Annibale, il terrore di Roma

Grande generale, ma anche politico intelligente e spregiudicato. Storia dell’unico uomo che i Romani temettero davvero

Annibale, elefanti, guerre puniche
Statua di Annibale sull'elefante realizzato a Rivalta in ricordo della battaglia del Trebbia © castellorivalta.blogspot.it
Il figlio del Fulmine. È impegnativo nascere con questo peso addosso: quello di essere erede del generale migliore di Cartagine, Amilcare, soprannominato Barak, il Fulmine. Vieni su fra la polvere degli accampamenti, le bestemmie dei soldati, le marce, le battaglie, le veglie di notte sotto le stelle, le sentinelle ai confini dell’impero. Hai nove anni quando lasci Cartagine, la città in cui sei nato e per cui combatterai per l’intera vita, ma che nella tua mente resterà un’immagine sfocata e distante, come quelle dei sogni che a stento ricordi appena desto. Hai nove anni quando tuo padre, il generale, ti chiama a sé e ti impone di giurare su quanto c’è di più sacro che mai fra te e i Romani ci potrà essere pace, e nemmeno tregua. Hai nove anni quando diventi Annibale, e Roma il tuo nemico.La guerra, per i Barca, è più di un mestiere: è un’impresa di famiglia. Quando Amilcare parte dalla patria si porta dietro sia il figlio che suo genero Asdrubale, il Bello. La meta è l’Iberia, al di là dello stretto, per contenderla ai Romani. Amilcare non è un uomo che ama mediare: il suo obiettivo è vincere. È sbrigativo, testardo, portatore di distruzione come il fulmine da cui ha preso nome. Se Roma è un pericolo, Roma va distrutta. Cartagine sola deve rimanere regina di tutto, e signora del Mediterraneo.

L’Iberia cade. I Cartaginesi si prendono le terre fino all’Ebro. Roma è di là che guarda ma non capisce bene le loro manovre in un luogo che per l’Urbe è un distante confine. I Barca, invece, quel confine non lo sentono come limite, ma come trampolino di lancio. Amilcare muore, ma Asdrubale il Bello non è un lezioso e decorativo comandante, bensì un grande organizzatore, prudente e accorto, che tiene sotto la sua ala il giovane cognato. Quando viene ucciso a tradimento, le truppe non hanno dubbi su chi debba guidarle: Annibale. Ha ventisei anni quando sale improvvisamente alla ribalta della storia.

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Del padre ha lo sguardo fiero, la mente pronta e l’eloquio tagliente. Ma più del padre ha un lato riflessivo e pericoloso. Una malafede più che punica, dirà Livio per descriverlo. Per Livio, però, anche a secoli di distanza, è un nemico. In realtà Annibale ha una mente analitica, fredda, pianificatricatrice, ma con il coraggio di seguire intuizioni che a tutta prima paiono folli. La genialità, in fondo, è saper organizzare razionalmente la propria pazzia.

Annibale vince, sbaraglia gli Iberi in battaglia e li batte al sottile gioco della guerriglia in cui sono maestri. I tranelli sono il suo pane, e dalle imboscate esce vittorioso come un dio. E quando l’Iberia è finalmente tutta sua, allora decide di sfidare il suo grande nemico: Roma.

Sagunto è lì, a sud dell’Ebro, unica città che non riconosce il dominio punico. Si crede intangibile perché alleata dei Romani. Ma Il giovane generale la attacca con la determinazione che gli è propria. È una violazione dei patti, conclamata e chiara, ma Annibale è forte e i patti si serbano quando si è deboli. Quando si è vincenti, si prende quel che ci spetta.

Annibale
Nicolas Poussin, Annibale attraversa le Alpi, olio su tela, 1625-26, collezione privata – © Wikimedia Commons

Roma non capisce, o sottovaluta. Annibale è un nome privo di senso fra i colli lontani: un ragazzetto che ha fatto carriera all’ombra di papà. Quando si svegliano, i Romani, Sagunto è già caduta. La reazione è più di stizza che di paura. Fanno la voce grossa: mandano ambasciatori a Cartagine, chiedendo indietro la città e la testa del giovinotto arrogante che se l’è presa. Pensano a una guerra in Iberia, lontano da casa, per riprendere lembi di terra di cui in fondo gli importa poco, solo perché è una questione di orgoglio. E pensano a un nemico lontano, evanescente, che si taciterà appena gli verrà impartita una sonora lezione.

