La bottega Pixar: gioco di squadra, artigianalità, narrazione

La mostra Pixar: 30 anni di animazione spiega quanto l’animazione computerizzata sia ‘umana’. Perché alla base di tutto ci sono sempre i personaggi e le loro storie

Pixar: 30 anni di animazione
Pixar: 30 anni di animazione

“Cosa facciamo noi alla Pixar? Raccontiamo storie. Le storie sono l’indice della nostra umanità, e con le storie abbiamo imparato a conoscere il mondo. Continuiamo ancora a conoscerlo grazie alle storie”. È categorica Elyse Klaidman, curatrice della mostra itinerante che celebra i 30 anni della famosa casa di produzione cinematografica, da oggi ‘on show’ a Palazzo delle Esposizioni a Roma. E alla Pixar si raccontano storie usando il computer, ma nessuna di loro nasce al computer. “Non troverai nulla gratis nel tuo computer” dicono in azienda.

Pixar: una bottega rinascimentale digitale

La mostra è stata ideata proprio per questo, per far toccare con mano quanto lavoro di ricerca e quanta artigianalità siano alla base di ogni loro film. Si ammirano circa 400 opere tra scritti (eh sì, il copione ci vuole), disegni a matita e pennarello, acquerelli, dipinti digitali, calchi e modelli fatti a mano: tutto quel che è servito perché da quella “bottega rinascimentale digitale” -come la chiama la curatrice italiana della mostra Maria Grazia Mattei– uscissero i film che tutti noi abbiamo ammirato.

L’animazione digitale parte dal nulla, si crea tutto da sé. Per questo l’opera di ogni artista è fondamentale: bisogna plasmare ogni minimo dettaglio. Come è fondamentale il lavoro di squadra: senza il contributo integrato di tutti, il risultato non c’è. Ma alla base c’è sempre la creatività: ricerca, esplorazione, avventure oltre i limiti dell’immaginazione. Così nascono le storie, così si delineano i personaggi, così si creano quei mondi fantastici ma verosimili. Perché tutto nel mondo Pixar è assolutamente credibile.

Credibilità Pixar

Basti un esempio: per narrare le avventure del pesce Nemo (Alla ricerca di Nemo, 2003), l’équipe di Pixar ha fatto immersioni subacquee e studi con biologi per anni. Quindi nel film tutto della vita sottomarina, persino il movimento della luce attraverso l’acqua, è verosimile al cento per cento. Per questo il mare di Nemo è per noi nuovo, perché siamo in un film di animazione, ma riconoscibile. Per questo crediamo a Nemo.

E per questo i messaggi dei film Pixar sono importanti e calati nella realtà d’oggi. Parlano a noi, a ciascuno di noi. Ci invitano a riflettere, e spesso anche a esplorare terreni sconosciuti, frontiere della ricerca; come per esempio il funzionamento della nostra mente, che è la vera protagonista di Inside Out (2015).

Per qualche storia in più

Ci è piaciuta dunque la mostra? Ni. Perché ci aspettavamo maggiore impatto, più ‘meraviglia’, oltre alla massa di schizzi, dipinti e modellini. In verità c’è meraviglia nell’installazione Artscape dove i disegni miracolosamente prendono vita e diventano film, in una forma così immersiva da generare anche un po’ di virtual sickness. Ma ci aspettavamo di più, più spettacolo.

Credevamo anche di scoprire più storie. Non storie inventate ma vere: più ‘dietro le quinte’, più uomini e donne dietro quei disegni, più aneddoti, più immersione nella bottega Pixar. Noi di Archeostorie sappiamo bene quanto sia difficile per dei profani capire cosa fa un professionista dalla mattina alla sera. Per questo abbiamo realizzato il nostro libro d’esordio, Archeostorie: per raccontare a tutti cosa fanno quotidianamente gli archeologi e quanto sono utili alla società d’oggi. Così alla mostra contavamo di entrare negli ingranaggi della Pixar proprio come possono fare i lettori del nostro libro.

