti che, oltre ad avere proprietà fonoassorbenti e ignifughe, sono in grado di flettersi e assorbire le onde sismiche, evitando danni agli edifici in caso di terremoto. A detta della direttrice del museo, Glenda Giampaoli, il mix di canapa e calce utilizzato per la ristrutturazione dei locali storici del polo di Sant’Anatolia ha già dato ottimi risultati.

È ancora troppo presto per avanzare ipotesi e previsioni sulla ricostruzione della Basilica. Ma ci piace l’idea che un piccolo museo, grazie alle proprie attività di ricerca su una materia prima tipica del territorio, possa diventare un punto di riferimento per la comunità, contribuendo non solo a tramandare i saperi del passato, ma anche a inventare nuove soluzioni che aiutino a restituire materia e senso ai luoghi simbolo di quella collettività. Facendosi, tra l’altro, motore dell’economia (sostenibile!) del territorio.

Insomma, è proprio questo che dovrebbe essere un museo nell’era del 4.0, no? Un luogo della comunità e per la comunità in tutto e per tutto. Noi di Archeostorie contiamo che il Museo della canapa di Sant’Anatolia ce la farà.

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