Annibale, invece, ha in testa tutto un altro piano. Un colpo dritto al cuore, perché i nemici – lo ha imparato combattendo fin da bambino contro le tribù iberiche – si stroncano stanandoli nelle loro case, andandoli a prendere uno a uno dove si sentono al sicuro.

Il terrore è un formidabile alleato. Roma lo deve conoscere, deve sentirlo crescere dentro di sé, come un male oscuro, cui non si sfugge. Deve trovarsi indifesa e inerme, lei che si dà arie da padrona del mondo. Deve conoscere l’angoscia di non poter più considerare propria la terra che circonda le sue città, temere le ombre nei boschetti lungo le vie, provare l’ansia dell’assedio e l’incertezza del domani. E allora via, con l’esercito, per quella che sembra una scommessa folle, il piano di un pazzo. Con gli elefanti attraversa le Alpi per prendere i Romani alle spalle, portare la guerra e la distruzione in Italia, sbaragliare gli eserciti sui campi che i soldati sono abituati ad arare, uccidere i cani romani sull’uscio della porta di casa.

Il terrore Annibale sa evocarlo e crearlo, perché anche a questo serve la marcia inumana che impone ai suoi. Quando arriva in Italia ne ha persi a migliaia, dei militi che si era portato dietro, ma la sua fama è già leggenda. Non è un uomo quello che ha vinto il freddo, i disagi, il viaggio e le Alpi: è un dio. E come un dio viene accolto dagli ex alleati dei Romani e forse dai Romani stessi, che lo temono già prima di scontrarsi con lui in campo aperto. Il ragazzetto che avevano guardato con sufficienza è un essere che ha vinto la natura.

Come lo fermi uno che spacca le rocce per crearsi varchi, e porta attraverso i monti gli elefanti africani? Come lo fermi uno che con la sua determinazione piega il destino e il mondo?

Non lo fermi. E infatti Annibale dilaga. Il Ticino e poi il Trebbia. I Romani sono confusi e basiti: non solo hanno il nemico in casa, ma è un nemico che li vince. Persino gli elementi si coalizzano a loro svantaggio. Sul Trasimeno la nebbia aiuta i Punici: coperti dalla bruma, si avventano sulle armate del console Flaminio. È strage. È morte. Per Roma sembra essere imminente la fine.

E poi. Poi l’inatteso, l’imprevedibile, come spesso capita nelle vite umane. Roma è lì, disperata, piegata nell’animo e forse persino rassegnata a diventare preda del suo conquistatore. Annibale però non la assedia. Vira a sud, verso la Campania e la Puglia, terre di mollezze e di ozi che, diranno i suoi nemici, lo attraggono per le loro seduzioni. È stanco? È piegato dalla fatica? Cerca tregua per i suoi soldati?
No, o meglio, non solo. Annibale tenta una nuova scommessa, questa volta non da generale, ma da politico. Più che conquistarla, vuole far franare Roma su se stessa. Toglierle tutto piano piano, convincendo i suoi alleati a lasciarla sola, per poi sferrare il colpo mortale ed erodere anche quel grumo di popoli che le sono rimasti fedeli. Vederla alla fine ai suoi piedi chiedere pietà, sola, sperduta, abbandonata, senza speranza.

