Biglietto di sola andata per Tomi

Un’ombra improvvisa oscurò la tavoletta.
Secondo alzò la testa dalle cifre che andava annotando in una colonna ordinata. Una nuvola bianca stava sorvolando i tetti, sospinta dal vento. Il sole, ormai alto, si rifletteva nell’acqua piatta dell’impluvium.
Il frastuono della strada filtrava attraverso le porte dell’atrio: urla, richiami, il calpestio ininterrotto di zoccoli e calzari, le grida dei bambini che si rincorrevano per il vicolo. Dal tablino, invece, proveniva un russare fragoroso.Secondo sospirò, rassegnato al suo dovere. Infilò stilo e tavoletta nella borsa ai suoi piedi e si alzò dallo sgabello, stirandosi la schiena anchilosata. La bionda Frine, l’ultimo acquisto della loro familia, gli passò davanti con una brocca per mano, in uno sventolio di tunica grigia.
“Sai a che ora è rientrato il padrone?”, le domandò Secondo sottovoce.
La ragazza scosse la testa: “Quando sono uscita per andare al mercato, all’alba, non si era ancora visto”.
“E la padrona?”
“Gli ha fatto preparare il bagno e uno spuntino leggero, in caso fosse affamato”.Secondo la congedò con un cenno e sospirò una seconda volta. Certe abitudini sembravano destinate a non morire mai, benché il suo dominus, che lui aveva visto nascere, fosse ormai un uomo maturo… almeno secondo il calendario.
Rompendo gli indugi, si avvicinò alla tenda che schermava la stanza, si schiarì rumorosamente la gola ed entrò senza aspettare risposta. “Padrone?”
Dal groviglio di tessuti sul letto giunse un mugugno soffocato, simile al brontolio di un orso in letargo.
“Padrone, è ora di tornare al lavoro”.Una testa arruffata spuntò dai cuscini. “Perché mi hai svegliato nel bel mezzo della notte, maledetto schiavo? Ti farò frustare, incatenare al remo, spedire alle miniere di sale e poi…”
“Veramente è passata l’ora di pranzo. E tu mi hai affrancato molti anni fa”. Secondo raccolse il mantello ammucchiato sul pavimento e lo ripiegò su una cassa. “Devo chiamare Frine per vestirti?”
“No”. La testa arruffata ricadde sul materasso. “Lasciatemi in pace, tutti quanti”.
“Come desideri”. Secondo eseguì un rapido inchino e si ritirò per tornare al suo sgabello e ai suoi conti.

Non dovette aspettare molto. Pochi minuti più tardi Publio Ovidio Nasone fece il suo ingresso nell’atrio, perfettamente vestito, sveglio e pimpante come se non fosse appena riemerso da una nottata movimentata. “Buongiorno! Entra pure, mio fido segretario. Dov’eravamo rimasti?”
Secondo lo seguì nel tablino senza fare commenti, portandosi dietro borsa e sgabello. Si sedette, ripescò la tavoletta degli appunti e la scorse rapidamente prima di rispondere: “Alle calende di luglio”.
“Magnifico. Di giugno abbiamo già detto tutto. Dunque, le feste di luglio… mmm…”

Le tende frusciarono e Fabia entrò nella stanza. La seguiva la sua schiava di fiducia, con un calice fumante sul vassoio d’argento.
“Cosa c’è, mia cara?” chiese Ovidio impaziente.
Lei esitò, rivolgendo un sorriso schivo a Secondo, che chinò la testa in un saluto rispettoso. “Vorrei solo sapere se desideri mangiare o prendere un bagno. Sei rientrato molto tardi e…” S’interruppe quando notò la tavoletta sulle ginocchia del liberto. “Oh, scusami. Non pensavo che fossi già al lavoro”.
“Non ho tempo per queste sciocchezze” la liquidò Ovidio. “Sto lavorando a un’opera di fondamentale importanza per la mia e tua reputazione”.
“Carmi d’amore?” domandò Fabia con prudente interesse.
Ovidio trattenne a metà un sospiro esasperato. “Sto indagando in distici le origini delle feste e dei riti della tradizione romana”.