Pixar, Emeryville, CA., foto Lucius Kwok
Pixar, Emeryville, CA., foto Lucius Kwok

Storie 4.0

La mostra però ci ha anche resi felici perché vi abbiamo trovato tutto quel che andiamo dicendo da tempo sul potere della narrazione per i beni culturali, e abbiamo ora condensato nel libro Racconti da museo. Le storie abbattono barriere e diffidenze e sono uno strumento potentissimo di conoscenza; mettono in discussione certezze e invitano a riflettere; creano unione attorno ai temi e ai valori che esprimono. Ma sull’importanza delle storie potremmo parlare all’infinito, noi di Archeostorie per i musei, e la Pixar per l’animazione computerizzata.

Però la Pixar dimostra in modo lampante e incontrovertibile che oggi la vera rivoluzione non è nella tecnologia, ma nelle storie. La tecnologia serve a costruire storie in modo diverso, più potente e coinvolgente. Però alla base ci dev’essere l’idea. Senza l’idea la tecnologia è nulla. Alla Pixar hanno un vero rapporto maturo con la tecnologia, non ammirano la macchina ma la usano per esprimere sempre nuove possibilità narrative. Ed è proprio questo il filo rosso del nostro Racconti da museo, che non a caso nel sottotitolo parla di “museo 4.0”: un museo che non si lascia abbagliare dall’ultimo ritrovato della tecnica ma lo sa usare al meglio per raccontare e stupire.

Virtù del verosimile

Altro punto fermo della Pixar è la costruzione di mondi e la loro credibilità: mondi totalmente immaginari ma verosimili. La finzione aiuta a concentrare l’attenzione sul messaggio, e la verosimiglianza stimola lo spettatore a trasferire il messaggio nel proprio mondo. Se leggete il contributo di Aldo Di Russo a Racconti da museo, vi troverete proprio un elogio della verosimiglianza (e molto altro ancora).

Sembra un concetto assodato ma nel mondo dei beni culturali non lo è. Per nulla. Quanti ricercatori e direttori di museo sono ancora ossessionati dalla necessità di presentare la realtà con la erre maiuscola, e non riflettono sul fatto che il passato non sarà mai ricostruibile al cento per cento. È passato, andato, svanito. Continueremo sempre a indagarlo e a fare nuove scoperte, ma una ricostruzione integrale è impossibile e di fatto irreale.

Perché dunque non costruire un mondo verosimile che sappia trasmettere i valori del passato all’uomo d’oggi in modo immediato e incisivo? Che lo stimoli a riflettere? Un mondo frutto di ricerca affannosa come fanno anche alla Pixar, ma che non avrà mai la pretesa di essere il vero mondo passato. È quel che sappiamo noi e quel che noi vogliamo narrare a tutti. Noi, qui, oggi. Domani altri vorranno narrare altre storie e trasmettere altri messaggi.

Verosimiglianza e onestà

Dunque la verosimiglianza nella narrazione dei beni culturali non è solo un espediente comunicativo ma anche indice di onestà. Un giorno Peter Brook era a Parigi e stava facendo dei provini per Romeo e Giulietta. Arriva un’attrice che tarda a iniziare, nervosa. “Cosa succede?”, chiede Brook. “Devo trovare l’attitude”, dice l’attrice. “L’attitude?” “Sì, la vera Giulietta”. “Vera? Ma secondo lei Giulietta aveva le mutande?”

Rassegnamoci, non potremo mai ‘essere Giulietta’. Possiamo però col racconto far rivivere la ‘nostra’ Giulietta e trasmettere a tutti ciò che, secondo noi, la sua storia ci insegna oggi. Possiamo far dialogare il passato col presente, far viaggiare tutti nel tempo. Proprio come gli artisti della Pixar ci hanno immerso con Nemo nelle profondità marine.

È questo il bello dei nostri musei: ci offrono mille possibilità di fare viaggi fantastici, dialogare a tu per tu con personaggi del passato straordinari e, confrontandoci con loro, capire meglio noi stessi. La comunicazione museale tradizionale ha finora mortificato e ucciso tutto ciò. Con l’ossessione della realtà ci ha di fatto impedito di avvicinarci davvero a Giulietta. Noi, oggi. Noi con le nostre mutande.

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