È una guerra di nervi, e le guerre di nervi sono più pericolose di quelle che si combattono sui campi di battaglia. Annibale ha individuato il suo principale nemico, Quinto Fabio Massimo, detto il Temporeggiatore. Ha intuito il sangue freddo di quest’uomo che fra i Romani è quello più simile a lui. Si apre fra loro una battaglia che è parallela alla guerra: uno scontro fra anime affini che si misurano sullo stesso piano, e si logorano a vicenda. Fabio lo assilla con continui attacchi sfibranti, Annibale prova a instillare nei Romani dubbi: brucia in Puglia le campagne di tutti i senatori ma non quelle di Fabio, come se fra loro vi fosse un accordo segreto. La sua malafede più che punica, come diceva Livio, la esercita con sublime strategia. È un gioco di mosse e contromosse sottili, snervanti. Ma Annibale anche qua sembra averla vinta: gli altri generali romani, irruenti e testardi, alla fine dettano la strategia e cercano lo scontro aperto. E lui li sconfigge, a Canne.

Poi però s’impantana. L’Italia, forse, non Roma, ha la meglio su di lui. L’Italia è da sempre un ventre molle che assorbe e assimila ogni conquistatore. Annibale si perde. Lo stallo si impadronisce di lui, assieme alle beghe locali. Roma è a portata di mano, ma non la prenderà mai. E anche l’esercito romano è lì ma, sotto l’accorto comando di Fabio, non si fa provocare più a battaglia. Il generale si rigira nella noia, più che negli ozi, e si perde in scaramucce e assalti senza frutto, in uno scenario che non è suo e da cui non capisce come uscire: è un vincitore che non riesce a vincere.

Non è stupido, Annibale. Il suo istinto di condottiero decritta benissimo i segnali del destino: sente il potere e la fortuna che gli scivolano dalle mani come sabbia. Giovani talenti romani della guerra, come Scipione, emergono come leoncini, mentre lui avverte ormai il peso degli anni e dei rimorsi per coloro che, per seguirlo, hanno perduto la vita: i suoi soldati, il fratello Asdrubale, la cui testa mozza viene lanciata nel campo cartaginese, dopo che è stato sconfitto al Metauro. È una lenta agonia quella che gli viene imposta dal fato: accerchiato, isolato, senza reali contatti con quella madrepatria, Cartagine, che in fondo per lui è solo un nome. Ma non si arrende, non è nella sua natura: combatte, ribatte colpo su colpo. Straniero e solo, non viene sconfitto né tradito, a riprova del suo genio politico. Per batterlo, Scipione deve cercare di rivoltargli contro la sua stessa tattica: premere su Cartagine per farlo richiamare in Africa.

Ed è Zama, la grande sconfitta. Che però sconfitta non è, perché Annibale è sempre Annibale. Aveva ventisei anni quando lo hanno acclamato generale, quarantasei quando Scipione lo batte per la prima volta sul campo. In quei vent’anni nessuno ha avuto la meglio su di lui, e anche stavolta è il destino a ritorcersi contro di lui, non un suo errore.
Per chiunque sarebbe la fine, ma non per Annibale. Proprio perché non è solo un uomo di guerra, ma un politico accorto, pochi anni dopo é di nuovo sufeta a Cartagine, dove tenta una riforma per rilanciare lo Stato. Ma il Senato, da sempre suo infido alleato e nemico silente, lo blocca. Annibale non è uomo da sopportare simili affronti: sceglie l’esilio, che lo porterà ramingo in Siria e fino ai confini dell’Armenia.

I Romani però non perdonano e non dimenticano il vecchio nemico. Gli stanno con il fiato sul collo. Lo scoprono alfine in Bitinia e chiedono la sua consegna al re.
“Non hanno pazienza di aspettare che un vecchio muoia!” commenta sarcastico il generale, ormai vecchio, guercio, stanco del lungo peregrinare e forse ancor più dell’ingratitudine umana. Ma è pur sempre Annibale, e non accetta di consegnarsi prigioniero, o ancor peggio di essere consegnato come preda da un imbelle monarca impaurito. Quando stanno per venirlo ad arrestare, beve, veloce, il veleno che da sempre conservava nel castone del suo anello.
E muore, libero e trionfante sui nemici, come era sempre vissuto.

 

In copertina: statua di Annibale sull’elefante realizzato a Rivalta in ricordo della battaglia del Trebbia © castellorivalta.blogspot.it

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