Fabia spostò lo sguardo su Secondo e alzò impercettibilmente le sopracciglia. Lui annuì di rimando, rassicurante.
Fabia sospirò di sollievo e l’ombra che le aveva scurito gli occhi scomparve. “Mi sembra un’ottima idea, Publio. Il principe ne sarà compiaciuto”.
“Sì, sì, lui sarà contento e i vecchi smetteranno di brontolare per la decadenza dei costumi…”
Ovidio lanciò un’occhiataccia al suo segretario. “… ma Secondo, qui, non smetterà mai di guardarmi con aria di disapprovazione. Si può sapere cosa ti disturba? Devo forse rendere conto a te dei miei scritti e delle mie amicizie?”
“Niente affatto, padrone”.
“Allora smettila di fare il muso, per Giove, e riprendi lo stilo”. Afferrò il calice dal vassoio della schiava e lo vuotò in due sorsi. “Ecco qui. Ora…” Aggrottò la fronte quando vide Fabia sbirciare la tavoletta in grembo a Secondo. “Se non ti spiace, mia cara, un’opera immortale mi attende. Ci sarà sicuramente qualche faccenda domestica di improcrastinabile urgenza di cui devi occuparti, non è vero?”
Secondo colse il lampo negli occhi della sua padrona, ma Fabia si limitò a un assenso silenzioso e si ritirò con l’ancella al seguito.

“Bene, dicevamo… nel mese di luglio ci sono i Ludi Apollinares, e poi…” Senza preavviso, Ovidio sbatté la mano sul tavolo, rovesciando il calice vuoto, e Secondo sobbalzò sullo sgabello. “Basta, per Ercole! Non ne posso più di quella tua faccia lugubre. Facevi così ogni volta che avevo combinato qualcosa, da bambino… cos’ho fatto stavolta? Avanti, parla!”
“Non spetta a un liberto esprimere giudizi sulle abitudini del padrone”, si schermì Secondo.
“Questo è poco ma sicuro”. Ovidio passeggiò irritato su e giù per il tablino. “Dunque? Non sei contento che io mi dedichi a versi casti sulla tradizione patria, secondo il tuo consiglio?”
“Certo” rispose Secondo. “Per questo vorrei che tu terminassi l’opera il prima possibile”.
“Siamo già al sesto libro, e un uomo deve pur vivere! Non vorrai rinfacciarmi un pomeriggio al circo o una cena tra amici, vero?”

“Non sono tanto le tue attività a preoccuparmi, padrone, quanto le tue frequentazioni”.
“Come sarebbe a dire? Frequento solo la migliore società! Senatori, consoli, armatori, militari in carriera… e le loro mogli”. Ovidio ammiccò. “A teatro e ai banchetti, nei templi e nel Foro, tutti citano a memoria passi dell’Ars amatoria e ne mettono in pratica i consigli. Come potrei sottrarmi proprio io, che ne sono l’autore?”
“Appunto. Non credo che il principe approvi questa tua… fama”
“Oh, quante storie! Augusto sta invecchiando, mentre la nuova Roma nasce sotto i suoi occhi. Feste, letture, spettacoli, qualche libertà in più, un po’ di sano scetticismo nei confronti delle antiche credenze… cosa c’è di male? Nemmeno lui può riportare la città ai tempi di Romolo e Remo”.
Secondo si irrigidì sullo sgabello. “Non hai espresso queste tue opinioni in pubblico, vero?”
La sua apprensione crebbe quando Ovidio, lungi dall’adombrarsi, gli sorrise con fare complice.

