L’importanza delle biografie degli oggetti, ovvero cosa racconta il Cilindro di Ciro

Gli oggetti dei musei sono tanti vasi di Pandora: sono muti ma basta saperli interrogare per farne uscire non solo storie curiose, ma temi scottanti e importanti nelle società passate e presenti. Come dimostra la storia del Cilindro di Ciro. E un libro sul Mediterraneo all’epoca di Ciro appena pubblicato dal Cnr.

0
135
Cilindro di Ciro, British Museum
Il Cilindro di Ciro conservato al British Museum, Londra. Foto Mike Peel

“Gli oggetti che costruiamo hanno una grande qualità: vivono molto più di noi. Noi moriamo, loro sopravvivono. Noi abbiamo una vita, loro ne hanno molte. E in ogni vita possono avere significati diversi. Perciò se noi abbiamo una sola biografia, loro ne hanno molte”. Ha cominciato così il suo TED Talk nel 2011 Neil Mac Gregor, ex direttore del British Museum e fortunato autore del progetto La storia del mondo in 100 oggetti. In quel discorso ha raccontato 2600 anni di storia del Vicino Oriente con un solo oggetto: il cosiddetto Cilindro di Ciro che il re di Persia ha posto nelle fondamenta di un edificio dopo aver conquistato Babilonia nel 539 a.C. Vi ha raccontato come ha restituito la libertà a tutti i sudditi che i Babilonesi avevano ridotto in schiavitù, e concesso a ciascuno di venerare il proprio dio. Lui liberò gli Ebrei e permise loro di tornare nella propria terra: il Cilindro di Ciro è anche una delle prime prove archeologiche della veridicità dei racconti biblici. E da quando fu scoperto nel 1879, è considerato un simbolo potente di multiculturalismo e tolleranza religiosa, e persino anacronisticamente esaltato come la ‘prima carta dei diritti umani’. Usato da tutti: dagli Ebrei tornati in patria dopo quasi duemila anni come da lord Balfour. Lo scià di Persia lo volle a Teheran nel 1971 per le celebrazioni dei 2500 anni dalla fondazione dell’Impero persiano, e da ultimo Mahmud Ahmadinejad ebbe anche lui il Cilindro di Ciro in patria nel 2010-2011 per mostrarsi paladino della libertà in un Medioriente martoriato.

Il Cilindro di Ciro nella politica passata e presente

Il Cilindro di Ciro, insomma, è oggi un importante strumento di propaganda politica. Ha acquisito significati a lui estranei. In fondo, però, è nato già a suo tempo come strumento di propaganda. Ciro è entrato in Babilonia senza combattere, ma usando abilmente l’arma della libertà religiosa. Ha annunciato che avrebbe restituito ai sudditi gli antichi dei soppressi dal re babilonese. Anche la concessione agli Ebrei è stata fatta per mettere lo zampino sulle loro terre. Ha dunque usato la tolleranza per creare il suo impero. Cosa che al momento è solo una speranza per Ahmadinejad. Tutto si tiene, insomma. E un piccolo oggetto, pure bruttino, che nessuno ammirerebbe in museo senza una spiegazione, grazie alla narrazione di Neil McGregor è giunto a toccare delicatissimi problemi di politica internazionale, antichi e moderni.

[su_youtube url=”https://www.youtube.com/watch?v=A2lft3H6Mgs”]

Interculturalità ai tempi di Ciro

Mi sono ricordata del Cilindro di Ciro mentre al Cnr ascoltavo l’archeologa Corinne Bonnet presentare il volume a cura di Giuseppe Garbati e Tatiana Pedrazzi Transformations and Crisis in the Mediterranean. ‘Identity’ and Interculturality in the Levant and Phoenician West during the 8th-5th centuries BCE (CNR Edizioni, 2016). Un titolo lungo per dire che si parla di Vicino Oriente e Mediterraneo all’epoca di Ciro e dintorni. Ma se ne parla in modo innovativo, come ha sottolineato Bonnet. Furono quelli i secoli in cui in Oriente si susseguirono i tre imperi di Babilonesi, Assiri e Persiani, e il Mediterraneo fu pervaso dalle navi dei Fenici e dei Greci (e non solo) che diffusero genti, oggetti e idee in ogni dove. Dunque fu un’epoca di grandi rivolgimenti e trasformazioni, come dice il titolo, tutte all’insegna dell’interculturalità, della compenetrazione tra tradizioni che forgiarono ‘identità’ (non a caso tra virgolette) non monolitiche ma miste, articolate, interconnesse tra loro. Tradizioni che viaggiarono in tutte le direzioni, e non solo da oriente a occidente come ci hanno sempre insegnato: lo stesso giorno, una relazione di Marianna Castiglione ci ha mostrato come l’arte greca abbia influito molto sulle iconografie dei Fenici, e non solo viceversa. E le tradizioni non viaggiarono nel modo uniforme che abbiamo sempre creduto, con i Fenici portatori di idee da un lato all’altro del mare. “I Fenici non sono la soluzione per tutto ma parte del problema”, ha affermato Tatiana Pedrazzi nell’introduzione.

Le biografie degli oggetti come metodo di ricerca

Stiamo parlando dunque di un libro che ha voluto mettere in discussione idee consolidate sulla storia, ha mostrato una realtà più multiforme di quanto finora immaginato, e lo ha fatto con metodo nuovo, come ha spiegato Bonnet. Ha studiato la cultura materiale come specchio dei comportamenti. Ha cercato di tracciare le ‘biografie degli oggetti’ (come MacGregor) seguendone le peripezie e cercando di capire in ogni circostanza come hanno interagito con gli uomini. Ha insomma applicato l’idea che se è vero che sono gli uomini a plasmare gli oggetti, poi gli oggetti a loro volta plasmano gli uomini e danno anche un senso alle società. Ha saputo descrivere persino il Mediterraneo non come un mero teatro di avvenimenti ma come protagonista, attore che ha lasciato il segno nelle vite di molti.

Tutto ciò mi è parso bellissimo. Ho visto come la ricerca archeologica stia finalmente osando guardare molto al di là degli oggetti e dei confini disciplinari. Com’è giusto che sia perché la conoscenza per definizione non ha confini. E ho visto la volontà di costruire racconti di cui gli oggetti e i luoghi sono essi stessi protagonisti. Noi di Archeostorie ripetiamo sovente come la narrazione sia lo strumento obbligato nella comunicazione della storia passata, e sia anche uno strumento potente di ricerca. Perché stimola curiosità e nuove ricerche per riempire i tasselli vuoti nello scorrere del discorso. Questo libro ha saputo narrare e, narrando, dar vita a nuove idee. Un po’ come ha fatto MacGregor. Come fa la narrazione della storia che piace a noi di Archeostorie. “Il metodo della divulgazione è importante per tutti. Per noi ricercatori, è linfa vitale”, mi ha detto Tatiana Pedrazzi. Grazie, Tatiana.

Lascia un commento!