“Voglio rivelarti un segreto, amico mio. Tra le mie frequentazioni, come le chiami tu, si contano personaggi di alto rango… il più alto che ci sia”.
“Non vorrai dire…”
Ovidio scoppiò a ridere e gli batté sulla spalla. “Dovresti vedere la tua faccia! Sta’ tranquillo, Secondo. Giulia sa perfettamente quello che vuole e come ottenerlo. Certo, le donne della famiglia di Augusto sono tipetti impegnativi… mi chiedo come faccia quel pesce lesso a tenerle a bada!”
“Stai parlando del principe!” Secondo avrebbe voluto adottare un tono autorevole, come quello che usava tanto tempo prima per riprendere il piccolo Publio e suo fratello, ma la voce gli uscì strozzata. “E Giulia minore è sua nipote! Tu non ti rendi conto…”
“No, tu non ti rendi conto, Secondo. I tempi sono cambiati”.
Secondo avrebbe voluto ribattere, ricordare al suo protetto che lui non aveva vissuto sulla propria pelle le guerre civili, né aveva mai visto il vero volto di Ottaviano Augusto, ma non ce ne fu il tempo.

Dalle fauces si levò un vociare allegro e lo schiavo di guardia corse ad avvisarli che un gruppetto di amici del padrone si era presentato in visita. Ovidio si affrettò ad andar loro incontro, ordinando a gran voce di apparecchiare la sala tricliniare.
Facce note sciamarono nell’atrio, seguite da una donna austera ed elegante, e due ragazze dai tratti orientali avvolte in veli colorati. Secondo riconobbe una cortigiana di lusso e due famose danzatrici. Gli ospiti dovevano essere reduci da un’altra festa, perché sembravano un po’ troppo allegri per quell’ora del pomeriggio: circondarono il padrone di casa parlando tutti insieme, ridendo e improvvisando versi zoppicanti.

Secondo restò a guardarli mentre si allontanavano verso il peristilio. Pochi istanti più tardi si ritrovò solo, nel silenzio improvviso, con lo stilo ancora stretto tra le dita.
Archiviò la tavoletta e cercò di tornare ai suoi conti, ma la mente vagava irrequieta. Giulia minore… un giovane patrizio molto chiacchierato… feste sfrenate, vino, musica, eccessi di ogni tipo… frammenti di pettegolezzi uditi per strada si affollavano nel suo subconscio, impedendogli di concentrarsi sui numeri.
L’esilio di Giulia maggiore, l’unica figlia del princeps… la repressione dopo la guerra di Perugia… le liste di proscrizione, il sangue, la testa di Marco Tullio Cicerone esposta sui rostri…

“Sei preoccupato anche tu, vero, Secondo?”. Fabia entrò e si sedette davanti a lui. Aveva abbandonato il tono dimesso; teneva la testa bene eretta sul collo, gli occhi fermi e fissi nei suoi. “Augusto non farà finta di essere cieco e sordo in eterno”.
Secondo si strofinò le palpebre: “Il padrone non si rende nemmeno conto di provocarlo, temo”.
“Lo so. Crede che la vita sia un’opera letteraria da riscrivere e correggere a suo piacimento”.
Secondo la guardò, stupito di sentirle usare un tono così duro. Il viso di Fabia non esprimeva nulla, ma quando voltò la testa a uno scoppio di risa proveniente dal peristilio, Secondo poté leggere la preoccupazione nella piega tirata delle sue labbra.
“Ha quasi finito di correggere le Metamorfosi” cercò di confortarla. “E il principe apprezzerà i Fasti: celebrano gli antichi usi e le festività romane mese per mese…”
“E mio marito è riuscito a non infilarci nemmeno un’ironia, un’allusione, un doppio senso?”
Secondo tacque, abbassando gli occhi.

Un suono di voci autoritarie e uno scalpiccio concitato nell’atrio interruppero la conversazione. Nel tablino si affacciò uno schiavo spaventatissimo: “Padrona, c’è la guardia pretoriana!”
Fabia inarcò le sopracciglia, ma si alzò senza fare domande. Secondo la seguì col cuore impazzito nel petto.
Il messaggero li attendeva accanto all’impluvium, oscillando impaziente sui talloni.
“Publio Ovidio Nasone?” domandò perentorio. Dietro di lui, nella penombra dell’atrio, si scorgevano altri due soldati in attesa, occhieggiati con curiosità mista a timore dagli schiavi più giovani, che stavano accorrendo da tutta la casa.
Fabia indicò il peristilio. La guardia le passò davanti senza degnarla di un ringraziamento o di una spiegazione, col mantello che svolazzava alle sue spalle. Secondo si accodò in silenzio.

Il padrone di casa e i suoi ospiti stavano uscendo proprio allora dalla sala tricliniare, disturbati dal trambusto. “Cosa accidenti…” Ovidio s’interruppe bruscamente alla vista del pretoriano.
Secondo vide la sua espressione gioviale congelarsi; la mano che reggeva un calice ricadde lungo il fianco, spargendo vino scuro sui mosaici, ma lui non parve accorgersene.
“Publio Ovidio Nasone?” ripeté il pretoriano.
La cortigiana si eclissò nella sala, seguita dalle danzatrici. Gli amici, tornati improvvisamente sobri, guardavano il soldato con facce pallide e tirate.
“Sono io” rispose Ovidio.
Il pretoriano gli tese un papiro arrotolato. “Per ordine di Cesare, figlio del divo Giulio, sei condannato alla relegatio nella località di Tomi. Una nave ti attende all’alba: troverai tutti i particolari qui”. Gli cacciò il rotolo nella mano inerte, si portò il pugno alla spalla e gli voltò la schiena senza altro commiato.

Ovidio rimase a fissarlo con occhi vacui, come istupidito. Nel silenzio pesante che gravava sul peristilio, il pianto sommesso di Fabia risuonò come le grida di lutto delle prefiche. Gli amici si guardavano di sottecchi, cincischiavano le tuniche, imbarazzati e confusi.
Secondo si prese la testa tra le mani. Ecco, era successo. Alla fine il principe aveva lasciato cadere la maschera e aveva colpito con l’efficienza gelida e impietosa che gli era propria fin da ragazzo. Relegato a miglia e miglia da Roma, lontano dalle feste, dagli agi, dalle letture pubbliche e dalle lusinghe del successo… come avrebbe fatto a sopravvivere Ovidio Nasone, innamorato della sua fama come Narciso del suo riflesso?

“Tomi” disse Ovidio dopo diversi minuti. La voce, di solito sonora e ben impostata, era acuta e stupita come quella di un bambino. “E dove sarebbe?”
Fu Secondo, forte dei suoi studi geografici, a rispondere: “È un villaggio di pescatori sul Ponto Eusino, padrone. In terra getica”.
“Interessante” disse Ovidio, nello stesso tono irreale. “Non ne so nulla. Ci sono città da quelle parti? Si parla latino, almeno?”
“Io temo…. temo di no”.
Ovidio rimase in silenzio per un momento, poi si voltò di scatto verso gli amici, con uno spettro del suo abituale sorriso. “Bene. Si tratta chiaramente di un errore. Mio, beninteso: ho tirato troppo la corda. Augusto mi spedirà tra i barbari per qualche settimana prima di concedermi il perdono… nel frattempo, per sopravvivere alla noia, ci serviranno libri, servi, un ottimo cuoco e vino in quantità. Chi di voi vuole accompagnarmi?”

La domanda cadde nel vuoto. Ovidio spostò gli occhi dall’uno all’altro dei suoi invitati, ma sembrava che nessuno riuscisse a sostenere il suo sguardo.
“Oh, avanti, non siate timidi…tu, Giunio?”
“Mio caro, sai che partirei con te stasera stessa. Ma mia madre sta invecchiando, non posso lasciarla sola”.
“Emilio?”
“Io, ecco… la mia salute cagionevole… le cure termali…” si scusò vagamente l’interpellato, che fino a un momento prima sembrava sano come un pesce.
“Bruto?”
“Sto gestendo la trattativa per la vendita del podere in Etruria…”
“Io sono atteso in tribunale tra due giorni…”
“I clientes, sai, non mi lasciano un istante di tregua…”
Muto nel suo angolo, Secondo osservò gli ospiti congedarsi l’uno dopo l’altro con molti saluti cerimoniosi, rassicurazioni ipocrite e auguri di buon viaggio. Presto il peristilio fu deserto. Tutti gli schiavi erano scomparsi nei recessi della casa. Solo i singhiozzi soffocati di Fabia punteggiavano quel silenzio pesante come la pietra.

Ovidio era ancora in piedi vicino al colonnato, con l’aria stordita. Secondo fece un passo avanti e gli toccò gentilmente il braccio. “Faccio preparare i tuoi bagagli. Quali libri desideri portare con te?”
“Libri?” ripeté Ovidio, come se non avesse mai sentito quella parola. Scosse la testa, frastornato. “Devo avvisare mia figlia…”
“Si trova in Africa col marito, lo sai” intervenne Fabia, asciugandosi rapidamente gli occhi con l’orlo della veste. “Vado subito a scriverle, ma quando il messaggio arriverà a destinazione noi saremo già…” La voce le venne meno.
“Noi?” fece eco Secondo.
Lei gli scoccò un’occhiata altera. “Accompagnerò mio marito, naturalmente”.
“Perdonami, padrona, ma io non credo che…”
Ovidio le prese le mani di slancio. “Non accetterei nemmeno se il principe ce lo permettesse, mia cara. No. Non mi seguirai tra i barbari. Tu resterai qui, con Secondo, a custodire la casa e dirigere gli affari fino al mio ritorno… appena avrò scontato la mia colpa. Ti prometto che non sarà per molto”.
Secondo aveva ben altro presentimento, ma preferì non esprimere i suoi timori. Mentre la coppia si abbracciava in lacrime, per la prima volta dopo tanto tempo, egli s’inchinò, arretrò silenziosamente e si dileguò per occuparsi dei preparativi.

Dieci anni più tardi

Quando scostò la tenda, il tablino fu invaso dalla luce radente del tardo pomeriggio.
Secondo si guardò intorno con occhio critico. Tutto a posto: nessuno degli schiavi aveva toccato o spostato qualcosa. Le coperte appallottolate sul letto, il mantello ripiegato sull’arca, una lucerna con lo stoppino quasi consumato: ogni oggetto giaceva così come il suo proprietario l’aveva lasciato, secondo gli ordini della padrona di casa.
Prese uno sgabello e si sedette, con un sospiro trattenuto. Quella stanza suscitava ricordi dolorosi. Rivide un bambino vivace che faceva la lotta con il fratello; poi un ragazzino studioso, precoce e un po’ saccente; un adolescente brillante e scanzonato; un provinciale a caccia del successo; un poeta di grido, giovanissimo ma già conteso dai circoli letterari della capitale…

Per la prima volta dalla partenza di Ovidio, si permise di riprendere in mano la tavoletta degli appunti. Sentì gli occhi inumidirsi mentre scorreva le ultime annotazioni. Le festività di luglio… i Ludi Apollinares… il padrone non aveva fatto in tempo a dettargli nulla al riguardo.
Nessuno dei suoi tanti amici aveva voluto raccogliere il calamo caduto. Nessuno aveva invocato per lui il perdono e il rientro in patria. Pochissimi avevano risposto alle sue lettere appassionate.
Quell’opera sarebbe rimasta incompleta. Lui, Secondo, avrebbe fatto in modo che venisse trascritta e conservata, e forse un giorno i posteri si sarebbero chiesti perché un autore di tanto talento si fosse stufato a metà del lavoro… ma la verità era ormai sepolta insieme a Publio Ovidio Nasone, in un lido sperduto del Ponto Eusino.

Roma non avrebbe mai conosciuto un altro poeta come lui. E non lo meritava.
Secondo passò le dita sulla tavoletta in un’ultima carezza. Poi si alzò e uscì dal tablino nel crepuscolo incombente, mormorando tra sé:

Io cerco gloria eterna,
per essere cantato sempre in tutta la terra…

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